Imp.Giaccio& LA RISPOSTA AMBIENTALE ED UMANA ALLE OSCILLAZIONI CLIMATICHE SUB-ORBITALI DELL’OIS3: EVIDENZE GEOARCHEOLOGICHE DALLA PIANA DI COLFIORITO (APPENNINO CENTRALE) Biagio Giaccio1, Mario Federico Rolfo2, Simone Bozzato2, Fabrizio Galadini1, Paolo Messina1, Mara Silvestrini3 & Andrea Sposato1 1CNR, Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria, Sezione Roma “Tor Vergata” 2Dipartimento di Storia, Università di Roma “Tor Vergata” 3Soprintendenza Archeologica per le Marche, Ancona biagio.giaccio@igag.cnr.it RIASSUNTO: Giaggio B. et al., La risposta ambientale ed umana alle oscillazioni climatiche sub-orbitali dell’OIS3: evidenze geoarcheo- logiche dalla Piana di Colfiorito (Appennino centrale). (IT ISSN 0394-3356, 2004). Un ampia trincea ha permesso di investigare una successione stratigrafica del Pleistocene recente al margine nord-orientale del baci- no intermontano della Piana di Colfiorito (Umbria-Marche). Lo scavo attraversa lo spartiacque appenninico a circa 760 m s.l.m. (sella di Fonte delle Mattinate; FDM) lungo una delle principali vie intermontane di questo settore della catena. Studi integrati, lito-pedostra- tigrafici e archeologici, descrivono una dettagliata storia degli eventi geo-ambientali e dell’occupazione umana di quest’area strategica nel corso dell’ultimo Bond cycle dello Stadio Isotopico 3 (OIS3; ca. 38-29 GISP2 ka B.P.). La parte più bassa della sequenza è rappre- sentata da sedimenti di un sistema fluviale costituito da un canale attivo e un’adiacente piana soggetta alternativamente a episodi di esondazione e di pedogenesi, questi ultimi testimoniati da un profondo paleosuolo (Vertisuolo) datato a 31.510±860-30.970±310- 28.910±390-28.300±790 14C anni B.P. Il paleosuolo è sepolto da diversi metri di sedimenti ghiaioso-limosi ascrivibili ad un sistema di conoide alluvionale attivo fra 25.930±325 e 24.150±120 14C anni B.P. Il paleosuolo e due sottili livelli limosi alla base delle alluvioni hanno restituito manufatti del Paleolitico superiore ed altre tracce archeologiche compatibili con brevi, ma ripetuti episodi di occupa- zioni umana. I dati cronologici e stratigrafici disponibili indicano infatti che l’area del sito fu frequentata, probabilmente in maniera sistematica, durante tutto il periodo di formazione del paleosuolo fino ai primi episodi di sedimentazione alluvionale che ne hanno determinato il seppellimento. In termini di cronologia radiocarbonio questo periodo copre almeno l’intervallo compreso fra ca. 31 e 26 ka B.P. La fase di pedogenesi a FDM, contemporanea ai primi episodi di frequentazione umana, risulta coeva ad un periodo di clima mite che ha visto in un’ampia area dell’Appennino centrale la formazione di un diffuso paleosuolo datato nell’intervallo 33-29 14C ka B.P. e correlato ai primi millenni dell’ultimo ciclo di Bond dell’OIS3 (Greenland interstadial 8-7; ca. 38-34 cal ka B.P. in anni GISP2 ice- core). La successiva fase di sedimentazione alluvionale e di contemporaneo abbandono del sito può essere invece correlata all’episo- dio di estremo raffreddamento dell’Heinrich Event 3 (ca. 30-29 GISP2 ka B.P.) che chiude il summenzionato ciclo climatico di Bond. La coincidenza dell’abbandono di quest’area strategica con l’inizio dell’HE3 suggerirebbe che durante l’OIS3 le modificazioni geo- ambientali associate a questi eventi condizionarono pesantemente le strategie dei gruppi paleolitici, probabilmente limitando o modifi- cando la mobilità nelle aree montane più interne dell’Appennino centrale. ABSTRACT: Giaccio B. (et al.), Geoenvironmental and human response to the sub-orbital climatic oscillations of the OIS3: geoar- chaeological evidence from the Colfiorito Plain (central Italy). (IT ISSN 0394-3356, 2004). The Colfiorito Plain is a Plio-Quaternary tectono-karstic intermontane basin of the Central Apennines, located at ~750 m a.s.l. A large excavation was recently made across the Fonte delle Mattinate (FDM) saddle, an important mountain pass along one of the main natu- ral way of the region connecting the Tyrrhenian and Adriatic side. Combined, litho-pedostatigraphic and archaeological analyses describe a detailed geoenviromental evolution and correlated human occupation history of this strategic area in the course of the last Bond cycle of the Oxygen Isotope Stage 3 (OIS3; ca. 38-29 GISP2 ka B.P.). The lowest part of the succession is related to a fluvial depositional system, represented by an active channel and an adjacent floodplain which was in turn subjected to overbanking episodes and pedogenetic processes testified by an evolved paleosol (Vertisol) dated to 31.510±860-30.970±310-28.910±390-28.300±790 14C yr B.P. The paleosol is buried by a thick sequence of gravely silty sediments ascribable to debris-flow-dominated fan depositional system. Radiocarbon dates from the base and top of this unit place the this environmental shift between 25,930±325 B.P. and 24,150±120 B.P. The paleosol and the two silty levels at the base of the alluvial fan sediments yielded Early Upper Palaeolithic artefacts and associated features consistent with brief, but frequent episodes of human occupation. The available stratigraphic and radiocarbon data indeed indicate that human occupation at FDM area was probably systematic, and lasted the whole period of the soil formation up until the first alluvial episodes responsible for its burial. In terms of the radiocarbon chronology, this period spans at least the inter- val between 31,510±860, age of the oldest anthropogenic charcoals embedded in the paleosol, and 25,930±325, date of the uppermo- st documented archaeological layer of the sequence. The site being definitively abandoned after this latter date. Based on lithostrati- graphic data and chronology the FDM paleosol has been correlated with a pedomarker well documented throughout Central Apennine. Furthermore, regional pollen information and tephrochronological data suggest that the formation of both FDM and Central Apennine paleosol(s) occurred during a mild and wet climatic phase corresponding to the firsts millennial of the last Bond cycle of the OIS3 (Greenland interstadial 8-7; ca. 38-34 GISP ka B.P. The subsequent co-occurrence of geoenvironmental change and human abandon- ment can be correlated with the Heinrich event 3 (HE3; ca. 30-29 GISP2 ka B.P.), the last coldest episode of the above mentioned Bond cycle. Such site evidence for synchronous geoenvironmental and human responses to the HE3, suggests that during the OIS3 the environmental changes related to the HEs had a significant impact on Palaeolithic communities, probably limiting or modifying their mobility in the Central Apennine mountains. Parole chiave: Stadio Isotopico 3, oscillazioni climatiche sub-orbitali, modificazioni ambientali, Paleolitico superiore, Italia centrale. Keywords: Oxygen Isotope Stage 3, sub-orbital climatic oscillations, environmental modifications, Upper Palaeolithic, Central Italy . Il Quaternario Italian Journal of Quaternary Sciences 17(2/1), 2004, 231-247 232 B. Giaccio et al. 1. INTRODUZIONE L’identificazione della marcata variabilità climatica dell’Ultimo Glaciale, ben evidenziata per la prima volta dai record nord atlantici e groenlandesi (es. BOND et al., 