Impaginato Bosi LL’’IINNTTEERRPPRREETTAAZZIIOONNEE DDEELLLLEE SSUUPPEERRFFIICCII RREELLIITTTTEE NNEELLLL’’AAPPPPEENNNNIINNOO CCEENNTTRRAALLEE:: IILL CCAASSOO DDEELLLLAA ZZOONNAA DDII CCOOLLFFIIOORRIITTOO ((pprroovv.. PPeerruuggiiaa ee MMaacceerraattaa)) CC.. BBoossii C. N. R. - Istituto di Ricerca sulla Tettonica Recente - Via del Fosso del Cavaliere - 00133, Roma e-mail: bosi@irtr.rm.cnr.it RIASSUNTO L’utilizzazione delle successioni di superfici relitte per la ricostruzione dell’evoluzione geologica in aree di catena dispone di presuppo- sti metodologici ancora piuttosto approssimativi, come può ritenersi indirettamente dimostrato dai risultati contrastanti recentemente ottenuti da due gruppi di ricercatori nella zona colpita dal terremoto di Colfiorito (Settembre-Ottobre 1997) nell’alto bacino del Chienti (parte centrale dello spartiacque appenninico umbro-marchigiano). Questo contrasto è in larga misura connesso ai modelli genetici assunti, nonché ai criteri seguiti nella delimitazione e correlazione dei lembi di superfici relitte. Un esame critico della bibliografia geologica ha portato a focalizzare l’attenzione sulle spianate sommitali (di regola interpretate come lembi di una stessa “paleosuperficie sommitale”) e sulle successioni terrazzate di superfici relitte in esse incassate. In relazione al primo argomento, partendo dalla critica alla correlazione delle spianate sommitali in quanto sommitali e dalle riserve sulle ricostruzioni che se ne possono trarre (in particolare su quella che estenderebbe a tutta la penisola la suddetta paloesuperficie), è stata prospettata la possibilità che le spianate sommitali, pur facendo parte del paesaggio relitto esistente all’inizio dell’approfondimento del reticolo idrografico conseguente al sollevamento tettonico, possano essere riferite non ad un unico evento morfogenetico, ma a più eventi verificatisi nell’ambito di tutta l’evoluzione geologica precedente. In relazione al secondo argomento, è stata prospettata l’ipotesi che i lembi, abitualmente modesti, delle superfici che costituiscono le successioni terrazzate non corrispondano alle tracce residue di larghe spianate vallive, ma a ciò che resta di spianamenti verificatisi in corrispondenza di insiemi di più modeste incisioni connesse con livelli di base relativamente uniformi. Sulla base di una riconsiderazione metodologica che tiene conto delle ipotesi proposte e dei risultati già pubblicati dai due gruppi di Autori sopra citati, è stato eseguito lo studio di una vasta zona comprendente l’area epicentrale del terremoto di Colfiorito. Questo stu- dio ha portato alla definizione di una successione di superfici relitte, la cui distribuzione plano-altimetrica ha permesso di delineare una successione di 7 distinti ordini di spianate, incassate entro un insieme di spianate sommitali fra loro non correlabili. Dalla distribuzione plano-altimetrica dei lembi osservati sono state ricavate precisazioni tettoniche che riguardano: - l’inizio del sollevamento che risulterebbe riferibile ad un Pliocene inoltrato, e quindi probabilmente più recente di quanto in precedenza ipotizzato; - la collocazione cronologica dell’inizio dell’attività delle principali faglie che sembrano rappresentare l’espressione superficiale della struttura sismogenetica responsabile del terremoto. ABSTRACT The study of the remnant landsurfaces is of considerable interest with regard to the reconstruction of the geological evolution of the chain area. The methodology available for the use of these surfaces is still rather approximative, as is shown by the contrasting results recently obtained by two groups of researches in the area hit by the Colflorito earthquake (September -October 1997, Mw 5.6-6.0) in the high valley of Chienti, corresponding to the central part of the divide of the chain in the Umbria-Marche region. This contrast mainly regards the number of landsurfaces and the area