Imp.Rosskopf& INDAGINI GEOARCHEOLOGICHE INTEGRATE NEL MOLISE CENTRALE (ITALIA MERIDIONALE): IL PONTE ROMANO DI TUFARA Carmen Maria Rosskopf 1, Gianfranco De Benedittis 2 & Paolo Mauriello1 1 Dipartimento di Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e il Territorio, Università degli Studi del Molise - rosskopf@unimol.it; mauriello@unimol.it; 2 Facoltà di Scienze Umane e Sociali, Università degli Studi del Molise - cfbyad@tin.it RIASSUNTO: Rosskopf et al., Indagini geoarcheologiche integrate nel Molise centrale (Italia meridionale): Il ponte romano di Tufara. (IT ISSN 0394-3356, 2007). Sebbene il Molise si stia rivelando una regione di straordinaria ricchezza archeologica, le conoscenze ad oggi circa la distribuzione spazio-temporale degli insediamenti e delle relative manifestazioni economico-culturali sono del tutto lacunose. Ciò pone in chiara luce la difficoltà di mettere i dati archeologici in relazione ai contesti e cambiamenti ambientali, e di valutare l’influenza di questi ultimi sulle vicende umane. Il presente lavoro illustra una delle prime esperienze di indagine geoarcheologica integrata effettuate nell’area del Molise centrale. Tale indagine si è basata su un approccio integrato di analisi archeologiche, geofisiche e geomorfologiche. La struttura che è stata indagata è localizzata nella medio-bassa valle del fiume Fortore in località Pesco del Ponte, Comune di Tufara (Italia meridionale), ed è emersa solo di recente a seguito di un evento alluvionale avvenuto nel gennaio del 2003. Si tratta di resti di un ponte che è possibile riferire, in base alla tecnica di lavorazione dei blocchi utilizzati, all’epoca tardo-repubblicana (II - I sec. a.C.). Sui resti romani si sovrappongono lacerti in muratura e malta che sono da riferire ad un rifacimento della struttura in epoca medioevale. Si tratta di una scoperta molto interessante considerando che l’esistenza di tale ponte è di forte sostegno all’ipotesi, supportata anche da altri dati, della presenza, già in epoca repubblicana, di una strada che attraversava l’alveo del Fortore proprio all’altezza del ponte. In base all’analisi delle fonti letterarie e storico-cartografiche, tale strada potrebbe essere stata una delle due principali arterie che tro- vavano nel centro dell'antico abitato di Saepinum il loro punto d'incontro. Allo scopo di valutare la prosecuzione nel sottosuolo della stessa struttura del ponte e/o della collegata viabilità sono stati effettuati dei profili geoelettrici dipolari che hanno consentito la restitu- zione di sezioni di probabilità di occorrenza di anomalie di resistività nel sottosuolo a varie profondità. Le anomalie riscontrate indica- no chiaramente la presenza nel sottosuolo, a poca profondità, di una struttura che va presumibilmente identificata con la prosecuzio- ne del ponte. Le indagini geomorfologiche hanno consentito di evidenziare che la dinamica fluviale ha profondamente influito sulle condizioni di stabilità dell’alveo del Fortore in tempi storici attraverso una serie di fenomeni di aggradazione e incisione e conseguenti variazioni altimetriche del fondovalle. In particolare, a partire da un livello del fondovalle posto a ca. - 3 m dall’attuale, cui si collega la struttura del ponte romano, si ricostruiscono almeno tre episodi di alluvionamento che hanno portato prima al danneggiamento e poi alla distruzione e al seppellimento del ponte romano e della sovrastante struttura medievale. L’innalzamento complessivo del fondo- valle dall’epoca repubblicana a quella medievale è stimabile in ca. 6 m. In sintesi, le indagini geofisiche e geomorfologiche hanno dato un valido contributo alla interpretazione del sito archeologico, le prime andando a costituire la base per eventuali scavi futuri od azioni di recupero, le seconde nel caratterizzare il contesto morfologico e morfodinamico in cui si inseriscono le vicende del ponte di Tufara. Viceversa, il contesto archeologico locale ha dato un contributo importante all’inquadramento cronologico delle fasi morfoevolutive ricostruite e alle considerazioni sulla possibile influenza esercitata da fattori climatici e antropici. ABSTRACT: Rosskopf et al., Integrated geoarchaeological investigations in the central Molise (Southern Italy): the Roman bridge of Tufara. (IT ISSN 0394-3356, 2007). Although the Molise region is being discovered to be of exceptional value as to his archaeological and historical heritage, the frame about the spatial-temporal distribution of settlements and related economical-cultural expressions is full of gaps. This circumstance clearly evidences the difficulties to relate archaeological data to the environmental contexts and changes and to investigate the influen- ce of the latter ones on human events. The present paper illustrates one of the first experiences of geoarchaeological investigation in the central Molise area region which is based on an integrated approach of archaeological, geophysical and geomorphologic analyses. The structure which has been investigated is localized in the medium-lower valley of the Fortore river in locality Pesco del Ponte, muni- cipality of Tufara (Southern Italy). At this site, remains of a Roman bridge were exposed along the left bank of the Fortore river after a flood event in January 2003. Said remains consist in a pillar of a bridge which can be dated, on the basis of the technique used for the working of the rock blocks, to the Republican age (II-I centuries BC). Superimposed on the Roman remains are remnants of a brick work with mortar which indicate a remaking of the bridge in Medieval times. The discovery of the Roman bridge is very interesting as it documents the presence of a road crossing the Fortore river just there. As suggested