1992; DANSGAARD et al. 1993; GROOTES et al., 1993), ha posto da oltre un decennio al centro degli interessi di un vasto campo delle scienze del Quaternario lo studio della variabilità spazio-temporale e dell’impatto geoam- bientale dei cicli climatici suborbitali - noti come cicli di Dansgaard/Oeshger (D/O) e Heinrich Events (HEs) - in tutti gli archivi naturali terrestri (VOELKER, 2002, per una recente ampia sintesi internazionale). Nel panorama delle ricerche in corso in questo ambito sono state evidenziate marcate e rapide varia- zioni anche nei sistemi vegetali e negli ambienti marini della regione mediterranea (es. WATTS et al., 1996; ALLEN et al., 1999; CHACO et al., 1999; PATERNE et al., 1999); variazioni che in base a più recenti studi risulte- rebbero in fase con i cicli climatici sub-orbitali delle alte latitudini (ROUCOUX et al., 2001; MORENO et al., 2002; SÁNCHEZ GOÑI et al., 2000; 2002). Nel loro complesso questi studi indicano l’alternanza di periodi relativamen- te caldo-umidi e freddo-aridi rispettivamente correlati alle fasi interstadiali e stadiali dei cicli di D/O, con estre- mi di aridità e raffreddamento durante gli HEs. Ancora largamente incomplete restano invece le attuali conoscenze circa il significato stratigrafico e gli effetti di questi eventi climatici sull’evoluzione degli ambienti subaerei mediterranei (es. GIRAUDI, 1996; MOKHTARI FARD, 2001; GIACCIO et al., 2004a). Solo recen- temente inoltre si sta ponendo l’attenzione su questa eccezionale variabilità climatica come potenziale fattore coinvolto nei processi di modificazione bio-culturale del Pleistocene recente europeo (es. GIRAUDI & MUSSI, 1999; D’ERRICO & SÁNCHEZ GOÑI, 2003; FEDELE et al., 2003; GIACCIO et al., 2004b). Una delle principali cause all’origine di queste significative lacune risiede senza dubbio nei limiti intrin- seci degli archivi subaerei (scarsa risoluzione, presenza di ampie e frequenti discontinuità, difficoltà di datazione e correlazione con le curve paleoclimatiche regionali e super-regionali ad alta risoluzione, scarsa rilevanza degli indicatori paleoclimatici, ...), che al momento rele- gano queste sequenze ad un ruolo marginale negli studi della variabilità climatica ad alta frequenza. È innegabile tuttavia che queste rappresentano comunque le uniche fonti di informazione diretta per ricostruire le modifica- zioni fisiche degli ambienti subaerei e più in generale le dinamiche interattive del sistema uomo-ambiente. In questa prospettiva è stata investigata una suc- cessione del Pleistocene superiore al margine nord- orientale del bacino intermontano della Piana di Colfiorito (Umbria-Marche) in corrispondenza dello Fig. 1 - Veduta panoramica e modello tridimensionale del terreno della Piana di Colfiorito con ubicazione del sito di Fonte delle Mattinate (FDM). Panoramic view and digital elevation model of the Colfiorito Plain with location of the Fonte delle Mattinate (FDM) site. spartiacque appenninico (Fig. 1). Evidenze lito-pedo- stratigrafiche descrivono la storia dell’evoluzione ambientale locale nel corso dell’intervallo 32-18 14C ka B.P., rivelando con particolare dettaglio e risoluzione stratigrafica gli episodi degli ultimi nove millenni dello Stadio Isotopico 3 (OIS3), un periodo che ha visto in rapida successione le più marcate oscillazioni intersta- diali-stadiali dell’Ultimo Glaciale. La sequenza indagata ha inoltre restituito importanti tracce di ripetute occupa- zioni umane ascrivibili alle prime fasi del Paleolitico superiore. Ciò ha permesso di comparare, indipenden- temente da ulteriori ed incerte correlazioni cronologi- che, dati archeologici e paleoambientali, e quindi di valutare contestualmente le potenziali interazioni fra i processi climatico-ambientali e la frequentazione umana dell’area. Dopo una descrizione generale del contesto stra- tigrafico e archeologico, viene proposta un’ipotesi di correlazione della successione in esame con altre sequenze continentali appenniniche, nonché un primo tentativo di inquadrare l’evoluzione ambientale nell’am- bito più generale della ciclicità climatica dell’OIS3. Il successivo esame combinato di entrambi i gruppi di dati, geologici e archeologici, suggerirebbe una signifi- cativa relazione fra occupazione umana e modificazioni ambientali, a loro volta controllate dalle principali oscil- lazioni climatiche millenarie dell’ultimo Bond cycle dell’OIS3 ed in particolare dall’HE3. I risultati sono infi- ne discussi sia in termini di implicazioni geoarcheologi- che locali, sia nella più ampia prospettiva delle eviden- ze emerse nell’area mediterranea. 2. IL QUADRO GEOLOGICO E GEOMORFOLOGICO Il bacino di Colfiorito è una depressione intermon- tana di origine tettono-carsica formatasi durante la fase estensionale che ha caratterizzato la catena appenninica nel Plio-Quaternario (CALAMITA et al., 1998; COLTORTI et al., 1998; MESSINA et al., 2002). La piana si sviluppa ad una quota media di 750 m s.l.m. ed è bordata da rilievi con cime che si elevano a circa 1000-1300 m s.l.m. (Fig. 1). Sul suo fianco nord-orientale è presente una faglia normale, con direzione NW-SE ed attività quaternaria, che rappresenta l’elemento strutturale principale della depressione. Questa faglia mette a contatto i calcari meso-cenozoici della dorsale montuosa con i depositi quaternari della piana, costituiti da limi lacustri a cui si intercalano, in prossimità dei versanti, ghiaie di conoide alluvionale. Sui versanti e/o alla loro base sono presenti depositi clastici grossolani variamente cementati. La Piana di Colfiorito è separata dalla valle del fiume Chienti dalla sella di Fonte delle Mattinate (FDM; ca. 770 m s.l.m), costituita in gran parte da un deposito di frana che impedisce il naturale deflusso delle acque verso il Mare Adriatico (G A L A D I N I et al., 2003). Attualmente il deflusso è assicurato da una serie di canali drenanti e da una galleria artificiale del XV seco- lo. Questo sistema drenante è stato recentemente sostituito da una nuova galleria che attraversa la sella di FDM. Prima della costruzione di tali opere, le prime risalenti al primo/secondo secolo A.D. (GALADINI et al., 2003), le acque defluivano in una serie di inghiottitoi di origine carsica tuttora in parte attivi ai bordi del bacino (MESSINA et al., 2002). 233La risposta ambientale ed umana ... 3. STRATIGRAFIA E CONTESTO PALEOAMBIENTALE 3.1. Caratteri pedo-sedimentari La successione stratigrafica della sella di FDM è stata ricostruita attraverso lo studio di un’ampia sezione messa in luce nel corso dei lavori connessi alla realizza- zione della nuova galleria drenante. La trincea attraversa il settore meridionale della sella esponendo i depositi per una profondità massima di circa 15 m e per un’e- stensione laterale di diverse decine di metri. Il substrato della successione in esame è costituito da depositi cao- tici, affioranti esclusivamente in un settore limitato a nord della trincea, riferibili ad una paleofrana che ha for- temente condizionato l’evoluzione geoambientale locale (GALADINI et al., 2003) (Fig. 2). La discreta estensione del- l’affioramento ed un accurato esame lito-pedostratigrafi- co hanno permesso di distinguere nell’ambito della suc- cessione cinque diverse unità (Fig. 3). Una sintetica descrizione delle principali caratteristiche lito-pedologi- che e sedimentologiche delle unità è fornita in Figura 3. 