Microsoft Word - 00_indice_06LM.docx Il Quaternario IT ISSN 039-3356 Italian Journal of Quaternary Sciences 24 (2), 2011 - 171-178 IL CRANIO DI STEPHANORHINUS HEMITOECHUS (FALCONER, 1859) DI FOSSO MALAFEDE (VITINIA, ROMA) CON NOTE SULLA PRIMA PRESENZA DELLA SPECIE IN ITALIA Luca Pandolfi Dipartimento di Scienze della Terra, Università Sapienza, Roma Dipartimento di Scienze Geologiche Università degli Studi Roma Tre, Roma Corresponding author: RIASSUNTO: L. Pandolfi, Il cranio di Stephanorhinus hemitoechus (FALCONER, 1859) di Fosso Malafede (Vitinia, Roma) con note sulla prima presenza della specie in Italia. In questo lavoro viene descritto un cranio di rinoceronte rinvenuto nei depositi fluviali nei pressi di Fosso Malafede (Vitinia, Roma, Italia Centrale) e conservato nel Museo di Paleontologia della Sapienza, Università di Roma. L’analisi morfo-comparativa condotta sul cranio ha permesso di attribuire lo stesso alla specie Stephanorhinus hemitoechus. Il cranio presenta i caratteri tipici della specie, quali, una cresta occipitale relativamente molto sporgente verso l’indietro, la serie dentaria avanzata e l’incisura nasale arretrata. Inoltre, sulla base dell’usura dentaria, il cranio viene riferito ad un individuo di età molto avanzata, di circa 30-36 anni. S. hemitoechus descritto per la prima volta in Gran Bretagna e segnalato in Europa a partire dal MIS14-13, sembra essere presente nella Penisola solo dal tardo Pleistocene Medio (Età a Mammiferi Aureliano: UF di Torre in Pietra). Infatti, le segnalazioni relative al Ga- leriano inferiore e medio sembrano quanto mai infondate, mentre quelle relative al Galeriano superiore risultano al momento dubbie o poco attendibili. ABSTRACT: L. Pandolfi, The skull of Stephanorhinus hemitoechus (FALCONER, 1859) from Fosso Malafede (Vitinia, Rome) with notes on the first occurrence of the species in Italy. In this work a well-preserved skull of rhinoceros is described. It has been discovered in the upper Middle Pleistocene fluvial deposits out- cropping at Fosso Malafede (Vitinia, Rome, Central Italy) and it is preserved in the Museum of Paleontology in Sapienza, University of Rome. Comparative analysis of the morphological characters allow to ascribed the skull to Stephanorhinus hemitoechus. The specimen shows a well-developed occipital crest, toothrows shifted forward and an extended nasal groove. The degree of wear of the second and third upper molars suggests an about 30-36 year-old individual. S. hemitoechus has been named for the first time by Falconer in 1859 from several remains discovered in Great Britain. This species is present at about 0.500-0.450 million years in Continental Europe and it is one of the components of the Italian late Middle and Late Pleistocene assemblages (Aurelian Mammal Age). The early Middle Pleisto- cene remains from Slivia, Torrente Stirone and Ponte Galeria which are ascribed here to S. hundsheimensis, had been previously as- signed to S. hemitoechus. To the latter can be ascribed a mandible discovered in the Tiber River terraces at Monte Verde, referred to the Fontana Ranuccio Faunal Unit. However, the chronological correlation of the site is very doubtful. Parole chiave: Stephanorhinus hemitoechus, tardo Pleistocene Medio, Vitinia, Italia Centrale. Keywords: Stephanorhinus hemitoechus, late Middle Pleistocene, Vitinia, Central Italy. 