distributions of the remnants; it is in the main part connected to the genetic models assumed and to the criteria followed in the delimitation and correlation of the remnants. A critical examination of the geological bibliography regarding the planation surfaces of most of the central and southern Apennines, has brought our attention to the summit surfaces and to the terraced flights of the remnant surfaces. In relation to the first argument it has been highlighted that it is not very frequent that the adjacent remnants are so near to prove direc- tliy to belong to the same planation surface. In most cases this belonging is affirmed on the basis of correlations founded on the summit positions of the remnants and on the altitude which is often relatively even. This correlation must be evaluated with great caution in that, not only is it without adequate support, but it lends itself to hard to believe deductions. This has been recently proposed on the exten- sion of the same summit surface to all the Apennines. An alternative hypothesis can be proposed, founded on an evolutionary model, according to which the strips of the summit surfaces can be referred to not just one morphogenetic event, but to a group of further events, occurred in all the previous geological evolution. In relation to the terraces flights is formulated the hypothesis that the usually modest strips, that constitute them, do not correspond to the remaining traces of large valley bottoms but of that which remains of pla- nation surfaces in correspondence to a group of more modest incisions attributed to the same level of deepening network. Both evolution schemes proposed have noticeable implications with regards to the tectonic interpretation of remnant surfaces. The first leads us to believe that the operation of obtaining information on the extent and the amount of the tectonic uplift from surfaces altitude, must be limited to only the areas where concrete correlations can be proposed. The second, considerably reduces the importance of the present altitude of the surfaces in terraced successions. On the basis of these evolutionary schemes and of a re-examination of the criteria for delimitation and correlation of the observable stri- ps, a study of the area epicentral to the Colflorito earthquake, including the plateau of the same name was carried out. This study has led to the definition of a succession of seven distinct planation surfaces carved into a group of summit surfaces, referred to Pliocene. With regards to this group, the only possible correlations are those among the remnants maintained in the M.Fema - M.Cavallo sector. Some of the most important sufaces to be mentioned are: - the M.Tito surface widely developed in the Colfiorito plateu and in correspondence to the present Chienti valley, referable to Pliocene or to the initial Pleistocene. - the Rasenna surface present only in the Colfiorito and M.Lago plateau, that cut sediments having an age of about 420.000 years From the distribution of the strips observed, other tectonic data has been collected that regard: - The start of the uplift that would result referable to an advanced Pliocene, and thus probably more recent than that which had been previously hypothesised. - The chronological collocation of the start of the activity of the main faults that seem to represent the superfcial expression of the sismogenetic structure responsible for the earthquake. Parole chiave: Superfici relitte, Tettonica, Appennino centrale Key-words: Remnant surfaces, Tectonics, Central Appennines Il Quaternario Italian Journal of Quaternary Sciences 1155(1), 2002, 69-82 11.. PPRREEMMEESSSSAA Le maggiori difficoltà che si incontrano nella rico- struzione dell’evoluzione geologica quaternaria della catena appenninica derivano notoriamente dalla scar- sità di successioni stratigrafiche in grado di fornire signi- ficativi orizzonti di riferimento