3.2. Sistema ambientale e sua evoluzione Unità A-B - L’associazione di litofacies e la geo- metria interna dell’Unità A mostrano tutti i principali ele- menti caratteristici di un deposito di point-bar, ben indi- viduato soprattutto per la presenza dell’elemento archi- tetturale dominante di tipo lateral accrection (Fig. 2) (MIALL, 1988; 1996). Tale struttura sedimentaria è tipica dei sistemi fluviali tipo gravel-bed wandering e/o gravel- bed meanderig caratterizzati da un singolo canale prin- cipale attivo, presenza di isole e scattered bars e una sinuosità da medio-alta (gravel-bed wandering river) ad alta (gravel-bed meandering river) (MIALL, 1996). Questi sistemi sono compatibili con diverse condizioni di gra- diente topografico e con regimi di corrente da torren- ziale a sluggish (JACKSON, 1978). I caratteri di litofacies e pedofacies che contraddi- stinguono l’Unità B suggeriscono invece meccanismi deposizionali legati a fenomeni di esondazione. I rap- porti stratigrafici fra le Unità A e B suggerirebbero inol- tre che entrambe rappresentino gli elementi del mede- simo sistema deposizionale fluviale costituito da un canale attivo (Unità A) e da un’adiacente floodplain sog- getta alternativamente a episodiche fasi di sedimenta- zione pelitica, in occasione dei fenomeni di esondazio- ne, e a processi subaerei pedogenetici (Unità B). Tale interpretazione è in accordo con il grado di maturità del paleosuolo che aumenta nella direzione opposta a quella di migrazione del canale (Figg. 2 e 3) (BOWN & KRAUS, 1987). L’insieme dei caratteri del paleosuolo (Fig. 3), ed in particolare la diffusa presenza di slickensi- des, suggerirebbero che si tratti di un Vertisuolo. Pur considerando le modeste estensioni dell’affio- ramento, i caratteri pedo-sedimentari dell’insieme delle Unità A-B suggeriscono la presenza di un sistema flu- viale del tipo appena descritto attivo in un momento successivo all’evento franoso e sub contemporaneo alla formazione del paleosuolo datato nell’intervallo di circa 32-28 14C ka B.P. (Figg. 2 e 3; Tab. 1). Considerando il contesto topografico è possibile inter- pretare tale segmento fluviale come elemento di una più ampia rete idrografica drenata da uno o più inghiot- titoi carsici presenti nel settore settentrionale del bacino di Colfiorito (MESSINA et al., 2002). 234 F ig . 2 - S c h e m a s tr a ti g ra fic o e p a rt ic o la ri f o to g ra fic i d e lla s u c c e ss io n e d i F o n te d e lle M a tt in a te . S tr at ig ra p h ic s c h e m e a n d s o m e p h o to g ra p h ic d e ta ils o f th e F o n te d e lle M at ti n at e s e q u e n c e . B. Giaccio et al. 235 F ig . 3 - P ri n c ip a li c a ra tt e ri p e d o -s e d im e n ta ri d e lla s e q u e n za d i F o n te d e lle M a tt in a te . M ai n p e d o -s e d im e n ta ry c h ar ac te rs o f th e F o n te d e lle M at ti n at e s e q u e n c e . La risposta ambientale ed umana ... 236 Unità C - L’associazione di facies di questa unità è in larga misura indicativa di sedimenti generati da flus- si di massa. Le forme lenticolari dei singoli corpi ghiaio- si, l’assenza di embriciature, lo scarso grado di stratifi- cazione e gradazione e la presenza di abbondante matrice sono compatibili con meccanismi deposizionali da debris flow. Le litofacies più frequenti (Gcm) indicano la prevalenza di pseudo-plastic debris flow generati da flussi viscosi o turbolenti a bassa energia e più occasio- nali clast-rich debris flow e plastic debris flow (Gci e Gmm) generati a più alta energia (MIALL, 1996). I rari intervalli di litofacies Gt suggeriscono la presenza spora- dica di flussi trattivi confinati in piccoli canali effimeri, mentre gli intervalli pelitici sono riconducibili a depositi da esondazione confinati, prevalentemente, nelle depressioni esistenti fra i singoli lobi di ghiaia, generate dalle forme biconvesse dei debris flow. Questa associa- zione è compatibile con un sistema deposizionale di conoide alluvionale, classificabile come debris-flow- dominated fan (STANISTREET & MCCARTHY, 1993) o “true” fan (BLAIR & MCPHERSON, 1994) attivo nell’intervallo 25.930±325-24.150±120 B.P. 14C anni B.P (Figg. 2 e 3). Unità D-E - La natura prevalentemente siltosa dell’Unità D suggerisce una sedimentazione in ambiente lacustre-palustre. Le geometrie interne e la morfologia esterna delle ghiaie Gp, intercalate ai limi, sono invece interpretabili come barre trasversali che indicano l’atti- vazione episodica di correnti trattive e flussi canalizzati diretti verso la soglia. Entrambi questi elementi indicano una fase di innalzamento del livello del lago con la for- mazione di un emissario in un periodo compreso tra 24.150±120 e 18.480±140 14C anni B.P. (Figg. 2 e 3). Gli indizi di moderati processi di pedogenesi al top dei livelli dell’Unità D indicherebbero un abbassa- mento del livello lacustre e l’instaurarsi di condizioni di sostanziale stabilità intorno a ca. 18 14C ka B.P. Questa fase di relativa stabilità è in seguito interrotta dalla ripresa della sedimentazione di conoide alluvionale dell’Unità E (Figg. 2 e 3). 4. CONTESTO ARCHEOLOGICO 4.1. Aspetti archeostratigrafici, tafonomici e proces- si di formazione del sito Nell’ambito della successione sono stati ricono- sciuti tre livelli contenenti chiare tracce di frequentazio- ne umana del Paleolitico superiore. Questi corrispondo- no alla parte alta del paleosuolo (Unità B) e ai due oriz- zonti pelitici alla base dell’Unità C (Figg. 2 e 3). I tre livelli hanno un’età compresa tra 31.510±860, la più antica fra le misure 14C dei carboni antropogenici conte- nuti nel paleosuolo (Tab. 1; Fig. 3), e 25.930±325 14C anni B.P., data del più alto livello archeologico accerta- to della serie. Le testimonianze archeologiche insistono lungo buona parte delle pareti della trincea dove si osservano aree ad elevata densità di vestigia (concentrazioni di manufatti, lenti carboniose, resti di fauna e frammenti di ocra) alternate ad altre quasi del tutto prive di testimo- nianze. I resti presentano la massima concentrazione all’interno del paleosuolo, con un progressivo dirada- mento nei due livelli dell’Unità C. In particolare, a circa dieci centimetri di profondità dal top del paleosuolo il materiale archeologico si presenta concentrato e ben organizzato in un singolo livello centimetrico, all’interno del quale i reperti giacciono con gli assi maggiori paral- leli alle superfici di strato. Una simile distribuzione dei resti caratterizza anche i due livelli archeologici dell’Unità C dove si osservano distinti e sottili orizzonti ricchi di materiale separati da livelli limosi completamen- te sterili (particolare in Fig. 2). Tab. 1 - Misure 14C ed età calibrate dei campioni prelevati lungo la sequenza di Fonte delle Mattinate (nell’ultima colonna a destra sono riportati gli episodi climatici groenlandesi secondo la cronologia della carota GISP2 [MEESE et al., 1997]). Le misure sono state effettuate su diversi tipi di materiali: carboni antropogenici (B3-27, C3-27 e FDM1); limi associati a carboni antropogenici (FDM3); paleosuolo (orizzonte A, FDM2); livelli limosi (COL1 e FDM4); sedimenti colluviali (FDM5). I campioni sono stati analizzati dal Scottish Universities Research and Reactor Centre (UK) (FDM2, 3, 4 e 5), Beta Analitic Inc. (USA) (FDM1 e COL1) e dal Laboratorio di Datazioni del Dipartimento di Fisica dell'Università di Roma “La Sapienza” (B3-27 e C3-27). Le datazioni più recenti di ca. 20 14C ka B.P. sono state calibrate con il programma CALIB REV4.4 (database INTACAL98 [STUIVER et al. 1998]). Per le misure maggiori di 20 ka è stata invece ottenuta una stima di calibrazione utilizzando i dati riportati in HUGHEN et al (2004) e BECK et al. (2002). 