1. INTRODUZIONE I rinoceronti rappresentano un elemento abbastan- za comune nelle faune pleistoceniche Europee, ciò nono- stante, la sistematica di questi pachidermi è ancora fonte di dibattito e discussioni. Inizialmente tutti i resti di rinoce- ronte non ascrivibili al genere Coelodonta BRONN, 1831 furono riferiti al genere Rhinoceros L. e successivamente al genere Dicerorhinus GLOGER, 1841. In particolare Gué- rin (1980) ascrisse tali rinoceronti pleistocenici al genere Dicerorhinus e attribuì le specie D. jeanvireti GUÉRIN, 1972, D. etruscus (FALCONER, 1868), D. hemitoechus (FALCONER, 1859) e D. kirchbergensis (JÄGER, 1839) (= D. mercki [KAUP, 1841] in GUÉRIN, 1980) al nuovo sotto- genere Brandtorhinus; successivamente elevato a rango di genere (GUÉRIN, 1989). In accordo con GROVES (1983), i rinoceronti pleistocenici europei mostrano, co- munque, poche similarità con il genere Dicerorhinus. In- fatti, fra gli altri caratteri, la perdita e non funzionalità degli incisivi e il setto nasale parzialmente ossificato li distin- guono dal suddetto genere attuale. La nomenclatura utilizzata in questo lavoro si basa su quella proposta da FORTELIUS et al. (1993) ed i rino- ceronti pleistocenici europei, tranne le specie dei generi Coelodonta e Elasmotherium FISCHER, 1808, sono riferi- ti al genere Stephanorhinus KRETZOI 1942 così come utilizzato precedentemente da diversi autori (inter alios HEISSING 1973, 1981, 1989; CERDEÑO 1993, 1995, 1998; PROTHERO et al. 1986). Il cranio analizzato proviene da depositi fluviali di Fosso Malafede (Vitinia, Roma), riferibili alla Formazio- ne di Vitinia (sezione tipo Vitinia, Roma), 2. IL CRANIO Il cranio rinvenuto a Fosso Malafede (V. 2832) (Fig. 1, 2; Tab. 1) si presenta danneggiato nei nasali ed in par- te nei palatali. A causa della presenza di superfici di L. Pandolfi 172 Fig. 1 - Il cranio di S. hemitoechus di Fosso Malafede (V. 2832): a) norma dorsale, b) norma laterale destra, c) norma laterale sinistra. La barra è di circa 10 cm. The skull of S. hemitoechus from Fosso Malafede (V. 2832): a) dorsal view, b) right lateral view, c) left lateral view. The bar is of about 10 cm. Fig. 2 - Il cranio di S. hemitoechus di Fosso Malafede (V. 2832): a) norma occipitale, b) norma basale nucale. The skull of S. hemitoechus from Fosso Malafede (V. 2832): a) occipital view, b) basal nuchal view. Tab. 1 - Dimensioni comparative del cranio di Fosso Malafede (V. 2832) e di S. kirchbergensis, S. hemitoechus (dati da Guérin, 1980) e S. hundsheimensis di Isernia La Pineta (dati da Lacombat, 2005). DTIN = larghezza presa alla fine dell’incisura nasale; DTPO = lar- ghezza presa a livello della costrizione post-orbitale; DTO = diametro trasversale della cresta occipitale; DTM = diametro trasversale al livello delle apofisi mastoidee; DTC = diametro massimo trasversale dei condili occipitali; DTF = diametro trasversale del foramen ma- gnum; HF = altezza del foramen magnum. Comparative dimensions of the skull from Fosso Malafede (V. 2832) and of S. kirchbergensis, S. hemitoechus (data from Guérin, 1980) and S. hundsheimensis from Isernia La Pineta (data from Lacombat, 2005). DTIN = breadth at the end of the nasal groove; DTPO = breadth at level of the post-orbital constriction; DTO = breadth of the occipital crest; DTM = breadth at level of the mastoids; DTC = max- imal breadth of the occipital condyles; DTF = breadth of the foramen magnum; HF = height of the foramen magnum. Il cranio di Stephanorhinus hemitoechus … 173 deformazione e di interventi di restauro, alcuni punti utili per ricavare dati morfometrici non possono essere presi in considerazione. In particolare, è stata ricostruita com- pletamente l’arcata zigomatica destra, parte dei lacrima- li, il rhinion, parte della base di attacco del corno nasale, il setto nasale, la parte prossimale dei mascellari e gli intermascellari. Inoltre mancano quasi tutti i denti ad ec- cezione del secondo e terzo molare superiore sinistri, molto usurati. 