per valutazioni tettoniche. I sedimenti plio-quaternari, prevalentemente rappresen- tati da depositi fluviali terrazzati entro incisioni vallive e da coltri di depositi detritici e colluviali sui versanti, sono infatti molto discontinui e di regola privi di elementi di datazione. Le successioni lacustri sono di maggior uti- lità, ma hanno l’inconveniente di interessare solo una porzione molto piccola della catena. Si rende quindi opportuno considerare anche altri elementi geologici, fra i quali hanno un ruolo importante i lembi di spianate riconducibili a superfici relitte, larga- mente diffusi lungo tutta la catena appenninica (Bosi, 1978). In modo molto schematico si può ritenere che que- ste superfici possano essere utilizzate in due modi diversi. Il primo consiste nell’utilizzare le successioni di superfici relitte per ricavarne indicazioni sulla mobilità tettonica delle aree nelle quali queste successioni sono rappresentate. Un’approccio di questo tipo è, ad esem- pio, quello delineato da Bosi et al. (1996) mirante a defi- nire zone a diversa mobilità tettonica verticale di zone circostanti il Fucino, e più ampiamente sviluppato da Amato e Cinque (1999) per la caratterizzazione cinema- tica quaternaria dell’Appennino campano-lucano. Il secondo modo consiste nel trattare le singole superfici relitte alla stregua di orizzonti di riferimento di tipo stratigrafico (quali strati, discontinuità, limiti di unità, ecc.) per il riconoscimento di specifiche deformazioni tettoniche. Lo studio al quale si riferisce la presente nota riguarda prevalentemente le problematiche coinvolte in questo secondo procedimento, prendendo lo spunto dall’esame delle superfici relitte esistenti nell’area mag- giormente colpita dal terremoto di Colfiorito del Settembre-Ottobre 1997. La zona esaminata, comprendente le aree epicen- trali delle tre scosse principali (Cesi Mw=5.7; Annifo Mw=6.0 e Sellano Mw=5.6, Amato et al., 1998), corri- sponde alla parte dello spartiacque appenninico delimi- tato all’incirca dal Potenza a nord e dal Nera a sud (Fig.1). Questa zona può essere suddivisa in due settori orograficamente diversi. Il settore orientale è costituito da un gruppo di accentuati rilievi, culminanti a nord con il Monte Pennino (quota 1571) ed a sud con il Monte Fema (quota 1575), profondamente inciso dalle valli del Chienti e del Nera. All’estremità nord-orientale di questo settore è chiaramente individuabile un piccolo altopiano caratterizzato da estese depressioni carsiche (Piano di Monte Lago). Il settore occidentale corrisponde sostanzialmente ad un altopiano variamente dissecato, caratterizzato da modesti rilievi (quote massime 1000-1100 m) che emer- gono da un insieme di grandi depressioni carsiche (Piano di Colfiorito, Piano di Annifo, ecc.). Questo setto- re risulta sospeso verso W sul bacino del Topino e verso S dal bacino del Nera da un insieme di ripidi ver- santi. Nei paragrafi che seguono, la descrizione dei risul- tati ottenuti per quest’area è preceduta dall’inquadra- mento dei problemi posti dallo studio delle superfici relit- te appenniniche, con particolare riguardo a quelle dell’Appennino centrale. 22.. SSTTUUDDII PPRREECCEEDDEENNTTII Superfici d’erosione relitte sono state sommaria- mente descritte in Appennino fino dai primi decenni del ‘900 (Marinelli, 1922; Sestini, 1939; Lipparini, 1935). Descrizioni più dettagliate sono quelle degli anni ‘60-‘70 riportate nei lavori di Demangeot (1965) e di Bertini e Bosi (1976; 1978) per l’Abruzzo, di Desplanques (1969) per le Marche, di Marchetti (1974), Bernini et al. (1977) e Marchetti et al. (1979) per l’Appennino emiliano, di Bartolini (1980) per l’Appennino lucchese, nonché di Sestini (1981) per le colline del Chianti. Tutti questi lavo- ri descrivono generalmente superfici relitte sommitali, di solito bene individuabili nel paesaggio attuale, modellate su successioni meso-cenozoiche marine variamente