14C and calibrated ages of the samples collected at the Fonte delle Mattinate sequence (the right column reports the Greenland clima- tic events according to the GISP2 time-scale [MEESE et al., 1997]). The measurements are related to different materials: anthropogenic charcoal (B3-27, C3-27 e FDM1); silt with anthropogenic charcoal (FDM3); paleosol (horizon A, FDM2); silty layers (COL1 and FDM4); colluvial deposits (FDM5). The samples were analysed by Scottish Universities Research and Reactor Centre (UK) (FDM2, 3, 4 e 5), Beta Analitic Inc. (USA) (FDM1 e COL1) and by Dating Laboratory of the Dipartimento di Fisica dell'Università di Roma “La Sapienza” (Italy) (B3-27 e C3-27). The dates younger than ca. 20 14C ka B.P. were calibrate by using the software CALIB REV4.4 (INTACAL98 database [STUIVER et al. 1998]). The dates older than 20 ka have been calibrated by using the data reported in HUGHEN et al (2004) e BECK et al. (2002). Camp. Unità Materiale Cod. Lab. Tecnica Età 14C 2σσ Età cal (ka BP) Greenland FDM5 F Colluvio GU-9428 Rad. 4970b 70 5773-5594 / 5891-5782+ - FDM4 Top D Silt organico GU-9427 Rad. 18.840b 140 23,161-21,611+ G12 COL1 Top C Silt organico - Rad. 24.150b 120 ~29-27,5*; 29,5-28,5# HE3-G14 FDM3 Base C Silt con carboni GU-9426 Rad. 25.930b 330 ~30,5-29*; 31-30# HE3 C3-27 Top B Carbone - Rad. 28.300a 790 ~34-30,5*; 35,5-32# G17-G15a FDM2 Top B Paleosuolo GU-9425 Rad. 28.910b 390 ~34,5-32*; 35,5-32,5# G17-G15 FDM1 Top B Carbone Beta-185354 AMS 30.940b 310 ~36-34,5*; 38-37# G18-G17 B3-27 Top B Carbone - Rad. 31.510a 860 ~37-35*; 39,5-38# HE4-G17 B. Giaccio et al. 237 Fig. 4 - Vista generale e alcuni particolari di una delle aree ad elevata concentrazione di resti culturali al top del paleosuolo (Unità B) esplorata nel corso di uno scavo di emergenza. General view and details of one of the areas with high density remains at top of the paleosol (Unit B) explored in during an emergence excavation. La risposta ambientale ed umana ... I dati emersi nel corso di un scavo di emergenza, che ha interessato una limitata porzione della superficie del sito, hanno inoltre evidenziato che il livello al top del paleosuolo costituisce un livello di occupazione umana con abbondanti manufatti litici, rari reperti faunistici, frammenti di ocra, carboni ed alcuni massi calcarei decimetrici del tutto isolati nel deposito limoso (Fig. 4). Indizi forniti sia dalle caratteristiche morfometriche di questi ultimi sia dal contesto sedimentologico del deposito, suggerirebbero che tali elementi siano di apporto antropico. In particolare, il refitting di un nucleo indica che la superficie indagata rappresenta un’area di lavorazione relativa ad un ben distinto episodio di fre- quentazione umana in condizioni di giacitura primaria pressoché indisturbate (Fig. 5). Nel loro complesso, questi elementi indicherebbero la probabile presenza di strutture e una certa organizzazione spaziale nell’uso dell’area di FDM (cfr. SILVESTRINI et al., in stampa). Sensibilmente diversa è la giacitura dei reperti negli orizzonti più profondi del paleosuolo dove il mate- riale appare privo di una precisa organizzazione strati- grafica e decisamente disperso fino alla profondità di oltre un metro. Sul piano tafonomico, questa marcata differenza può essere verosimilmente addebitata ad un disturbo post-deposizionale legato ai particolari pro- cessi pedogenetici propri dei vertisuoli (contrazioni e dilatazioni della componente argillosa con continua dislocazione dei materiali). In termini di processi di formazione del sito, la coesistenza dei resti archeologici indisturbati con quelli coinvolti nei processi vertici implicherebbe che la fre- quentazione umana sia iniziata nelle fasi di piena attività della pedogenesi e sia perdurata fino al seppellimento del suolo. Più precisamente, a partire dai primi momenti di occupazione umana, databili ad almeno 31.510±860 14C anni B.P. (Tab. 1), il successivo alternarsi di episodi di frequentazione e di aggradazione dell’Unità B, non- ché la continuità dei processi pedogenetici in atto, ha determinato la formazione dell’orizzonte archeologico caratterizzato da drastici disturbi postdeposizionali. Nel periodo compreso fra 28.910±390/28.300±790 e 25.930±325 14C anni B.P., che ha visto i primi impulsi della sedimentazione alluvionale dell’Unità C e gli ultimi episodi di frequentazione umana, si determina invece il seppellimento del suolo con il conseguente arresto dei movimenti vertici e preservazione dei resti archeologici in livelli di occupazione ben distinti e separati da sedi- menti sterili. Considerando un simile quadro dei processi di formazione del sito, le datazioni delle lenti carboniose al top del paleosuolo (Tab. 1) indicherebbero solo l’età minima dell’inizio della frequentazione umana a FDM, che quindi è verosimilmente più antica di 31.510±860 14C anni B.P. 4.2. Osservazioni sui manufatti litici e la fauna In generale i manufatti litici mostrano un discreto stato di conservazione. Le superfici si presentano infatti prive di abrasioni e corrosione, quasi del tutto assenti sono pure le sbrecciature postdeposizionali, anche su reperti laminari con margini taglienti estremamente sot- tili e fragili. Molto frequenti sono invece le frammenta- zioni dei prodotti della scheggiatura, siano esse inten- zionali o di origine postdeposizionale. Sebbene l’esi- guità del numero dei pezzi integri non permetta soddi- sfacenti analisi tipometriche, e quindi precise caratteriz- zazioni dei tre livelli antropici, alcune differenze negli indici d’allungamento si possono tuttavia notare. Il materiale al top del paleosuolo (Unità B) si distingue infatti per prodotti tendenzialmente meno laminari rispetto a quelli presenti alla base dell’Unità C, mentre l’indice di carenaggio risulta concorde nei tre livelli. Sotto il profilo tecnologico-tipologico i reperti si caratterizzano per l’abbondanza di prodotti di scheg- giatura grezzi (con margini non modificati - debitage) fortemente laminari, associati a schegge spesse ampia- mente ricoperte da cortice. Molto rari i reperti diagno- stici (Fig. 6) tra i quali si segnalano: una piccola lama denticolata (D1, secondo la nomenclatura di LAPLACE, 1964), un doppio incavo (D1), un raschiatoio denticolato (D2), una punta denticolata (D3), un raschiatoio dentico- lato carenoide (D6), un grattatoio (G1), un grattatoio con incavo (G2), un raschiatoio marginale (R1), un raschia- toio su lama (R2), un bulino (B1), due microlamelle a dorso (LD1) inquadrabili nella variante Lamella Dufour, due lame a dorso (LD1 - LD2), una punta a dorso (PD4) inquadrabile nel sottotipo microgravette, una troncatura