by the analysis of literature and cartographic- historical documents, that road could be one of the two main ones that met within the centre of the ancient Saepinum. It gives further evidence of the strategic role the Fortore valley played in historical times as the natural connection between the Sannium to the west and the Daunia to the east. To evaluate the prosecution of the bridge structure in the sub-soil, electric vertical soundings based on the dipolar method have been carried out. These soundings have allowed the restitution of tomographic sections showing the anomalies in resistivity at different depths. The reconstructed anomalies clearly evidence the presence, at a few meters depth, of a structure which can be most probably identified with the prosecution of the bridge. Geomorphologic analyses have allowed us to evidence that fluvial dynamics has greatly influenced the stability of the valley bottom in historical times. A number of important variations in height of the valley floor related to alternating phenomena of valley incision and filling could be reconstructed. Particularly, beginning from a valley floor level at about – 3 m from the present one, on which the Roman bridge was constructed, at least three events of flooding could be reconstructed which first caused the damaging of the bridge and then the destruction and burial of the Roman and the superimposed Medieval structure cumulating a valley aggradation of about six meters. In synthesis, the geophysical and geomorphologic analyses have contributed in a significant way to the interpretation of the archaeological site, the first approach by giving valid indications about the probable prosecution of the bridge, useful for future excavation, the second one by allowing to detail the morphologic and dynamic contexts which have characterised the Fortore valley floor from Roman to late Medieval times. On the other hand, the archaeological data have given an essential contribution to define the chronological frame of the reconstructed sequence of events, and therefore also to the investigation into the role of human or climatic factors. Parole chiave: geoarcheologia, morfologia e dinamica fluviale, fiume Fortore, Molise, periodo storico. Keywords: geoarchaeology, fluvial morphology and dynamics, Fortore river, Molise, historical period. Il Quaternario Italian Journal of Quaternary Sciences 19(2), 2006 - 241-252 242 C.M. Rosskopf, G. De Benedittis & P. Mauriello 1. PREMESSA Il Molise costituisce una regione di straordinaria ricchezza archeologica ancora poco conosciuta. A pre- scindere, infatti, da una serie di siti archeologici più noti e studiati (es. il sito paleolitico di Isernia La Pineta (PERETTO, 1996) e dalle pur numerose segnalazioni di ritrovamenti, purtroppo spesso non meglio documenta- ti, esiste ad oggi un quadro del tutto lacunoso circa la frequentazione del territorio molisano nelle diverse epo- che storiche. A ciò è collegata di conseguenza la diffi- coltà di ricostruire oltre alle singole vicende e forme insediative i contesti e cambiamenti ambientali in cui queste si inseriscono. Il presente lavoro illustra una delle prime espe- rienze di indagine geoarcheologica integrata effettuata nell’area del Molise centrale (Fig. 1). Oggetto dell’inda- gine sono i resti di un ponte romano la cui segnalazione è dovuta all’associazione culturale locale A’ Ficurell di Tufara (Provincia di Campobasso). Lo studio effettuato è stato finalizzato sia ad una migliore conoscenza del sito archeologico in esame sia ad un suo inquadramento ambientale. L’area di indagi- ne ricade nella valle del fiume Fortore che nel passato ha goduto di grande importanza, avendo rivestito un carattere strategico specie in epoca preromana per essere il naturale collegamento tra il Sannio ad ovest e la Daunia ad est. Ciò mette inoltre in rilievo, come anche documentato dalle scoperte archeologiche finora effettuate, l’importanza che nel passato hanno assunto gli assi fluviali nel favorire gli spostamenti da e verso la costa adriatica. 2. INDAGINI ARCHEOLOGICHE Nonostante in questi ultimi anni si siano intensifi- cati gli studi sui ponti presenti nel Molise (AMBROSETTI, 1958; MONACO, 1989; GALLIAZZO, 1994; MARINO, 1996; PELOSI & SABELLI, 1996; CAIAZZA, 1997; MATTEINI CHIARI, 1997), c’è ancora molto da fare; ne è una riprova il ponte di recente scoperto in agro di Tufara sul fiume Fortore, in località Pesco del Ponte (Fig. 2), toponimo a cui in precedenza non era collegato nessun elemento strutturale a vista. La sua acquisizione è recente quanto fortunosa: il ponte è stato infatti messo in luce a seguito di un recente evento alluvionale avvenuto nel gennaio 2003, allorché la piena fluviale ha causato l’erosione della sponda sinistra del fiume Fortore fino a far emer- gere parti di esso. Le indagini e le rilevazioni svolte hanno consentito l’identificazione dei materiali costruttivi nella pietra cal- carea proveniente da cave dell’alta valle del Fortore. Le caratteristiche del litotipo sono la grana molto fine, una bassa porosità e una buona resistenza meccanica. L’apparecchio esterno del ponte è caratterizzato da Fig. 1 - Ubicazione dell’area studiata (vedi riquadro) e del ponte romano di Tufara. Il tratto in grigio rappresenta la viabilità romana ipo- tizzata che collegava la valle del Fortore (con il passaggio sul fiume in corrispondenza del ponte di Tufara), attraverso i Monti del Sannio, con l’antico Saepinum. Su sfondo grigio vengono evidenziate le antiche città romane collegate o no a tale viabilità. Location of the study area (framed area) and the Roman bridge of Tufara. The grey tract represents the hypothetic Roman road which connected the Fortore valley (crossing the river at the