corrugate. Lavori più recenti sono quelli citati nella sintesi che segue1. Nell’Appennino umbro-marchigiano, a partire dal citato lavoro di Desplanques è stata ripetutamente illu- strata una superficie relitta, generalmente in posizione sommitale, denominata come “la paleosuperficie” o “paleosuperficie sommitale”2, scolpita nelle formazioni calcaree, calcareo-marnose e terrigene della successio- ne marina giurassico-miocenica. Per la definizione delle sue caratteristiche si può fare riferimento a Ciccacci et al. (1985) che descrivono una superfice relitta spianata o blandamente ondulata, in forte contrasto morfologico con la accentuata penden- za dei versanti delle valli che la incidono. Questa superficie è stata generalmente interpreta- ta come un paesaggio a bassa energia di rilievo, reso relitto dai fenomeni di forte incisione innestati dal solle- vamento della catena; la sua genesi è stata general- mente imputata a processi erosivi a carattere areale, realizzatisi in condizioni climatiche di tipo probabilmente arido (Dramis et al., 1991; Dramis, 1992). Calamita et al. (1999) e Coltorti e Pieruccini (2000) hanno avanzato l’ipotesi che la sua realizzazione sia avvenuta a quote prossime a quelle del mare, senza peraltro esplicitarne le motivazioni. La “paleosuperficie sommitale” è stata generica- mente attribuita al Pliocene inferiore (Ciccacci et al., 1985; Dramis, 1992) sulla base dei rapporti cronologici con le fasi dell’evoluzione tettonica individuate nell’area. A conferma di questa attribuzione Coltorti e Pieruccini (1997) hanno precisato che in corrispondenza del baci- no di Spoleto la superficie è correlabile con una superfi- cie d’erosione ricoperta da sedimenti riferibili alla parte finale del Pliocene inferiore. 70 C. Bosi 1 Per un elenco più completo di lavori sull’argomento si rimanda a Messina et al. (2002) e a Coltorti e Pieruccini (2000). 2 Nel seguito le virgolette saranno utilizzate per indicare che questo termine viene utilizzato nel senso indicato dagli Autori. Tutti gli Autori citati sono sostanzialmente d’accor- do nel ritenere che la superficie abbia avuto un’esten- sione regionale, avendo lasciato le sue tracce su tutto l’Appennino umbro-marchigiano. Recentemente Coltorti e Pieruccini (2000), hanno ipotizzato che la superficie fosse originariamente estesa addirittura su tutta la peni- sola italiana. Questa ipotesi deriva, in sostanza, dalla correlazione di tutti i lembi di spianate sommitali esisten- ti nell’area. Nella “paleosuperficie sommitale” sono debolmen- te incassate altre spianate d’erosione che corrispondo- no agli orographic terraces di Ciccacci et al. (1985) ed alle “spianate non intravallive” di Nesci et al. (1992); i resti di queste spianate hanno estensione abitualmente modesta (spesso di pochi ettari) ed interessano la parte superiore dei grandi versanti che incidono la paleosu- perficie. Più decisamente incassata in quest’ultima è una superficie relitta a carattere regionale, costituita preva- lentemente da spianate pedimentarie (Dramis et al., 1991; Dramis, 1992) e correlabile con la “superficie villa- franchiana” di Demangeot (1965), riferita al Pleistocene inferiore sulla base di rapporti con alcune successioni fluvio-lacustri. Entro questa superficie sono poi incassate suc- cessioni terrazzate costituite sia da superfici d’erosione, 71L’interpretazione delle superfici relitte ... sia da superfici di accumulo, del tipo di quelle descritte da Nesci et al. (1992) e da Cantalamessa et al. (1986). Situazioni analoghe a quella dell’Appennino umbro-marchigiano sono note anche nell’Appennino laziale-abruzzese. In questa zona sono abbastanza dif- fuse superfici relitte sommitali (superfici di Anzano, di M.te Marine e dell’Aquilente)3, con caratteristiche del tutto simili a quelle della “paleosuperficie sommitale”; altre superfici (s. di Longone Sabino, di Alto di Cacchia e di Pescasseroli), incassate in