marginale (T1), una troncatura semplice (T1), una tron- catura obliqua (T3), un becco (BC2), una lama a ritocco 238 Fig. 5 - Particolare della paleosuperficie illustrata in Figura 4. Le frecce indicano i prodotti di scheggiatura rimontati nel nucleo raffigurato in basso. Details of the paleosurface of Figure 4. The arrows indicate the flakes refitted in the core of the lower panel. B. Giaccio et al. denticolato (L2). Nel complesso tale associazione sug- gerisce, in accordo con i dati cronometrici (Tab. 1), un ambito culturale del Paleolitico superiore antico (Early Upper Palaeolithic come definito da GAMBLE, 1999), ascrivibile, secondo SILVESTRINI et al. (in stampa), all’Aurignaziano. I resti di fauna sono decisamente scarsi, molto frammentari e generalmente in cattive condizioni di conservazione. Lo stato di alterazione è particolarmente avanzato sui reperti rinvenuti nel paleosuolo, dove le ossa si presentano con superfici corrose, struttura disaggregata e in alcuni casi quasi completamente dis- solte dai processi pedochimici. Fra i rari reperti deter- minabili, tutti rinvenuti nel paleosuolo, si segnalano: un frammento di ramo orizzontale di mandibola dx con molari di Bos primigenius (aurochs); un molare (3 super. dx) di Equus ferus cf germanicus (cavallo selvatico) (F. Fedele, com. pers.) e alcuni denti di Cervidae. 5. CORRELAZIONE CON ALCUNI RECORD PALEOAMBIENTALI REGIONALI E SUPER-REGIONALI Le successioni tardopleistoceniche di ambiente alluvionale e di versante dell’Appennino centrale sono caratterizzate da alternanze di depositi ghiaioso-sab- biosi e di livelli pedogenizzati (es. FREZZOTTI & GIRAUDI, 1992; GIRAUDI & FREZZOTTI; 1997; MICCADEI et al., 1998). Fra questi ultimi si distingue un caratteristico paleosuo- lo sviluppato su ceneri vulcaniche correlate all’Ignimbrite Campana che costituisce un importante marker stratigrafico di un’ampia area dell’Appennino centrale (FREZZOTTI & NARCISI, 1996; GIRAUDI & FREZZOTTI, 1997). Le numerose datazioni radiocarbonio disponibili per questo pedomarker (Fig. 7) definiscono un picco di massima frequenza compreso tra 32.000 e 30.000 14C anni B.P. (FREZZOTTI & NARCISI, 1996, cum biblio; GIRAUDI 239 Fig. 6 - Alcuni reperti selezionati dal sito di Fonte delle Mattinate: 1-2 punta e lamella (Dufour) a dorso marginale; 3 punta a dorso (microgravette); 4-5 bulini; 6 bulino/grattatoio; 7 grattatoio carenato; 8-9 troncature; 10-11 coltelli a dorso; 12-19 lame e lamelle grezze. Some selected lithics from Fonte delle Mattinate site: 1-2 point bladelet (Dufour) and bladelet (Dufour) point with marginally backed; 3 backed point (microgravette); 4-5 burins; 6 burin/endscraper; 7 carinate endscraper ; 10-11 back-knife; 12-19 unretouched blades and bladelets. La risposta ambientale ed umana ... & MUSSI 1999, cum biblio; MORO et al., 2002, cum biblio) perfettamente compatibile con l’età del paleosuolo di FDM (Tab. 1). La correlazione tra il pedomarker e il paleosuolo di FDM è ulteriormente corroborata da forti analogie stra- tigrafiche che legano la successione di FDM a quelle appenniniche contenenti il pedomarker. Molte fra que- ste successioni mostrano infatti la stessa sequenza di FDM costituita dal pedomarker sepolto da sedimenti ghiaiosi la cui associazione di facies è compatibile con conoidi alluvionali (GIRAUDI & FREZZOTTI, 1997; GIACCIO et al. 2004b). Lo sviluppo di un sistema deposizionale di conoide alluvionale (Unità C) a FDM corrisponde dun- que ad un fenomeno che ha interessato ampi settori dell’Appennino centrale. I prodotti dell’eruzione dell’Ignimbrite Campana (IC), costituenti il parent material del pedomarker appenninico, sono stati identificati nella sequenza polli- nica del Lago Grande di Monticchio (NARCISI, 1996), nella carota tirrenica KET 8003 (TON-THAT et al., 2001) e, come segnale vulcanogenico, nella stratigrafia isotopi- ca groenlandese (FEDELE et al., 2003) esattamente in corrispondenza dell’inizio dell’Heinrich Event 4 (HE4). I dati radiocarbonio disponibili e la peculiare posizione paleoclimatica dell’IC permettono di identificare, nel- l’ambito di questi importanti record, la fase climatica in cui si instaurarono le condizioni ottimali per lo sviluppo del pedomarker appenninico e quindi del coevo paleo- suolo di FDM. Questa corrisponde alla zona pollinica 5b della sequenza di Monticchio (es. ALLEN et al., 1999) e alle prime fasi del ciclo di Bond (BOND et al., 1993; BOND & LOTTI, 1995) che segue con il brusco riscaldamento del Greenland Interstadial 8 (GI8, sensu WALKER et al., 1999) la fine dell’HE4 (Fig. 7). Questa correlazione è supportata dalle seguenti osservazioni stratigrafiche e cronometriche: i) il GI8 e la zona pollinica di Monticchio 5b (MPZ5b) coincidono con il primo sensibile aumento della temperatura ed umidità dopo la deposizione del parent material del pedomarker (IC) e quindi la prima fase favorevole alla pedogenesi; ii) il GI8 e la MPZ5b rappresentano rispettivamente l’ultimo ben marcato e prolungato interstadiale e l’ultimo episodio di notevole abbondanza di taxa arborei dell’Ultimo Glaciale, ovvero l’ultima fase climatica dell’Ultimo Glaciale compatibile con lo sviluppo di un diffuso e profondo suolo; iii) secondo ALLEN & HUNTLEY (2000) e DASGAARD et al. (1993) la MPZ5b e il GI8 sono correlati all’Interstadio di Denekamp che nell’Europa temperata è rappresentato da un diffuso paleosuolo sviluppatosi nell’intervallo 32.000-28.000 14C anni B.P. (BHERE, 1989) coevo quindi al pedomarker e al paleosuolo di FDM; iv) la calibrazio- ne stimata delle misure 14C (BECK et al., 2001; HUGHEN et al., 2004) disponibili per il pedomarker definisce un intervallo di massima frequenza di ca. 38-35 cal ka B.P., un periodo che comprende il GI8 e 7 (Fig. 7). Avvalendosi di tale correlazione e considerando le datazioni radiocarbonio disponibili (Tab. 1), è possibile avanzare alcune ipotesi sul significato paleoambientale di altre unità stratigrafiche di FDM, alla luce del detta- gliato quadro paleoclimatico e cronologico fornito dal record groenlandese e di Monticchio. L’unità alluvionale C, che determina il seppelli- mento del paleosuolo al tetto dell’Unità B, rappresenta la risposta morfologico-sedimentaria di una fase resi- statica che segue le precedenti condizioni biostatiche di cui il paleosuolo è chiara espressione. I dati radiocar- bonici di FDM indicherebbero che questa modificazione geoambientale, corrispondente alla più importante fase di sviluppo della conoide alluvionale (Unità C, Figg. 2 e 3), si verificò tra 26 e 24 14C ka B.P. (Tab. 1, Figg. 2 e 3), un intervallo che secondo numerosi record marini coin- ciderebbe con l’HE3 di (BOND et al., 1993; BOND & LOTTI, 1995; CORTIJO et al., 1997; CACHO et al., 1999; THOUVENY et al., 2000). Pur considerando le incertezze cronologi- che relative alla differenza tra età radiocarbonio marina e atmosferica, questa fase di peggioramento climatico può essere verosimilmente correlata all’HE3. I dati attualmente disponibili sulle fluttuazioni del 14C atmo- sferico (BECK et al., 2001; HUGHEN et al., 2004) permet- tono infatti di ottenere una stima di calibrazione delle misure radiocarbonio della base e del tetto dell’Unità C congruenti con l’età di questo evento (Tab. 1; Fig. 7). In termini