Tufara bridge), through the Sannium Mountains, with the ancient Saepinum. The grey backgrounds evidence the ancient Roman towns connected or not to said road. 243Indagini geoarcheologiche integrate ... conci perfettamente squadrati e ben rifiniti nelle superfi- ci di contatto, mentre nelle superfici a vista presenta la tecnica del bugnato (Fig. 3). E’ evidente l’alternanza di elementi lapidei a grande taglia con altri di altezza minore, ma esuberanti in lunghezza. I blocchi si collo- cano in corsi differenti e, pur essendo perfettamente riquadrati e tagliati nelle superfici di contatto presenta- no zeppe disposte regolarmente tra le superfici di con- tatto. Nella parte superiore le murature sono caratteriz- zate da conci di dimensioni variabili, regolari nel taglio ma non nella lavorazione. Le sensibili differenze di materiali e di apparecchio utilizzate lasciano pensare a due fasi costruttive cronologicamente successive più che a rimaneggiamenti. Il rilievo (Fig. 4) e le indagini in situ non solo hanno messo in luce gli aspetti relativi alla fabbrica (materiali utilizzati, tecniche costruttive, sequenze degli interventi di trasformazione), ma anche alcuni processi di degrado presenti sulle superfici a vista del pilastro dovute al dilavamento delle acque fluviali con conse- guente corrosione lineare delle superfici (oggi allisciate) lì dove compare il bugnato e dilatazione in alcuni punti degli spazi tra le superfici di contatto. Sulla parte alta dove cambia la tecnica muraria caratterizzata da ampio uso di legante, le disgregazioni e le fratture sono molto evidenti; qui manca traccia del paramento originario. E’ visibile solo parte dei due muri d’accompagna- mento disposti obliquamente rispetto al muro di testa con cui le murature non trovano soluzione di continuità; il muro di testa presenta una cornice d’imposta conti- nua formata da grossi blocchi con aggetto a gola dritta su cui si sovrappone un ampio listello appena sporgen- te e con superficie ruvida; la sporgenza non trova conti- nuità nei muri d’ala dove la cornice scompare, ma non il blocco su cui si dispone, che continua anche nel muro d’ala. Sulla faccia superiore del muro d’ala di sinistra compare un tratto di blocchi allineati che sembra sepa- rarla dalla muratura del muro di testa; ciò lascia presu- mere una diversa fase costruttiva dei due corpi; i muri d’accompagno che correvano lungo la sponda del fiume sono tuttavia in parte ancora coperti da sedi- menti fluviali; ciò non consente una lettura più comple- Fig. 2 - Stralcio topografico semplificato del tratto di fondoval- le studiato (tratto dalla tavoletta I.G.M.I. Volturara Appula (F. 163, III NO) in scala 1:25.000). Topographic simplified sheet of the studied valley floor sector (drawn from I.G.M.I. topographic sheet Volturara Appula (F. 163, III NO) in scale 1:25.000). Fig. 3 - Il ponte di Tufara appena esposto a seguito dell’alluvione del gennaio 2003. La freccia indica un frammento di muratura della struttura medievale. A view of the Roman bridge of Tufara imme- diately after the flood event in January 2003. The arrow indicates a fragment of the walling of the Medieval bridge structure. 244 ta. Il pilone è costruito con grossi conci squa- drati e con faccia vista bugnata, tecnica che compare nei ponti roma- ni prevalentemente di epoca tardo-repubblica- na (II-I sec. a.C.); della struttura resta un’ampia cornice d’imposta che separa il pilone dall’arca- ta, di cui rimane solo qualche traccia; il muro di testa misura 4,4 m, corrispondenti a 15 piedi romani; non è possibile recuperare altre dimen- sioni utili in quanto buona parte della struttu- ra è coperta dal limo flu- viale, ma la posizione della cornice d’imposta lascia presumere che la parete sia molto più alta di quanto emerge dal fondo fluviale (1,5 m compresa la cornice). Nel terreno circostante sono stati rinvenuti fram- menti di pareti relative a vasi a vernice nera cronologi- camente riferibili al II - I sec. a.C. per tipo di argilla e vernice. A breve distanza dall’area del ponte, presso lo sbocco del vallone Teverone (Fig. 2), durante i lavori agricoli è stata trovata una tomba di epoca ellenistica; del corredo si è salvata una coppa a vernice nera quasi integra, risalente alla fine del IV – inizio III sec. a.C. Sul versante destro del fiume, sulla collina che affaccia sul ponte, è inoltre da ricordare la presenza di una villa romana attestata non solo da ruderi, ma anche da un tesoretto di monete repubblicane rinvenuto alcuni anni or sono (CEGLIA, 1984). L’area, dunque, appare fre- quentata in epoca repubblicana, periodo a cui rimande- rebbe la tecnica di lavorazione dei blocchi utilizzati per la costruzione del ponte di Tufara. Il ponte permette di ipotizzare, già in epoca repubblicana, la presenza di una strada di cui non ave- vamo alcun dato, almeno apparentemente. In effetti, la rilettura della principale fonte cartografica per conosce- re la viabilità romana, la Tabula Peutingeriana (copiata nel XII-XIII secolo AD da un originale del IV secolo d.C., e giunta a noi attraverso varie edizioni fino a quella più moderna di WEBER (1976) cui si fa riferimento per il pre- sente lavoro), propone una strana descrizione: lì dove compare il toponimo Hercul' Rani, (Segmento VI, 3), c’è anche un castelletto (in genere indicativo di un munici- pium) in cui viene riconosciuta Aecas, città romana cor- rispondente all'attuale Troia. La rappresentazione grafi- ca, considerando che ci troviamo di fronte ad una copia medioevale di un originale romano, potrebbe permet- terci di ipotizzare che il copista abbia erroneamente sovrapposto due tratti indicanti due vie romane diverse. La lettura della Tabula Peutingeriana consente quindi, anche se con la dovuta cautela, di