2.1 Norma dorsale Appare ben evidente la ricostruzione di parte dell’a- rea rostrale, ma, nonostante questo intervento e l’utilizzo di una tinta unita per l’intero cranio dopo il restauro, è ancora visibile una parte della base di attacco del corno nasale. La base di attacco del corno frontale è relativa- mente ampia e rugosa mentre le creste parietali e frontali non sono distinguibili (Fig. 1a). La cavità orbitale sinistra, non ricostruita, è relativamente ampia e di aspetto ellitti- co, più larga posteriormente. In questa norma, la cresta occipitale presenta un profilo posteriore rettilineo. 2.2 Norma laterale L’angolo fra il profilo parietale e quello fronto-nasale è molto accentuato (Fig. 1b, c). Il setto nasale non è ossi- ficato posteriormente e questo carattere, fra gli altri, per- mette di distinguerlo dal genere Coelodonta. La cresta occipitale si presenta molto sviluppata e si proietta all’indietro oltre i condili. Il profilo è leggermente convesso fra i parietali e la cresta occipitale; la base di attacco del corno frontale è appena visibile. Gli occipitali presentano un profilo verticale ed i condili occipitali hanno l’apice ri- volto verso il basso. L’opisthion è ben evidente al di sopra del foramen magnum. Sul lato destro del cranio la regione otica presenta un’apofisi post-glenoidea ben conservata ed un’apofisi paraoccipitale danneggiata nella parte distale, mentre non c’è evidenza dell’apofisi post-timpanica. L’apofisi post-glenoidea è verticale al cranio con profilo anteriore concavo ed è ben separata e distanziata alla base dal- l’apofisi paraoccipitale. La parte anteriore della cavità orbitale è sita sopra M3/, mentre l’incisura nasale ha il margine posteriore al- l’altezza di M1/. L’orbita è alta e l’arcata zigomatica sini- stra è relativamente massiccia, inclinata e con profilo superiore regolarmente concavo nella parte prossimale. 2.3 Norma nucale La faccia occipitale mostra il classico aspetto tra- pezoidale (Fig. 2a). La cresta occipitale ha andamento leggermente convesso e gli occipitali hanno il diametro massimo in corrispondenza delle apofisi mastoidee. Il foramen magnum ha forma quasi circolare ed i condili sono ben sviluppati. 2.4 Norma basale I condili occipitali sono ben visibili e relativamente distanziati fra loro. In questa visione la cresta occipitale appare relativamente sporgente verso l’indietro. Nessun altro carattere è ben distinguibile. L’area palatale è rela- tivamente danneggiata e sul mascellare sinistro sono presenti un M3/ ed un M2/ il cui stadio di usura è parti- colarmente avanzato (Fig. 3a; Tab. 2). Sul secondo mo- lare è appena visibile la postfossetta, mentre la prefos- setta è particolarmente ridotta; il terzo molare ha aspet- Fig. 3 - Comparazione fra gli stadi di usura del secondo e terzo molare superiori del cranio di Fosso Malafede (V. 2832) (a) la barra è di circa 2 cm) e di Diceros bicornis (b) range di età sti- mato di circa 37±4 anni) (ridisegnato da Hitchins, 1978) e Cera- totherium