stratigrafici, l’HE3 rappresenta inoltre la fase stadiale più acuta dopo la formazione del paleosuolo correlato al GI8-6 (Fig. 7) e quindi, anche sul piano paleoclimatico, un episodio perfettamente compatibile con le modificazioni ambientali documentate a FDM da un’importante fase alluvionale. In sintesi, i dati stratigrafici e cronologici di FDM indicherebbero che la successione comprendente le Unità A-B-C sia ascrivibile all’intero ciclo di raffredda- mento millenario (Bond cycle) verificatosi tra il GI8 e l’HE3 (ca. 38-29 GISP2 ka B.P.; Fig. 7). La fase di impostazione del lago di Colfiorito, o di innalzamento del suo livello, che segue l’HE3 (<24.150±120 e >18.480±140 14C anni B.P.) è correlabi- le all’alto stazionamento lacustre dell’Ultimo Massimo Glaciale, ben documentato nell’Appennino Abruzzese (es. GIRAUDI & FREZZOTTI, 1997) e in altre regioni del Mediterraneo (PRENTICE et al., 1992). In particolare, nel caso del bacino di Colfiorito, l’espansione dello spec- chio lacustre può essere stata favorita sia dalle generali condizioni idrologiche dell’Ultimo Massimo Glaciale - caratterizzate da un bassissimo tasso di evapotraspira- zione tale da compensare le scarse precipitazioni di questo periodo (PRENTICE et al., 1992) - sia da una pro- babile ostruzione degli inghiottitoi carsici favorita all’au- mento degli apporti detritici grossolani. Anche in questa fase di massimo livello lacustre, l’area del sito di FDM conobbe tuttavia solo periodici episodi di completa sommersione alternati a momenti di emersione caratte- rizzati dalla formazione di un emissario. Il successivo periodo che vede il ristabilirsi di con- dizioni di stabilità, favorevoli allo sviluppo di un suolo intorno ai 18 14C ka B.P., potrebbe invece correlarsi al Fornaca Interstade: una fase climatica mite che ha inte- ressato l’Appennino centrale dopo la massima avanzata dei ghiacciai abruzzesi (GIRAUDI & FREZZOTTI, 1997). Questa fase potrebbe corrispondere al GI2 nonché a uno dei picchi di maggiore abbondanza di arboree della zona pollinica 4 di Monticchio (Fig. 7). L’ultimo episodio di sedimentazione alluvionale (Unità D) è difficilmente ascrivibile ad una fase climatica ben definita per l’ampia forchetta cronologica che lo delimita (<18.480±140 e >4970±70 14C anni B.P.). Esso tuttavia potrebbe corrispondere alla fase di sedimenta- zione detritica documentata in Italia centrale durante HE1 (GIRAUDI, 1996) 240 B. Giaccio et al. 241 F ig . 7 - C o rr e la zi o n e d e lla s e q u e n za d i F o n te d e lle M a tt in a te ( F D M ) c o n a lt re s u c c e ss io n i su b a e re e ( p e d o m a rk e r) e l a c u st ri ( M o n ti c c h io ; A L L E N e t al ., 1 9 9 9 ; 2 0 0 0 ) d e ll’ A p p e n n in o c e n tr o -m e ri - d io n a le e c o n u n r e c o rd p a le o a tm o sf e ri c o g ro e n la n d e se ( G IS P 2 ; M A Y E W S K I e t al ., 1 9 9 7 ). P o si zi o n e d e g li H e in ri c h E ve n ts ( H s) n e lla s e q u e n za d i M o n ti c c h io e d e ll’ Ig n im b ri te C a m p a n a ( IC ) n e lla c a ro ta G IS P 2 r is p e tt iv a m e n te s e c o n d o W A T T S e t al . (1 9 9 6 ) e F E D E L E e t al . (2 0 0 3 ). C a lib ra zi o n e s ti m a ta d e lle e tà > 2 0 .0 0 0 1 4 C a n n i B .P . 1 4 C d i F D M ( T a b . 1 ) e d e l p a le o su o lo s vi lu p p a to s u c e n e ri d e ll’ IC ( p e d o m a rk e r: 2 9 .0 9 0 ± 3 5 0 ; 2 9 .6 9 0 ± 1 1 1 0 ; 3 0 .1 1 0 ± 3 1 0 ; 3 1 .2 2 0 ± 1 4 0 0 ; 3 1 .5 0 0 ± 5 0 0 ; 3 2 .5 1 0 ± 1 6 0 0 ; 3 3 .1 4 0 ± 1 4 0 0 ; 3 8 .7 7 0 ± 2 1 7 0 ) se c o n d o H U G H E N e t al . (2 0 0 4 ) o , se < 2 0 .0 0 0 1 4 C a n n i B .P ., S T U IV E R e t al . (1 9 9 8 ). S i n o ti c h e l e s ti m e d i c a lib ra zi o n e s e c o n d o B E C K e t al . (2 0 0 1 ) - q u i n o n r ip o rt a te p e r u n a m a g g io re c h ia re zz a g ra fic a - d e fin is c o n o u n q u a d ro c ro n o lo g ic o d i u n o o d u e m ill e n n i p iù a n ti c o ( T a b . 1 ), m a a n c o ra c o m p a ti b ile , se n o n a d d ir it tu ra p iù c o n g ru e n te , c o n la c o rr e la zi o n e p ro p o st a . C o rr e la ti o n o f th e F o n te d e lle M at ti n at e s e q u e n c e w it h o th e r su b ae ri al ( p e d o m ar ke r) a n d l ak e ( M o n ti c c h io ; A L L E N e t a l., 1 9 9 9 ; 2 0 0 0 ) su c c e ss io n s o f th e c e n tr al -s o u th e rn A p e n n in e s an d w it h a G re e n la n d p al ae o at m o sp h e ri c r e c o rd ( G IS P 2 ; M A Y E W S K I e t a l., 1 9 9 7 ). P o si ti o n o f th e H e in ri c h e ve n ts ( H s) i n t h e M o n ti c c h io s e q u e n c e a n d o f th e C am p an ia n I g n im b ri te i n t h e G IS P 2 c o re ac c o rd in g t o W A T T S e t a l. (1 9 9 6 ) an d F E D E L E e t a l. (2 0 0 3 ), r e sp e c ti ve ly . E st im at e c C al ib ra ti o n o f th e 1 4 C a g e s o f F D M > 2 0 ,0 0 0 1 4 C y e ar s B .P . o f F D M ( T ab . 1 ) an d o f th e p al e o so l(s ) d e ve lo p e d o n C I as h ( p e d o m ar ke r: 2 9 ,0 9 0 ± 3 5 0 ; 2 9 ,6 9 0 ± 1 1 1 0 ; 3 0 ,1 1 0 ± 3 1 0 ; 3 1 ,2 2 0 ± 1 4 0 0 ; 3 1 ,5 0 0 ± 5 0 0 ; 3 2 ,5 1 0 ± 1 6 0 0 ; 3 3 ,1 4 0 ± 1 4 0 0 ; 3 8 ,7 7 0 ± 2 1 7 0 ) ac c o rd in g t o H U G H E N e t a l. (2 0 0 4 ) o r S T U IV E R e t a l. (1 9 9 8 ). N o te t h at a c c o rd in g t o t h e B E C K e t a l. (2 0 0 1 ) d at ac al ib ra ti o n s, w h ic h a re n o t re p o rt e d h e re , th e c h ro n o lo g ic al f ra m e w o rk s h o u ld b e o n e o r tw o m ill e n n ia l o ld e r, b u t st ill c o n si st e n t, o r e ve n m o re su it ab le , w it h t h e p ro p o se d c o rr e la ti o n . La risposta ambientale ed umana ... 6. CICLICITÀ CLIMATICA DELL’OIS3, MODIFICAZIONI AMBIENTALI E DISCONTINUITÀ ARCHEOLOGICHE: ALCUNE CONSIDERAZIONI PRELIMINARI SUL SITO DI FDM E SUL CONTESTO MEDITERRANEO Le tracce materiali ed il contesto tafonomico-stra- tigrafico della successione indagata indicano che il gia- cimento di Fonte delle Mattinate rappresenti un sito pri- mario coincidente con un’area di frequentazione umana ai margini di un canale fluviale, soggetta a pedogenesi e a periodici episodi di inondazione. Le caratteristiche e la configurazione spaziale dei resti culturali, con aree ad elevata densità di vestigia dislocate in diversi punti di un’ampia superficie, sono compatibili con brevi ma ripetute e non occasionali occupazioni umane. I dati cronologici e stratigrafici disponibili indicano infatti che l’area del sito fu periodi- camente frequentata, probabilmente in maniera siste- matica, per almeno sei millenni (ca. 32-26 14C ka B.P.), con i primi episodi di occupazione anteriori a 31.510±860 14C anni B.P. In termini paleoambientali, i dati lito-pedostrati- grafici indicherebbero condizioni di marcata stabilità favorevoli allo sviluppo di un suolo profondo durante i primi 4-5 millenni della frequentazione. I successivi mil- lenni di frequentazione vedono l’inizio di una certa instabilità ambientale testimoniata dai primi impulsi di sedimentazione alluvionale dell’Unità C (Fig. 8). Sulla base della correlazione proposta (Fig. 7), la fase di frequentazione corrisponderebbe all’intervallo compreso tra il GI8 e l’inizio dell’HE3 (almeno 37-30 GISP2 ka B.P.); un periodo caratterizzato dalla rapida successione di quattro marcate