ipotizzare l’esistenza di una strada di cui farebbe parte il nostro ponte roma- no (Fig. 1); considerando che la Tabula Peutingeriana è datata al IV sec. d.C, è da presumere che il ponte sia stato utilizzato per tutta la fase imperiale. Oltre ai dati strutturali, sull’esistenza del ponte in epoca medioevale, sono da ricordare una serie di altre fonti storiche: • tra i documenti conservati nell'archivio di Monte Cassino (DELL’OLMO, 2000) ve ne sono tre che si riferi- scono a tre diverse donazioni di chiese fatte da Nobilone, conte del castello di Vipera, i cui resti sopravvivono sulla cima omonima posta tra Gambatesa e Tufara, paese quest’ultimo (Fig. 1) nel cui territorio ricade il nostro ponte. Nel primo docu- mento, datato al 1070 (BLOCH, 1989; DELL’OLMO, 2000) tra gli elementi utilizzati per individuare i limiti del territorio donato si parla di una Via Beneventana, denominazione a noi nota, ma riferita ad un altro trat- to di strada che, partendo dall'antica città romana di Saepinum, portava a Benevento (CUOZZO & MARTEN, 1998). L'identità di denominazione fa presupporre che in epoca medioevale lungo la valle del torrente Tappino (uno dei principali tributari sinistri del fiume Fortore, Fig. 1) passasse un'arteria viaria che, prove- nendo da Benevento e passando per Saepinum, giungesse al fiume Fortore. • In un documento del XIII secolo che riguarda Jelsi, paese posto a breve distanza da Tufara e ubicato nella valle del torrente Tappino, si parla ancora di una via publica che passa per la località Pantaneto, forse presso la località Cantalupo (AMELLI, 1903). • Il percorso sul versante meridionale è denominato via di S. Angelo in un testo della metà del XIII secolo (AMELLI, 1903), denominazione che fa riferimento alla chiesa di S. Angelo posta su un rilievo collinare (M. S. Angelo, Fig. 1) in destra del Fortore di fronte al ponte. • Sulla via in terra battuta ai margini della quale è la chiesa di S. Angelo, in direzione di S. Bartolomeo in Galdo (Fig. 1), c’è un’iscrizione posta su una roccia che si erge a metà percorso denominata Pietra Cruciata, su cui sono incise le lettere R(egio) B(raccio) S(an) B(artolomeo) su due linee; la forma delle lettere permette di far risalire l’iscrizione a non oltre il XVII secolo e documenta la presenza di un braccio trattu- rale diversamente a noi sconosciuto. • Il ponte di Tufara è inoltre ricordato il 30 giugno 1440 quale spettatore di un conflitto tra Aragonesi e Angioni (DI COSTANZO, 1735; MASCIOTTA, 1915). Fig. 4 - Il ponte di Tufara: rilievo delle emergenze. A view of the structural features of the Tufara bridge. C.M. Rosskopf, G. De Benedittis & P. Mauriello 245 I dati elencati ci consentono di parlare della pre- senza del ponte ancora in epoca medioevale tra il 1070 ed il 1440; per il periodo successivo non compaiono altre notizie se non il suo ricordo nel toponimo Pesco del Ponte, conservato da uno spuntone di roccia posto a poca distanza dai ruderi. 3. INDAGINI GEOFISICHE Le prospezioni geofisiche nella zona del ponte romano di Tufara sono state condotte nell’ambito delle attività del Corso di Laurea in Scienze dei Beni Culturali ed Ambientali dell’Università degli Studi del Molise. L’esigenza era quella di ottenere indicazioni sulla strut- tura del sottosuolo fino alla profondità di diversi metri. Avendo i terreni superficiali dell’area in esame conduci- bilità elettriche relativamente elevate è stata scartata l’i- potesi di effettuare indagini georadar che non sono in grado di fornire un’adeguata profondità di investigazio- ne. Si è quindi scelto di procedere con una serie di pro- spezioni geoelettriche che, pur essendo in generale meno speditive, hanno una profondità di investigazione notevolmente superiore (MAURIELLO, 2002). Il metodo geoelettrico consiste nella determina- zione sperimentale della distribuzione di resistività caratterizzante la struttura elettrica del sottosuolo. Il principio fisico del metodo è il seguente: una corrente elettrica è inviata nel sottosuolo tramite una coppia di elettrodi (elettrodi energizzanti) e la risultante distribu- zione di potenziale elettrico indotto è determinata trami- te un’altra coppia di elettrodi (elettrodi riceventi) con- nessi ad un voltmetro. Ogni disomogeneità presente nel sottosuolo, e per disomogeneità s’intendono corpi a diversa capacità di conduzione elettrica, viene rilevata dal fatto che essa deflette le linee di corrente e distorce pertanto la normale distribuzione di potenziale elettrico. In definitiva, misurando la caduta di potenziale su due punti arbitrari, si è in grado di determinare la resistività elettrica del sottosuolo moltiplicando il rapporto tra la caduta di potenziale e la corrente inviata per un coeffi- ciente geometrico dipendente dalla disposizione degli elettrodi sul terreno. Variando la posizione del dispositi- vo elettrodico sull’area da investigare si ottiene la determinazione della distribuzione di resistività nel volu- me interessato dalla circolazione di corrente elettrica. Come già accennato, in generale la prospezione geoelettrica è meno speditiva di quella georadar e magnetometrica ma possiede, oltre ad una maggiore profondità di investigazione, anche un’affidabilità del risultato notevolmente superiore in qualsiasi condizione logistica del terreno. Per ovviare al problema della limitata velocità di acquisizione, nella prospezione in esame è stato ado- perato un sistema di acquisizione dei dati interamente progettato all’interno dell’Università del Molise e dell’Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali del CNR di Roma. Il sistema è composto da: 1) un generatore di onde quadre a frequenza di 33Hz (in modo da evitare qualunque disturbo dovuto alle linee elettriche e di ottenere tempi