simum (c) range di età compreso fra 30-38 anni; d) range di età compreso fra 35-40 anni) (ridisegnato da Hil- lman-Smith et al., 1986). Comparison between the degrees of wear of the second and third upper molars in the skull from Fosso Malafede (V. 2832) (a) the bar is of about 2 cm) and in Diceros bicornis (b) relative age of about 37±4 years) (redrawn from Hitchins, 1978) and Ceratothe- rium simum (c) wear class age between 30-48; d) wear class age between 35-40) (redrawn from Hillman-Smith et al., 1986). L. Pandolfi 174 to triangolare e la mediofossetta appare chiusa. Inoltre, nel secondo molare non sono più visibili le pieghe vesti- bolari, né eventuali cingula. Lo smalto, a causa dell’usu- ra, è quasi del tutto assente o è ridotto a sottili e piccole placchette sui lati mesiale e distale del secondo molare. 3. COMPARAZIONE E STIMA DELL’ETÀ ALLA MORTE Il cranio rinvenuto a Fosso Malafede presenta ca- ratteri morfologici riscontrabili nel genere Stephanorhi- nus e mostra delle affinità con i crani della specie S. he- mitoechus. In particolare: ٠ la morfologia dell’occipitale; in S. hemitoechus, infat- ti, la cresta occipitale si presenta molto sviluppata verso l’indietro tanto da sporgere ben oltre i condili, la squama occipitale è sub-verticale ed i condili occi- pitali sono rivolti verso il basso (FALCONER, 1868; AZZAROLI, 1962; GUÉRIN, 1980). Questi caratteri, come sopra esposto, sono tutti presenti nel cranio di Fosso Malafede. In S. kirchbergensis, invece, i con- dili occipitali tendono a sporgere verso l’indietro più che la cresta occipitale, molto massiccia (AZZAROLI, 1962; BILLIA, 2006). In S. hundsheimensis (TOULA, 1902) la cresta occipitale è leggermente sporgente verso l’indietro con bordo posteriore concavo al cen- tro e la faccia occipitale, inferiormente, è leggermente obliqua verso l’indietro e il basso (LACOMBAT, 2005); ٠ l’incisura nasale arretrata e la serie dentaria in posi- zione avanzata (AZZAROLI, 1962; GUÉRIN, 1980); nel cranio esaminato, come già visto, la parte anteriore della cavità orbitale è sita sopra M3/, mentre la parte posteriore delle cavità nasali si trova in corrispon- denza della porzione distale di M1/; ٠ morfologia della regione otica; come ben illustrato da LOOSE (1975) la regione otica dei rinoceronti fossili europei mostra alcune differenze, in parte riprese anche da GUÉRIN (1980). In S. hemitoechus, come nel cranio in studio, l’apofisi post-timpanica non è ben evidente e l’apofisi post-glenoidea e quella pa- raoccipitale sono più distanziate che nelle altre spe- cie dello stesso genere. ٠ arcata zigomatica e posizione dell’orbita relativamen- te più alta se paragonato con i crani di S. kirchber- gensis; questo carattere, tipico della specie S. hemi- toechus, è ben descritto e illustrato da AZZAROLI (1962), LOOSE (1975) e GUÉRIN (1980). In aggiunta a tali caratteristiche morfologiche, i va- lori morfometrici ricavabili dal cranio in studio si identifi- cano molto ai corrispettivi valori medi dati da GUÉRIN (1980) per S. hemitoechus (Tab. 1). I valori del diametro trasversale della cresta occipitale e del foramen ma- gnum permettono di distinguere l’esemplare in studio da quelli ascritti a S. hundsheimensis del sito di Isernia La Pineta, mentre meno netta sembra la distinzione con quelli ascrivibili a S. kirchbergensis. Le dimensioni del terzo molare superiore risultano maggiori che in S. hun- dsheimensis e rientrano nel campo di variazione