oscillazioni di D/O (Fig. 7). Ciò implicherebbe che le quattro fasi stadiali occorse nel periodo che precede all’HE3 non abbiano avuto significativi effetti né sull’ambiente, la cui stabilità è interrotta solo da alcuni sporadici episodi alluvionali, né sui gruppi umani che non sembrano interrompere la fre- quentazione a FDM (Fig. 7). Queste evidenze sono in accordo con recenti studi di sequenze Mediterranee che indicano moderate variazioni climatico-ambientali asso- ciate alle fasi stadiali dei cicli di D/O non connessi agli HEs (es. CACHO et al., 1999; SÁNCHEZ GOÑI et al., 2000). Questo lungo periodo di periodiche occupazioni umane testimonia una notevole importanza dell’area di FDM per i gruppi umani paleolitici. Ciò può essere addebitato a diversi fattori geografici ed ecologici. Una prima osservazione può essere avanzata nei riguardi del potenziale carattere strategico dell’area che cade sullo spartiacque appenninico, lungo una delle princi- pali vie che in questo settore della catena consentono un’agevole comunicazione fra versante adriatico e tirre- nico. È verosimile che questo corridoio naturale rappre- sentò una via preferenziale sia per le reti di comunica- zione umana che per i movimenti migratori stagionali dei grandi erbivori. Altri elementi che probabilmente hanno influenza- to la frequentazione paleolitica, sono rappresentati dalla presenza di un corso d’acqua e di un probabile spec- chio lacustre. Entrambi hanno costituito infatti aree pre- ferenziali per gli insediamenti e le frequentazioni di gruppi umani del Paleolitico superiore in diversi contesti geografici dell’Europa continentale (GRIBCHENKO & KURENKOVA, 1997; BOCQUET-APPEL & DEMARS, 2000; CHLACHULA, 2001). Questo millenario interesse dei cacciatori racco- glitori sembra interrompersi in coincidenza con un significativo mutamento ambientale connesso all’episo- dio di marcato raffreddamento dell’HE3. Le evidenze stratigrafiche di FDM indicano infatti un radicale cam- biamento sia del contesto archeologico (totale scom- parsa di qualsiasi traccia di presenza umana) sia del quadro ambientale che registra la più significativa fase di sedimentazione alluvionale (Fig. 8). In effetti, la sterilità archeologica dei livelli siltosi, presenti nell’Unità C e nelle altre unità che seguono verso l’alto, può essere spiegata sia come evidenza di un’effettiva interruzione della frequentazione umana sia come semplice dislocazione della località di staziona- mento. Entrambi gli scenari, sia pure con gradi e signifi- cati molto diversi tra loro, indicano comunque una certa discontinuità coincidente con l’HE3 compatibile sia con un totale abbandono dell’area, sia con cambiamenti meno drastici che potrebbero aver coinvolto aspetti inerenti la frequenza, la durata e la localizzazione delle occupazioni, nonché l’entità numerica dei gruppi paleo- litici e il tipo di attività svolta a FDM. I dati paleoambientali di Monticchio (es. WATTS et al., 2000) indicano che in Appennino meridionale l’HE3 coincise con una brusca contrazione delle foreste che lasciarono il posto ad ampi spazi aperti di steppa arida e fredda dominate da Artemisia e Chenopodiaceae (ALLEN et al., 2000; Fig. 7). In termini paleoecologici umani, le basse temperature e l’estrema aridità associate all’HE3 non costituiscono per sé stesse significativi fattori limi- tanti (cfr. VRBA et al., 1995). Ciò che invece può rivestire un certo significato è l’eccezionale rapidità con la quale si instaurarono tali condizioni ambientali. Nel breve periodo di poche generazioni, forse anche una o due secondo i tempi del cambiamento climatico indicati dal record paleoatmosferico groenlandese (es. MAYEWSKI et al., 1997; Fig. 7), i gruppi umani si trovarono infatti a fronteggiare un ecosistema radicalmente mutato, sia nella distribuzione dei biomi vegetali ed animali che nel pattern della rete idrica. Un simile rapido cambiamento probabilmente si inserì nelle dinamiche dei processi interattivi uomo-ambiente come un poderoso agente, in grado di innescare profondi cambiamenti nei comporta- menti e nelle strategie di sussistenza. Verosimilmente questi processi agirono in modo particolarmente effica- ce proprio nelle aree simili a quella di FDM, più interne ed elevate dell’Appennino centrale e quindi più sensibili e reattive alle modificazioni climatiche. Il risultati emersi dai dati di FDM trovano nell’at- tuale panorama delle ricerche nazionali e internazionali poche altre evidenze di significative discontinuità archeologiche chiaramente connesse alla ciclicità cli- matica ad alta frequenza dell’OIS3, e più in particolare rispetto ai drastici episodi di raffreddamento e inaridi- mento degli HEs. Ad esempio, FEDELE et al. (2003) hanno recentemente evidenziato una netta disconti- nuità nel record archeologico dell’Italia meridionale e di altre regioni dell’Europa sudorientale coincidente con l’HE4. In quest’ampia area, l’HE4 marca infatti un diffu- so abbandono di siti, con una probabile importante dislocazione territoriale dei gruppi umani, nonché segna una netta cesura fra i tecnocomplessi dell’Earliest Upper Palaeolithic e i successivi gruppi di industrie dell’Early Upper Palaeolithic (entrambi i termini sensu 242 B. Giaccio et al. 243 Fig. 8 - Ricostruzione delle principali tappe dell'evoluzione ambientale e dell'occupazione umana al sito di Fonte delle Mattinate nel corso dell'intervallo di 32-18 14C ka B.P. o 38-23 cal ka B.P. Reconstruction of the main phases of both environmental evolution and human occupation at Fonte delle Mattinate site during the 32- 18 14C or 38-23 cal ka B.P. interval. La risposta ambientale ed umana ... GAMBLE, 1999). Alcuni autori (es. KOZLOWSKI, 1990; GAMBLE, 1999) vedono in questo passaggio un’impor- tante rottura del record archeologico europeo, caratte- rizzata dalla definitiva scomparsa di una serie di com- portamenti radicati nei millenni e la comparsa di nuovi tratti culturali. Secondo FEDELE et al. (2003), queste importanti discontinuità non sono tuttavia connesse esclusivamente ad un possibile impatto dell’HE4, quan- to piuttosto ad una profonda e vasta crisi ecologica generata dalla sovrapposizione e muta amplificazione degli effetti della catastrofica eruzione dell’Ignimbrite Campana e dell’HE4 (cfr. SINITSYN, 2003). Su una base dati e con un approccio completa- mente diversi, D’ERRICO & SÁNCHEZ GOÑI (2003) hanno analogamente riconosciuto nella penisola iberica una significativa discontinuità coincidente con l’HE4, che, secondo gli autori, coinvolse sia la sfera culturale (pas- saggio Paleolitico medio/superiore) quanto quella biolo- gica (scomparsa dei Neandertal e arrivo dei gruppi umani di anatomia moderna). In questo caso, tuttavia, il quadro proposto appare molto fragile e decisamente discutibile (cfr. FINLAYSON et al., 2004, per una critica su altri aspetti). D’ERRICO & SÁNCHEZ GOÑI (2003) tracciano infatti le loro conclusioni comparando per semplice via cronometrica - trascurando cioè ogni evidenza strati- grafica dei singoli contesti archeologici - il quadro cul- turale con un record pollinico del Mare di Alboran; il primo basato su datazioni 14C mentre il secondo su un modello cronologico completamente diverso. Al fine di comparare i due gruppi di dati gli