quelle, potrebbero corri- spondere alla citata “superficie villafranchiana” (Bertini & Bosi, 1978; Bosi, 1989b; Bosi e Messina, 1991; Galadini e Messina, 1993; Cacciuni et. al., 1995) Ulteriori superfici sono quelle che si osservano sui fianchi delle valli principali, progressivamente incassate le une nelle altre. Molte di queste superfici hanno carat- tere erosionale e sono geneticamente riconducibili ad episodi di pediplanazione connessi con la temporanea stabilità di livelli di base locali; alcune altre corrispondo- no a superfici di accumulo al top di sedimenti fluviali o lacustri. Figura 1 – Schema orografico dell’area considerata. 1, 2, 3: epicentri dei principali eventi del terremoto di Colfiorito del Settembre- Ottobre 1997 (1 – Annifo; 2 – Cesi; 3 - Sellano). Orographic scheme of the study area; 1, 2, 3: epicentres of main events of the Colfiorito earthquake of September-October, 1997 (1- Annifo; 2- Cesi; 3- Sellano). 3 Queste superfici sono talora rappresentate da spianate dalle quali emergono modesti rilievi a versanti di regola poco inclina- ti. In questi casi il termine “superficie sommitale” si riferisce non alla sola spianata, ma all’insieme spianata+rilievo. Situazioni di questo tipo sono note nella valle dell’Aterno (Bertini e Bosi, 1993), nella conca del Fucino (Bosi et al.,1996), nella Valle del Salto (Bosi et al., 1989; Chiarini et al., 1997), nella conca di Rieti (Cavinato, 1993; Carrara et al., 1992) ed in quella di Pescasseroli (Galadini e Messina, 1993), nonché nella conca di Amatrice (Cacciuni et al. lav. cit.). Una superficie relitta sommitale con caratteristiche molto simili a quella dell’Appennino umbro-marchigiano è stata riconosciuta anche nell’Appennino campano- lucano; anch’essa era stata inizialmente interpretata come un paleopaesaggio pianeggiante, realizzatosi più o meno contemporaneamente in tutta l’area in funzione di livelli di base regionali (Brancaccio e Cinque, 1988). A partire dai primi anni ’90 questa interpretazione è però sensibilmente cambiata, nel senso che all’ipotesi di un’unica unità geomorfologica è stata sostituita l’ipo- tesi di unità plurime, elaboratesi in tempi diversi in rela- zione a livelli di base locali (Cinque 1992; 1995). Secondo questo Autore l’ipotesi iniziale deve essere accantonata, non solo per alcuni difetti logici nell’impo- stazione delle ricerche che ne sono alla base, ma soprattutto perché è incompatibile con l’evoluzione strut- turale generalmente accettata per l’Appennino meridio- nale. Anche in questa parte della catena, nella superfi- cie sommitale sono incassate successioni terrazzate analoghe a quelle dell’Appennino laziale-abruzzese. Queste successioni sono state riconosciute in varie zone fra le quali sono da citare la Val d’Agri (Amato e Dimase, 1997; Di Niro e Giano, 1995), la valle del Noce (La Rocca e Santangelo, 1992), la valle del Tanagro (Ascione, Cinque e Tozzi, 1992), il bacino di Calvello (Amato e Cinque, 1992) e la valle del Volturno (Brancaccio et al., 2000). Tornando all’Appennino umbro-marchigiano, un’efficace panoramica dei problemi che si incontrano nello studio delle successioni di superfici relitte può essere delineata partendo dal confronto fra due gruppi di lavori, riguardanti la zona oggetto di questa nota. Il primo gruppo (Ficcarelli et al., 1997; Calamita et al.,1997; Calamita et al., 2000) interessa una vasta area che si estende dalla valle del Topino alla dorsale M.Tolagna-M.Cavallo, comprendendo l’altopiano di Colfiorito. In questi lavori sono individuati numerosi ed estesi lembi di superfici relitte che vengono riferiti ad un’unica planation surface correlabile con la “paleosu- perficie sommitale”. Le principali differenze di quota fra gruppi di lembi di questa superficie sono imputate a dislocazioni tettoniche. Il secondo gruppo di lavori (Messina et al., 1999; Messina et al., 2002)4 riguarda un’area che presenta un’ampia zona di sovrapposizione