di misura rapidissimi); 2) un ricevitore di segnali con integrati un filtro passa- banda e una scheda di acquisizione ed elaborazione; 3) un dispositivo di trasmissione tramite radio-modem dei segnali di controllo tra ricevitore e generatore: ciò ha permesso di eliminare qualsiasi tipo di cavo tra le due unità rendendo il sistema di acquisizione estremamente compatto e maneggevole. Per ottenere informazioni più rigorose sulle reali ubicazioni delle anomalie riscontrate, i dati sono stati sottoposti ad una procedura di inversione tomografica 3D (MAURIELLO & PATELLA, 1999) con il risultato finale della restituzione di sezioni reali di probabilità di occor- renza di anomalie di resistività nel sottosuolo. Queste rappresentano la probabilità che in ogni punto del sot- tosuolo esista un’anomalia di resistività rispetto al modello di riferimento che genera l’intero set di dati misurati. Nelle sezioni orizzontali estratte a varie profon- dità valori positivi più alti sono relativi a zone con alta probabilità di presenza di anomalie positive di resistività rispetto al modello medio di riferimento, mentre, al con- trario, valori negativi sono relativi a zone con alta pro- babilità di presenza di anomalie negative di resistività. I risultati delle indagini geoelettriche eseguite presso il ponte di Tufara sono illustrati in Figura 5 dove Fig. 5 - Tomografie di resistività alle profondità di 1, 2 e 3 metri dal piano campagna. Tomographic resistivity slices at depths of 1,2 and 3 meters below the topographic surface. Indagini geoarcheologiche integrate ... 246 sono riportate tre sezioni orizzontali di probabilità di occorrenza di anomalie di resistività. Le zone a più alta resistività, caratterizzate cioè da colori verso il rosso, sono quelle in cui è più alta la probabilità di trovare anomalie rilevanti, correlabili quindi a strutture di attra- versamento o a resti di tracciati viari. In conclusione, le sezioni tomografiche, riportate in coordinate chilometriche (sistema Gauss-Boaga), mostrano chiaramente, soprattutto nella sezione relati- va alla profondità di 1 m, la presenza nel sottosuolo di una struttura che va presumibilmente identificata con la prosecuzione del ponte. 4. INDAGINI GEOMORFOLOGICHE Le indagini geologico-geomorfologiche sono state estese ad un piccolo tratto del fondovalle attuale del fiume Fortore, lungo ca. 3 km, al cui interno si situano ad una quota di 235 m s.l.m. i resti del ponte romano, e alle superfici terrazzate sospese fino ad un massimo di poco più di 20 m sul fondovalle attuale. Il tratto di fon- dovalle in esame è caratterizzato da una morfologia tipicamente piatta, legata alla sua origine aggradazio- nale. Esso presenta una larghezza piuttosto ridotta di ca. 300 m in corrispondenza del ponte romano, per poi allargarsi progressivamente fino a raggiungere ca. 900 m presso la confluenza del torrente Teverone, posta 2 km più a valle. Lungo i fianchi vallivi affiorano in prevalenza terre- ni argillosi (VEZZANI et al., 2004) riferibili rispettivamente alla formazione delle Argille del F. Fortore di età messi- niana ed alle Argille Scagliose (Cretacico superiore - Miocene inferiore). Quest’ultime, ben note in letteratura come Argille Varicolori (MELIDORO, 1971), sono riportate con la sigla av nel Foglio n. 162 della Carta Geologica d’Italia. Subordinatamente sono presenti, inoltre, terreni a prevalente componente sabbioso-arenacea riferibili alla formazione delle Sabbie di Valli (VEZZANI et al., 2004), mentre terreni calcarei affiorano soltanto nelle porzioni alte del bacino del Fortore. I depositi quaternari affioranti nell’area di studio sono costituiti in prevalenza da depositi fluviali, e localmente da depositi colluviali e cumuli di frana. I primi sono presenti sia nell’area del fondovalle attuale, sia in corrispondenza delle superfici terrazzate (vedi oltre) presenti ai suoi lati, e sono rap- presentati da ghiaie, generalmente di dimensioni da centimetriche a decimetriche, sabbie e limi. Lungo i bordi del fondovalle attuale si rinvengono dei cumuli di frana derivanti da fenomeni semplici (scivolamenti e colamenti) o complessi (soprattutto del tipo scivola- mento-colata) che hanno interessato in prevalenza la formazione delle Argille Scagliose. Una visione molto schematica, prospettica, della morfologia del tratto vallivo in esame è illustrata in Figura 6 che mette in evidenza le posizioni occupate dall’alveo e dalla piana alluvionale del Fortore in vari momenti della sua evoluzione più recente, evidenziate da diversi ordini di superfici terrazzate (I, II, VI, VII e VIII) poste a varie quote sull’alveo attuale del fiume (IX). Nell’area di studio non si rinvengono lembi di ter- razzi fluviali sospesi oltre 5 m sulla quota del fondovalle attuale, ma soltanto lembi di corpi di conoide. Ciò pro- babilmente è dovuto, da un lato, alla elevata instabilità dei fianchi vallivi, impostati in prevalenza su terreni argillosi, e alla conseguente diffusa presenza di feno- meni franosi anche di grandi estensioni, e dall’altro anche alla durata piuttosto limitata delle soste del fiume a determinate quote nel corso dell’approfondimento dell’incisione valliva. Le superfici terrazzate rinvenute a quote più elevate (per semplificazione indicate come un unico ordine I in Figura 6), sospese tra 22 m e 10 m sul livello dell’alveo attuale, costituiscono i resti di diverse generazioni di conoidi. In particolare, allo sbocco del vallone Teverone si riconoscono almeno due generazio- ni, tra loro incastrate. Queste conoidi evidenziano importanti fasi di deposizione detritica agli sbocchi dei principali valloni tributari (valloni Teverone e Canneto) presenti nel tratto di fondovalle in esame, che hanno temporaneamente bilanciato la