di S. hemitoechus e S. kirchbergensis. Il molare in questione si distingue comunque da quest’ultima specie per una minore ampiezza del lato mesiale in rapporto agli altri valori (Tab. 2). Infine, lo stadio di usura del secondo e del terzo molare superiore, comparata con i corrispondenti stadi di usura dei denti dei rinoceronti attuali riportati da HI- TCHINS (1978) e HILLMAN-SMITH et al. (1986), in partico- lare per quelli africani, Diceros bicornis L. e Ceratothe- rium simum (BURCHELL, 1817), può essere utile per sti- mare l’età di morte dell’animale. Nel cranio in studio, in particolare, il secondo mola- re ha un profilo vestibolare quasi rettilineo e le fossette sono isolate e molto ridotte così come nel terzo molare. In Diceros bicornis, fra i 30 ed i 36 anni di età, il secondo molare presenta le fossette isolate e molto ridotte, men- tre il terzo molare ha uno stadio di usura molto avanzato. In aggiunta, nel secondo molare il profilo dell’ectolofo appare quasi rettilineo, il parastilo è assente ed, in gene- rale, la lunghezza vestibolare tende a ridursi (Hitchins, 1978) (Fig. 3b). In Ceratotherium simum, fra i 30 ed i 38 anni di età, si ha la quasi completa usura del secondo molare con le relative fossette che tendono a scomparire ed un’usura molto avanzata del terzo molare (Hillman- Smith et al., 1986) (Fig. 3c, d). Infine, l’età massima rag- giunta dal rinoceronte nero (Diceros bicornis) in natura è Tab. 2 - Dimensione comparate del terzo molare superiore del cranio di Fosso Malafede (V. 2832) e di S. kirchbergensis, S. hemitoechus e S. hundsheimensis (dati da Fortelius et al., 1993). BL = lunghezza buccale; LL = lunghezza linguale; MB = ampiezza mesiale. Comparative dimensions of the third upper molar of the skull from Fosso Malafede (V. 2832) and of S. kirchbergensis, S. hemitoechus and S. hundsheimensis (data from Fortelius et al., 1993). BL = buccal length; LL = lingual length; MB = mesial breadth. Il cranio di Stephanorhinus hemitoechus … 175 compresa fra i 30 ed i 35 anni, con piccole eccezioni che superano i 35 anni, mentre il rinoceronte bianco (Ceratotherium simum) raggiunge solo in cattività i 40 anni (Hillman-Smith et al., 1986; Nowak, 1999; Brooks, 2002). Da quanto sopra esposto si può attribuire al cra- nio di Fosso Malafede, con le dovute precauzioni, un’età compresa fra i 30 ed i 36 anni e desumere che il rinoce- ronte a cui apparteneva doveva essere un individuo se- nile, probabilmente deceduto a causa dell’età molto a- vanzata. 4. DISCUSSIONE E CONCLUSIONI Rhinoceros hemitoechus fu utilizzato per la prima volta da Falconer per identificare alcuni resti di rinoce- ronte rinvenuti in Gran Bretagna e solitamente il 1868 viene indicato come l’anno di pubblicazione. Una nota nel manoscritto del 1868 afferma però che “The impor- tant essay on Rhin. hemitoechus was written in 1859, but is now for the first time published” (FALCONER, 1868, pag. 309). DAWKINS (1867), tuttavia, riporta il nome della specie di Falconer nella sinonimia di Rhino- ceros leptorhinus OWEN, 1846 affermando che R. hemi- toechus è una specie segnalata da Falconer (1860) nelle cave di Gower (Glamorganshire, Galles) e che deve la propria esistenza alla traduzione della defini- zione di Owen “à narines demi-cloisonnées” in un nome specifico in greco (DAWKINS, 1867). In precedenza GAUDIN (1859), però, affermava che Falconer aveva riconosciuto una nuova specie, R. hemitoechus, nelle cave del Glamorganshire