autori convertono la scala temporale del record pollinico in anni 14C assu- mendo che l’età atmosferica dell’inizio dell’HE4 sia di 35.000 anni radiocarbonio, cioè la stessa di quella oceanica delle alte latitudini. È noto tuttavia che le differenze fra età marina e atmosferica dell’HE4, il così detto marine reservoir age effect, sia tutt’altro che trascurabile, ed è molto proba- bile che questo raggiunse alle alte latitudini valori supe- riori a 2000 anni (es. VOELKER et al., 1998; 2000, cum biblio). Recenti studi hanno inoltre evidenziato che in stretta coincidenza temporale con l’HE4 si verificò un marcato aumento del flusso di elementi cosmogenici come 10Be, 36Cl e 14C (es. VOELKER et al., 2000; WAGNER et al., 2000; BEER et al., 2002). In termini cronometrici, l’elevato flusso di 14C si traduce in marcate distorsioni della scala del radiocarbonio (forti ringiovanimenti, inversioni, dilatazioni e compressioni temporali) con inevitabili ripercussioni sull’interpretazione cronologica delle serie abbraccianti l’HE4. Ad esempio, VOELKER et al. (2000) hanno dimostrato che nel Mare del Nord, seb- bene l’HE4 sia effettivamente datato a ca. 35 14C ka B.P., i sedimenti di 1000-2000 anni più antichi dell’HE4 hanno restituito età radiocarbonio di ca. 32 ka. In ambiente continentale, è stato inoltre constatato (FEDELE et al., 2003) che in tutte le sequenze archeologi- che contenenti l’Ignimbrite Campana, dall’Italia meridio- nale all’Ucraina, l’età media dei livelli immediatamente ricoperti dal tefra, e quindi più antichi dell’HE4 (Fig. 7), è di soli 33.000-31.000 anni 14C B.P. Queste concrete evi- denze stratigrafiche rendono poco appropriata la sem- plice comparazione cronometrica di dati culturali e paleoambientali adottata da D’ERRICO & SÁNCHEZ GOÑI (2003), e dunque minano alla base le ipotesi e le con- clusioni proposte dagli autori. Altrettanto semplicistica appare l’asserita correla- zione tra industrie del Paleolitico medio e Neandertal, da un lato, e tra complessi del Paleolitico superiore e uomini di anatomia moderna, dall’altro. Al momento infatti, per le fasi più antiche del Paleolitico superiore precedenti a ca. 33-32 14C ka B.P. (Earliest Upper Palaeolithic di GAMBLE [1999] o Initial Upper Palaeolithic di BAR-YOSEF & PILBEAM [2000]) i resti fossili umani sono rarissimi, frammentari e di dubbia classificazione (cfr. CHURCHILL & SMITH, 2000; TRINKAUS et al., 2003). Non mancano inoltre casi di probabili associazioni tra resti di Neandertal e industrie del Paleolitico superiore antico (es. AHERN et al., 2004). Il quadro delle conoscenze in questo ambito appare dunque ancora largamente frammentario e in parte pesantemente condizionato dai limiti - e da un uso disinvolto - della scala del radiocarbonio. È più che ovvio inoltre che i fattori climatico-ambientali costitui- scono solo una parte degli attori in gioco nei processi di cambiamento dei sistemi culturali paleolitici. Ogni generalizzazione sul problema delle discontinuità archeologiche formulata alla luce dei soli eventi climati- co-ambientali, sia pure in relazione alle estreme condi- zioni associate agli HEs, risulterebbe quindi prematura e inevitabilmente semplicistica. È tutt’altro che improbabile tuttavia, come le evi- denze di FDM sembrerebbero suggerire, che i rapidi e drastici cambiamenti associati agli HEs abbiano in qualche modo alterato gli equilibri del rapporto uomo- ambiente, destabilizzando adattamenti e strategie con- solidate in secoli o millenni di conoscenza e prevedibi- lità dei sistemi ambientali. CONCLUSIONI Lo studio combinato stratigrafico e archeologico della sequenza di Fonte delle Mattinate (FDM) ha mostrato una chiara relazione tra processi geo-ambien- tali e occupazione umana entrambi condizionati dalle principali fasi interstadiali e stadiali dell’ultimo ciclo di Bond dell’OIS3 (ca. 38-29 GISP2 ka B.P.). Il record geologico indica condizioni di notevole stabilità ambientale nella fase iniziale del ciclo Bond (GI8-6; ca. 38-33 GISP2 ka B.P.) durante la quale a FDM e in un ampio settore dell’Appennino centrale si sviluppa un profondo suolo. Tra il GI6 e il GI5, il record di FDM registra invece alcuni eventi alluvionali e l’arre- sto della pedogenesi; primi sporadici impulsi di una sedimentazione alluvionale che ha la sua più importante fase di sviluppo nel corso dell’Heinrich Event 3 (HE3), l’episodio conclusivo di estremo raffreddamento che chiude l’ultimo ciclo di Bond dell’OIS3. Contrariamente al record isotopico groenlandese, ma in accordo con altri indicatori climatici di questa regione e dell’area mediterranea, queste evidenze indicherebbero che gli HEs in Italia centrale furono caratterizzati da condizioni climatiche freddo-aride e modificazioni ambientali molto più marcate di quelle associate alle altre fasi sta- diali dei cicli di D/O. Le tracce culturali di FDM indicano che durante tutto il periodo precedente all’HE3 (ca. 38-30 GISP2 ka B.P.) il settore nord-orientale della Piana di Colfiorito fu sede di brevi soste di gruppi umani fasi del Paleolitico superiore antico (Aurignaziano), probabilmente nell’am- bito di spostamenti stagionali lungo una delle principali 244 B. Giaccio et al. vie naturali che, attraverso l’area di FDM, connette il versante tirrenico a quello adriatico. La scomparsa delle tracce archeologiche, a parti- re dall’inizio dell’HE3, indicherebbe un significativo cambiamento nella localizzazione delle occupazioni nella Piana di Colfiorito o addirittura una definitiva inter- ruzione della millenaria frequentazione di questa area strategica sullo spartiacque appenninico. Ciò suggeri- rebbe che durante l’OIS3, le modificazioni geo-ambien- tali associate agli HEs condizionarono sensibilmente le strategie insediative dei gruppi paleolitici, probabilmen- te limitando o modificando la mobilità nelle aree monta- ne più interne dell’Appennino centrale. Nel panorama delle ricerche in corso in questo ambito, le evidenze di FDM si inseriscono in un mosai- co ancora nebuloso e in parte condizionato da approcci e modelli semplicistici, ma che nel complesso sembre- rebbe indicare gli HEs come potenziali importanti agenti nelle dinamiche interattive uomo-ambiente del Pleistocene recente mediterraneo. RINGRAZIAMENTI Si ringrazia Francesco Fedele (Università di Napoli “Federico II) per la determinazione della fauna e le utili discussioni sugli aspetti paleoecologici umani. Le anali- si sedimentologiche hanno beneficiato di preziose osservazioni sul terreno di Sabatino Ciarcia (Università di Napoli “Federico II). Il lavoro di ricognizione, scavo archeologico e documentazione fotografica è stato condotto con i contributi di Fabio Grossi, Gianluca Reddavide, Simona Rosselli, Alessandro Spera (Università di Roma “Tor Vergata”) e Antonio Todero (Università di Bologna). Si ringraziano Ernesto e Luca Santucci con i quali alcuni di noi (B.G. e M.R.) hanno piacevolmente condiviso due settimane di scavo e per- manenza a FDM. Desideriamo infine ringraziare Giuseppe Chiodi (Soprintendenza Archeologica delle Marche) per il costante supporto fornito nel corso delle indagini sul terreno. BIBLIOGRAFIA AHERN J.C.M., KARAVANIĆ I., PAUNOVIĆ M., JANKOVIĆ I. & SMITH F.H. 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