prevalente tendenza all’incisione del fiume Fortore e il conseguente progres- sivo abbassamento del livello del fondovalle. La loro genesi appare collegabile, in prima ipotesi, considerato anche l’entità del successivo approfondimento del fon- dovalle, e in analogia a quanto documentato da vari studi per l’Italia centro-meridionale, a fasi di deteriora- mento climatico che hanno caratterizzato il Pleistocene superiore in generale e l’Ultimo Massimo Glaciale (LGM, OROMBELLI et al., 2005) in particolare (BASSO et al., 1996; CINQUE et al., 1997; COLTORTI, 1997; SCARCIGLIA et al., 2003). Allo sbocco del vallone Teverone sono stati rilevati (località Ischia dei Molini, Fig. 2), ancora altri lembi di conoide, frontalmente troncati e terrazzati tra 5 e 10 m sul livello dell’alveo, riferibili ad almeno due ordini. Queste conoidi sembrano correlarsi a fasi morfoevolutive molto più recenti, ma la frammentarietà delle evidenze morfologiche non permette di proporre delle correlazioni con i terrazzi alluvionali discussi qui di seguito. In base alla sequenza degli eventi ricostruita, il fondovalle, in un periodo non ben inquadrabile cronolo- gicamente, ma certamente pre-classico (vedi oltre), si era già stabilizzato ad una quota di ca. 5 m sull’alveo attuale (superficie terrazzata di II ordine, presso Masseria Colella, Figure 6 e 7). Tuttavia, non è possibile stabilire, se questa sua posizione altimetrica fosse sem- plicemente il risultato di una fase di stasi dell’approfon- Fig. 6 - Rappresentazione schematica della morfologia del fon- dovalle del Fortore nell’area di studio. I, II, VI, VII, VIII: vari ordi- ni di superfici di origine fluviale; IX: l’alveo attuale; 1*: Masseria Colella. Schematic representation of the Fortore valley floor morpho- logy in the study area. I, II, VI, VII, VIII: different orders of allu- vial surfaces; IX: present river bed; 1*: Masseria Colella. C.M. Rosskopf, G. De Benedittis & P. Mauriello Fig. 8 - Ca- r a t t e r i s t i c h e delle succes- sioni fluviali riferibili ai livelli IV-VI affioranti lungo la spon- da sinistra del fiume Fortore nel tratto a monte del ponte. La linea t r a t t e g g i a t a segna l’orlo superiore della piccola scarpa- ta che separa le superfici terraz- zate di II e VI ordine. Features of the fluvial sequences related to levels IV-VI outcropping along the left bank of the Fortore river upstream of the bridge. The dashed line shows the upper edge of the little scarp separating the terrace surfaces of II and VI order. dimento progressivo del fondovalle, o invece frutto di una temporanea tendenza all’aggradazione. Di certo, il fatto che il terrazzo di Masseria Colella risulti impostato su una successione di ghiaie con clasti poligenici da sub-arrotondati a ben arrotondati e di dimensioni piut- tosto omogenee (prevalentemente tra 10 e 20 cm di diametro), immersi in matrice sabbioso-limosa, consen- te di escludere fenomeni di aggradazione del tutto loca- li, come quelli causati da fenomeni di sbarramento della valle per frana. In un momento successivo avviene una ripresa della tendenza all’incisione del fondovalle, che porta ad una cambiamento significativo della sua morfologia ed alla situazione topografica in cui trova collocazione la struttura del ponte romano. Questa fase di incisione (ed eventuale suc- cessivo alluvionamento?) porta l’alveo a stabilirsi, prima del II secolo a.C., ad una quota di almeno - 3 m rispetto al suo livello attuale (superficie di III ordine, Fig. 7), causando il ter- razzamento della superficie di II ordine. Questa fase di terrazza- mento, come testimonia il ritro- vamento sul terrazzo di Masseria Colella di resti di cera- mica riferibile a fine IV – inizio III secolo a.C., è databile almeno all’inizio dell’epoca ellenistica. Dopo la costruzione del ponte romano il fondovalle del Fortore è interessato da una fase di aggradazione che causa l’innalzamento dell’alveo di ca. 3 m (superficie di IV ordine, Figure 7 e 8) e il danneggiamento del ponte che viene parzialmente seppellito da un deposito ghiaioso, costituito da clasti poligenici di dimensioni general- mente entro il decimetro immer- si in matrice sabbioso-limosa, che chiude verso l’alto con uno strato spesso pochi decimetri di limo argilloso debolmente pedogenizzato (Fig. 9). Questa fase di aggradazione, in base ai dati archeologici precedente- mente esposti, è inquadrabile nella seconda metà del I millennio d.C. Il ponte, dopo il suo rifacimento in epoca medioe- vale intorno all’anno mille, come testimoniato dalla tec- nica di costruzione impiegata e dalle più antiche cita- zioni in letteratura, è soggetto ad almeno due episodi alluvionali, ben documentati dai depositi ghiaioso-sab- biosi e limosi esposti lungo la sponda sinistra intorno al 247 Fig. 7 - Profilo trasversale schematico del fondovalle del fiume Fortore all’altezza del ponte romano. a) I: superfici di conoide di I ordine; II-VIII: livelli occupati dal fiume nel corso della sua evoluzione storica; IX: livello dell’attuale alveo. b) schema di dettaglio della sponda sinistra che evidenzia i vari livelli occupati dal fiume e il loro rapporto con la struttura del ponte romano. Schematic cross profile of the Fortore valley floor at the height of the Roman bridge. a) I: first order alluvial fan surfaces; II-VIII: successive levels occupied by the river bed during his histori- cal evolution; IX: level of the present river bed. b) Detailed scheme of the left river bank showing the different levels occupied by the river and their relation to the structure of the Roman bridge. Indagini geoarcheologiche integrate ... sito archeologico (Figure 8 e 9). In seguito al primo epi- sodio il letto del fiume si innalza fino a raggiungere la struttura medioevale (superficie