e pertanto, in accordo con quanto riportato da VAN DER MADE (2010), il 1859 viene preso come anno di pubblicazione della specie. Alcuni autori hanno delineato un trend evolutivo per S. hemitoechus nel corso del tempo, basandosi sul- le variazioni nella morfologia e morfometria dei crani e dei denti e delle variazioni di taglia e/o robustezza degli elementi post-craniali (AZZAROLI, 1962; GUÉRIN, 1980; FORTELIUS et al., 1993; LACOMBAT, 2005). In particola- re, AZZAROLI (1962) istituì due sottospecie, una con caratteri meno evoluti per il Pleistocene Medio (D. he- mitoechus falconeri), basata sui crani di Bucine, Mo- sbach e Clacton ed una più evoluta per il Pleistocene Superiore (D. hemitoechus aretinus), basata sui crani di Botro Maspino, Ilford ed altri. GUÉRIN (1980) ammette in realtà come nome valido per le forme del Pleistocene Medio D. hemitoechus hemitoechus, indicando Minchin Hole (cave di Glamorganshire, su cui Falconer istituì proprio la specie) come località tipo della specie nomi- nale. Secondo SUTCLIFFE & BOWEN (1973) e SUTCLIFFE (1981), però, i sedimenti di Minchin Hole, sono riferibili all’interglaciale Eemiano, per cui la sottospecie nomina- le “hemitoechus” andrebbe attribuita alle forme del Plei- stocene Superiore, mentre la sottospecie “falconeri” a quelle del Pleistocene Medio. Inoltre, alcuni dei siti in cui AZZAROLI (1962) segnalava la presenza della forma più evoluta della specie (Botro Maspino, Ponte alla Na- ve) sono stati successivamente riferiti al tardo Pleisto- cene Medio o Pleistocene Superiore (UF di Vitinia sen- su GLIOZZI et al., 1997) (FORTELIUS et al., 1993), per cui, il passaggio dalle forme indicate come “falconeri” a quelle indicate come “hemitoechus” potrebbe essere avvenuto prima dell’inizio del Pleistocene Superiore, presumibilmente intorno al MIS7. D’altronde, anche LACOMBAT (2005), sulla base dei resti post-craniali, ri- porta durante questo periodo un passaggio da forme di taglia più contenuta a forme di taglia decisamente più grande e robusta ed inoltre crani riferibili alla sottospe- cie S. h. hemitoechus vengono segnalati nei depositi lacustri del sito di Neumarck-Nord, correlabile con il MIS7 (VAN DER MADE, 2010). Il cranio in esame mostra caratteristiche compara- bili con i crani di Minchin Hole e Ponte alla Nave, come l’angolo fra il profilo parietale e quello fronto-nasale più accentuato ed un profilo più convesso fra i parietali e la cresta occipitale rispetto ai crani di Clacton e Bucine. In funzione di quanto detto quindi, il cranio di Fos- so Malafede è ascrivibile alla sottospecie S. h. hemitoe- chus, in accordo anche con l’età del deposito in cui è stato rinvenuto. Resti di S. hemitoechus sono segnalati in buona parte dell’Europa centro-meridionale e parte della Gran Bretagna nonché in Nord Africa e Medio Oriente. La presenza di questa specie in Asia sembra al momento molto dubbia; GUÉRIN (1980) riteneva, comunque, che i resti di rinoceronte di Binagad (Azerbaidjan), descritti da Dzhafarov nel 1955, potessero essere riferiti a Diceror- hinus hemitoechus. Nell’Europa continentale le segnalazioni più anti- che riferibili a questa specie sono datate intorno alla seconda metà del Pleistocene Medio (ad esempio in siti come Caune de L’Arago; GUÉRIN, 1980; LACOMBAT, 2005). In Italia la prima presenza di questo rinoceronte veniva segnalata nella breccia ossifera di Slivia, riferibi- le alla UF omonima (compresa fra i 900.000 e gli 