di V ordine, Figure 7 e 8). In seguito ad una seconda fase di alluvionamento durante la quale l’alveo si porta a ca. 2/2,5 m sul suo livello attuale (superficie di VI ordine, Figure 7 e 8), avviene la definitiva distruzione – si nota a riguardo la presenza subito a monte del ponte di un grosso fram- mento di muratura che si appoggia sulla superficie di V ordine (Figure 3 e 7b) - e il seppellimento del ponte. La superficie di VI ordine rimane separata morfologica- mente da quella di II ordine da una piccola scarpata lineare, alta ca. 1 m, che si segue anche lateralmente per ca. 300 m (Fig. 8). Questo secondo episodio allu- vionale, responsabile della definitiva interruzione della viabilità, può essere inquadrato tra il 1440 e il 1700 AD, in base alle citate fonti letterarie che fanno menzione del ponte e al rinvenimento di frammenti ceramici di epoca rinascimentale sulla superficie di VI ordine. Entrambi gli episodi di alluvionamento appena descritti sono quindi inquadrabili tra il 1440 e il 1700 AD ed hanno comportato nell’insieme un importante innalza- mento di ca. 3 m del fondovalle. Circa l’evoluzione più recente del fondovalle è possibile evidenziare un leggero abbassamento, avve- nuto in più fasi, dell’alveo fluviale (Figure 6 e 7a), testi- moniato dai livelli VII, VIII (rappresentanti rispettivamen- te la piana alluvionale e l’alveo del 1954) e dal livello IX (l’alveo attuale). Attualmente, il fondovalle si presenta sostanzialmente stabile, come evidenzia l’abbassamen- to molto modesto (di solo 1 m) avvenuto durante gli ultimi 50 anni. Tale stabilità è probabilmente imputabile alla presenza dell’invaso artificiale di Occhito, posto pochi chilometri più a valle del tratto vallivo studiato, che ha garantito un livello di erosione costante, modu- lando ed inibendo negli ultimi decenni una possibile tendenza più pronunciata all’incisione del fondovalle. 5. DISCUSSIONE E CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE I dati esposti mostrano che le vicende del ponte di Tufara e della collegata viabilità in epoca romana e medioevale si inquadrano in una dinamica ambientale piuttosto complessa. Le indagini geomorfologiche, infatti, hanno messo in evidenza che a causa della dinamica fluviale si sono avuti ripetuti spostamenti laterali e variazioni altimetri- che dell’alveo del fiume Fortore, con un innalzamento di complessivi 6 m circa dall’epoca romana a quella medievale. Le variazioni plano-altimetriche registrate, imputabili a fenomeni alternati di aggradazione e di inci- sione fluviale, non solo hanno portato a cambiamenti talora radicali nella fisionomia del fondovalle, ma soprattutto hanno variamente condizionato la percorri- bilità e la stabilità delle vie di attraversamento fluviale in generale e del ponte di Tufara in particolare. Circa il ruolo dei fattori climatici e/o antropici nel determinare le riscontrate variazioni altimetriche del fondovalle, lo studio condotto, anche per il suo caratte- re locale, non consente di giungere a conclusioni defini- tive. Tenendo conto della localizzazione dell’area di stu- dio e del periodo indagato, è possibile escludere una diretta influenza di eventuali variazioni glacio-eustatiche tardo-oloceniche del livello del mare sulla tendenza all’aggradazione o incisione del corso d’acqua. Appare perciò lecito porre suddette variazioni innanzitutto in relazione a minori o maggiori apporti detritici all’alveo e/o portate liquide del Fortore, che hanno influito sulla capacità di trasporto e di erosione del fiume. Riesaminando nell’insieme i dati acquisiti, è pos- sibile individuare varie fasi di instabilità del fondovalle del Fortore nel periodo storico, determinate alternativa- mente dalla sua tendenza prevalente all’approfondi- mento o all’aggradazione. Sinteticamente, le fasi evolutive distinte fanno riferimento ai seguenti periodi, che in base ai dati cro- nologici disponibili sono ovviamente da considerarsi solo di prima approssimazione: fasi di approfondimento: pre-II secolo a.C.; 1700 (1900?) AD - attuale; fasi di aggradazione: seconda metà del I millennio d.C.; post-1440 - 1700 (1900?) AD; fasi di sostanziale stabilità : II secolo a.C. – IV/V? secolo d.C.; 1070 - 1440 AD. La costruzione del ponte romano avviene in un periodo di sostanziale stabilità morfologica del fondo- valle che sembra essere perdurato per tutto il periodo tardo-repubblicano (II-I secolo a.C.) e quello imperiale (I – IV/V? secolo d.C.), e che era presumibilmente colle- gato solo inizialmente a condizioni climatiche più fredde e/o umide rispetto ad oggi (RÖTHLISBERGER 1986; FURRER et al., 1987; GIRAUDI, 2002). Tra le fasi evolutive distinte, quelle di aggradazio- ne meritano una particolare attenzione, perché hanno direttamente influito sulle vicende del ponte di Tufara. La prima fase di aggradazione, riferibile alla seconda metà del primo millennio d.C. (500-1000 AD), evidenza condizioni di elevata instabilità morfologica simili a quelle che hanno determinato, nello stesso intervallo di tempo e in aree molto vicine a quella studiata, l’avanza- mento del delta del Fortore (“seconda fase di delta a cuspide”, GRAVINA et al., 2005) e la fase di aggradazione nella valle del torrente Cigno, affluente del fiume Biferno, documentata da BARKER (1995) e datata all’ini- zio del Medioevo (720 AD). Questa prima fase di aggra- dazione si inquadra in un periodo di chiara recrude- 248 Fig. 9 - Dettaglio della sponda sinistra relativo al riquadro nella figura precedente. Detail of the left bank showing the framed area indicated in the previous figure. C.M. Rosskopf, G. De Benedittis & P. Mauriello scenza climatica come indicano soprattutto i dati polli- nici, climatici e quelli sugli avanzamenti dei ghiacciai riferiti alle