800.000 anni BP) (AMBROSETTI et al., 1979; BON et al., 1992; GLIOZZI et al., 1997; PALOMBO, 2004; PALOMBO & MUSSI, 2006). In realtà i reperti presenti nella suddetta breccia meriterebbero un’osservazione più attenta in quanto la morfologia dei denti riportati in BON et al. (1992: fig. 3, pag. 39) si avvicina, a parere dello scri- vente, più a quella di S. hundsheimensis che a S. hemi- toechus (PETRONIO & PANDOLFI, 2008). Inoltre, tali resti venivano riferiti da AMBROSETTI et al. (1979) a forme intermedie fra S. etruscus e S. hemitoechus, parago- nabili alle popolazioni di Voigstedt e Süssenborn, suc- cessivamente ascritte proprio a S. hundsheimensis. A questa specie sono riferibili anche i resti di rinoceronte provenienti dai depositi pleistocenici del Torrente Stiro- ne (800-700 mila anni) ed assegnati da Cigala Fulgosi (1976) a D. hemitoechus. Il cranio proveniente da que- sto sito infatti è comparabile con quello di altri esempla- ri di S. hundsheimensis e presenta, rispetto a S. etru- scus, un angolo fra parietali e frontali più aperto con nasali e frontali più allungati, incisura nasale più lunga e orbite più strette, mentre rispetto a S. hemitoechus presenta una faccia occipitale inferiormente più obliqua verso l’indietro e il basso, con la sommità meno estesa verso l’indietro, un profilo della cresta occipitale conca- vo e, infine, un allargamento posteriore delle arcate zi- gomatiche meno marcato. Una mandibola, completa di serie dentaria, ed a- scritta a S. hemitoechus, viene segnalata nei livelli a sabbie e conglomerati del sito di Cava di Breccia di Ponte Galeria (PETRONIO, 1988), correlabili con un in- tervallo cronologico compreso fra i 750.000 ed i 650.000 anni (PETRONIO & SARDELLA, 1999). La mandibola in questione ed i denti ad essa connessi, presentano però caratteri morfologici e morfometrici comparabili con S. L. Pandolfi 176 hundsheimensis. In particolare, il P/2 presenta la sola valle posteriore ed ha dimensioni relativamente grandi, a differenza della specie S. hemitoechus che presenta, nel medesimo dente, anche una valle anteriore e di- mensioni più contenute (GUÉRIN, 1980; LACOMBAT, 2005). Infine, altro elemento morfologico importante, le valli posteriori di M/2 e di M/3 della mandibola di Ponte Galeria si presentano ad U, mentre in S. hemitoechus la morfologia della valli è quasi esclusivamente a forma di V (GUÉRIN, 1980; LACOMBAT, 2005). Si può aggiungere che non esistono al momento segnalazioni relative a S. hemitoechus in siti riferibili alla UF di Isernia (compresa fra i 650.000 ed i 550.000 anni BP), considerando anche che la segnalazione nel sito di Visogliano (BARTOLOMEI et al., 1977; FORTELIUS et al., 1993) è stata poi riferita a S. hundsheimensis da AB- BAZZI et al. (2000) e SARDELLA et al. (2006). Infine, un frammento di mandibola con M/1 ed M/2 proveniente dai depositi fluviali di Monte Verde (Roma) può essere attribuita a S. hemitoechus per la presenza, nei molari, di valli linguali a forma di V, di cingula linguali e per la differenza quasi nulla in altezza fra le basi delle suddette valli (cfr. LACOMBAT, 2006). Per la presenza di Bos primigenius ed Ursus deningeri, i depositi in que- stione vengono correlati con la UF di Fontana Ranuccio (sensu GLIOZZI et al., 1997; DI STEFANO et al., 1998). In realtà i reperti sono stati raccolti all’inizio del secolo scorso da terrazzi del Tevere; di questi rinvenimenti tut- tavia non si conosce la posizione stratigrafia e non si è certi nemmeno della precisa provenienza. Resti attribuibili a S. hemitoechus sono segnalati a partire dalla UF di Torre in Pietra (sensu GLIOZZI et al., 1997). In particolare, questa specie è presente nei livelli inferiori di Torre in Pietra, a Castel di Guido, Cre- tone e Malagrotta (CAPASSO BARBATO & PETRONIO, 1981; CALOI & PALOMBO, 1978, 1979; DI STEFANO et al., 1998; DI CANZIO et al., 2003). S. hemitoechus risul- ta ben rappresentato nelle associazioni faunistiche rife- rite anche alla UF di Vitinia (sensu GLIOZZI et al., 1997) come quelle rinvenute nei depositi di Monte Sacro, Pra- ti Fiscali e Tor di Quinto (DI STEFANO et al., 1998). Re- centemente, PALOMBO et al. (2003), sulla base di nuo- ve interpretazioni stratigrafiche e datazioni radiometri- che di alcuni siti dell’area urbana di Roma, suggerisco- no di destituire la UF di Vitinia e di riferire tutti i com- plessi faunistici del tardo Pleistocene Medio del Lazio alla UF di Torre in Pietra. Questo perché i bioeventi che caratterizzano la UF di Vitinia così come formalizzata da GLIOZZI et al. (1997) sarebbero predatati e la UF di Torre in Pietra, nella sua nuova definizione, sarebbe caratterizzata dalle prime comparse di Canis lupus L., Ursus spelaeus ROSENMÜLLER & HEINROTH, 1794, Me- galoceros giganteus BLUMENBACH, 1799, Dama dama tiberina DI STEFANO & PETRONIO, 1997 e dalla persi- stenza di Dama clactoniana (FALCONER, 1868) (PA- LOMBO et al., 2003). La nuova UF di Torre in Pietra comprenderebbe così tutte le associazioni faunistiche rinvenute nei depositi riferibili alle Formazioni Aurelia e Vitinia o nelle sequenze deposizionali di quarto ordine PG6 (MIS10-8) e PG7 (MIS8-6) descritte da MILLI (1997). Di conseguenza, l’intervallo temporale definito dalla UF di Torre in Pietra risulta dilatato rispetto a quanto riportato da GLIOZZI et al. (1997). Fortunata- mente, il cranio in esame proviene da depositi riferibili alla Formazione Vitinia (MIS7), per cui, in questo caso, l’età relativa del reperto rimane invariata, così come rimane invariata l’età dei reperti provenienti dai livelli inferiori del sito di Torre in Pietra, riferibili alla Forma- zione Aurelia. Diversa è invece la situazione per siti come Cretone, Tor di Quinto e Monte Sacro, i cui de- positi, al momento, non risultano inquadrabili in una delle due Formazioni; i siti in questione sono quindi cor- relabili con un intervallo temporale che va dal MIS10 al MIS6. Probabilmente, ulteriori analisi morfologiche e morfometriche dei resti di rinoceronte provenienti dai suddetti siti permetterà di riferire gli stessi ad uno degli stadi evolutivi di S. hemitoechus che caratterizzano il Pleistocene e quindi correlare i siti in questione con un intervallo temporale più ristretto. In accordo quindi con quanto sopra discusso, la comparsa di S. hemitoechus in Italia andrebbe, al mo- mento, a collocarsi con certezza all’inizio dell’Età a Mam- miferi Aureliano (UF di Torre in Pietra) in depositi riferibili alla Formazione Aurelia (MIS10-8). BIBLIOGRAFIA ABBAZZI L., FANFANI F., FERRETTI M.P., ROOK L., CATTA- NI L., MASINI F., MALLEGNI F., NEGRINO F. & TOZZI C. (2000) - New human remains of archaic Homo sapiens and Lower Palaeolithic industries from Vi- sogliano (Duino Aurisina, Trieste, Italy) - Journal of Archaeological Science, 27, pp. 1173-1186. AMBROSETTI P., BARTOLOMEI G., DE GIULI F., FICCARELLI F. & TORRE D. 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