aree alpine europee (OROMBELLI & PORTER, 1982; RÖTHLISBERGER, 1986; FURRER et al., 1987; GROVE, 1988; BARONI, 2000; CREMASCHI, 2000, HOLZHAUSER et al., 2005), ma anche quelli, per citarne alcuni, sull’innalza- mento di livello di alcuni laghi appenninici (GIRAUDI, 2000; 2004) e sull’avanzamento del ghiacciaio del Calderone (GIRAUDI, 2002). In ambito mediterraneo que- sta fase evolutiva si collegherebbe ad un periodo distin- to da importanti e talora rapidi fenomeni di alluviona- mento. Secondo alcuni autori (VITA-FINZI, 1969; VEGGIANI, 1983; ORTOLANI & PAGLIUCA, 1994; GIANO & GUARINO, 1996) questi fenomeni di alluvionamento sarebbero legati a condizioni climatiche più freddo-umide delle attuali, secondo altri (BR Ü C K N E R, 1983; AB B O T T & VALASTRO, 1995; BARKER, 1995; BARKER & HUNT, 1995; COLTORTI, 1997), invece, gli stessi sarebbero più che altro il risultato di interventi antropici sulle coperture del suolo e, in particolare, di azioni di disboscamento in epoca romana. I numerosi dati climatici a disposizione, tuttavia, suggeriscono almeno una concomitanza tra cause antropiche e climatiche, se non addirittura il pre- valere del controllo climatico. Sotto una forte influenza climatica si è svolta pre- sumibilmente anche la seconda fase di aggradazione, collocata nel periodo tra il 1440 e 1700 A.D. Essa, infat- ti, va a collegarsi ad un periodo caratterizzato da impor- tanti fasi di recrudescenza climatica, conosciuto come la Piccola Età Glaciale (Little Ice Age = LIA), inquadrabi- le approssimativamente, in ambito alpino ed appennini- co, tra il 1400/1500 e 1850 (RÖTHLISBERGER, 1986; F U R R E R et al., 1987; G R O V E , 1988; B A R O N I , 2000; BORSATO et al., 2003; STRUMIA, 2005). Secondo lo studio recente di MATTHEWS & BRIFFA (2005), l’inquadramento cronologico della Piccola Età Glaciale andrebbe esteso, sulla base dell’allora estensione dei ghiacciai nelle alpi europee, al periodo 1300-1950 AD. A sostegno dell’influenza climatica globale anche sull’equilibrio dei sistemi fluviali si evidenziano (MARABINI, 2000) gli andamenti simili delle portate dei maggiori fiumi d’Europa negli stessi periodi, e la relazio- ne diretta tra variazioni di portata dei corsi d’acqua e pulsazioni climatiche freddo-umide che hanno distinto la Piccola Età Glaciale, portando ad un aumento degli apporti solidi alle foci a all’avanzamento progressivo della costa dell’alto Adriatico tra il 1600 e il 1820. Vistosi effetti dell’instabilità morfologica che caratteriz- za la Piccola Età Glaciale si manifestano anche sulla costa molisana e pugliese, dove si registrano importanti apporti detritici da parte dei corsi d’acqua alle foci flu- viali ed agli specchi d’acqua costieri. Questi apporti detritici causano, tra gli inizi del 1600 e del 1800, una importante progradazione della linea di costa, docu- mentata dall’avanzamento del delta del Fortore (“quarta fase di delta a cuspide”, GRAVINA et al., 2005), dall’ac- crescimento del cordone sabbioso del lago di Lesina (GRAVINA et al., 2005) e dalla formazione di stagni costieri nell’area di foce del fiume Biferno (MAGINI, 1620). L’esame della cartografia storica (cartografia topografica in scala 1:50.000 I.G.M.I., edizioni 1869/75 e 1906/09) e dei dati da letteratura (AUCELLI & ROSSKOPF, 2000; AUCELLI et al., 2004) evidenzia un persistere della tendenza prevalente alla progradazione della costa molisana almeno fino all’inizio del 1900 e di maggiorati apporti detritici alle foci dei fiumi Trigno e Biferno che sviluppano una caratteristica morfologia di delta a cuspide. Importanti fenomeni di alluvionamento nella bassa valle del fiume Trigno si registrano ancora tra il 1845 e il 1850 (AUCELLI & ROSSKOPF, 2000). Ciò consente di estendere questo periodo di crisi climatica almeno fino all’inizio del 1900 per il versante adriatico molisano. In sintesi, le indagini geofisiche e geomorfologi- che, effettuate sostanzialmente a sostegno dello studio archeologico, hanno dato un valido contributo alla interpretazione del sito archeologico. L’indagine geofi- sica, in particolare, ha consentito di effettuare una prima previsione circa la possibile prosecuzione della struttura del ponte, e di avere una base conoscitiva per eventuali futuri scavi od interventi di recupero. Le inda- gini geomorfologiche hanno permesso di caratterizzare il contesto morfologico e morfodinamico in cui il ponte e le sue vicende evolutive si inseriscono. D’altro canto, i dati archeologici provenienti dal sito indagato e dalle aree limitrofe hanno fornito un contributo significativo alla ricostruzione delle locali vicende geomorfologiche in epoca storica e della possibile influenza di fattori cli- matici e antropici. RINGRAZIAMENTI Si ringraziano il Dr. Enrico Di Pasquale e Antonio Grosso, presidente e vicepresidente dell’associazione A’ Ficurell di Tufara, ai quali è dovuta la segnalazione del ponte, per la gentile ospitalità e il supporto alle indagini in campo. Gli autori desiderano inoltre ringra- ziare i referees per le indicazioni e consigli utili nella revisione del testo. BIBLIOGRAFIA ABBOTT J.T. & VALASTRO S. (1995) - The Holocene alluvial records of the chorai of Metapontum, Basilicata and Croton, Calabria, Italy - In: Mediterranean Quaternary River Environments, edited by Lewin J., Macklin M.G. & Woodward J.C, pp. 195-205. AMBROSETTI G. (1958) - Enciclopedia dell’Arte Antica - Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 4, 230 p. AMELLI A. (1903) - Quaternus de excadenciis et revocatis Capitanatae de mandato imperialis maiestatis Frederici Secondi - Monte Cassino, 118 p. AUCELLI P.P.C. & ROSSKOPF C. (2000) - Last Century val- ley floor modifications of the Trigno river (S. 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