rispetto a quella con- siderata nel primo gruppo di lavori. Il quadro delle superfici relitte che viene fornito è però sensibilmente diverso. Nel settore occidentale, corrispondente all’alto- piano di Colfiorito, i lembi riconosciuti sono stati attribuiti a otto ordini distinti, distribuiti all’incirca fra i 750 ed i 1200 metri di quota; nel settore orientale, corrisponden- te a parte della dorsale M.Cavallo-M.Tolagna, sono distinti tre ordini di superfici situati fra 1100 e 1400 metri di quota circa. Secondo gli Autori, i tre ordini riconosciuti sulla dorsale sono riferibili a un paleopaesaggio analogo alla “paleosuperficie sommitale”. A questa superficie potreb- bero essere riferiti anche i più alti fra gli ordini di superfi- ci relitte riconosciute nell’altopiano; le differenze di quota con le superfici della dorsale potrebbero essere imputabili a dislocazioni tettoniche. Il contrasto fra i due gruppi di lavori non è ricondu- cibile ad una semplice divergenza di opinioni sul nume- ro degli ordini di superfici, ma rimanda a problematiche più generali che riguardano i criteri applicati nella indivi- duazione e nella correlazione delle superfici relitte. Nel primo gruppo di lavori questi criteri non sono precisati; non sono quindi espliciti i motivi che hanno portato alla definizione di un’unica superficie relitta a dispetto del fatto, indicato da Messina et al. (1999) e confermato dall’analisi svolta nell’ambito del presente lavoro, che nel paesaggio attuale possono essere age- volmente riconosciute successioni di lembi di spianate moderatamente incassate l’una nell’altra. Appare quindi chiaro che con la planation surface si è inteso definire un paleopaesaggio “policiclico” comprendente questi lembi, interpretati come effetti di fenomeni di spiana- mento a carattere locale verificatisi nell’ambito di una fase morfogenetica sostanzialmente unitaria. Nel secondo gruppo di lavori i criteri adottati sono più analitici, in quanto quelli che vengono considerati sono i singoli lembi osservati e non un insieme di lembi già interpretati come facenti parte di una stessa unità morfologica. Questa impostazione discende chiaramen- te dall’ipotesi che: (i) i singoli lembi siano geneticamente distinti e suscettibili di correlazione in quanto connessi con la stabilità di livelli di base più generali e (ii) solo i lembi più alti possano essere interpretatati come ele- menti della “paleosuperficie”. Le marcate diversità delle interpretazioni fornite dai due gruppi di Autori devono essere ricercate nei modelli genetici che ne sono alla base e nei metodi di studio che ne derivano. 33.. MMOODDEELLLLII GGEENNEETTIICCII 33..11 LLaa ““ppaalleeoossuuppeerrffiicciiee ssoommmmiittaallee”” La maggior parte degli Autori che si sono interes- sati dell’argomento ha ipotizzato che i lembi relitti attri- buiti a questa superficie configurino un elemento geo- morfologico sostanzialmente unitario; esso corrisponde- rebbe infatti ad un paleopaesaggio pianeggiante che, nell’ambito dell’area considerata da ciascun Autore, si sarebbe originato in una stessa fase morfogenetica ed avrebbe presentato ovunque caratteristiche geomorfolo- giche analoghe a quelle dei lembi attualmente osserva- bili. Questo paesaggio sarebbe quello esistente all’ini- zio dell’approfondimento del reticolo idrografico, comu- nemente riferito al Pliocene. In Appennino i casi in cui i lembi di spianate pre- sentano una contiguità geometrica tale da comprovare direttamente l’unitarietà della “paleosuperficie sommita- le” sono decisamente scarsi. Nella maggior parte dei casi questa unitarietà, nell’area considerata da ciascun 72 C. Bosi 4 Per brevità, nel seguito la citazione dei due gruppi di lavori farà riferimento soltanto a quelli di Ficcarelli et al. (1997) e Messina et al. (1999) che esprimono compiutamente le valuta- zioni dei due gruppi di ricercatori. 73L’interpretazione delle superfici relitte ... Autore, può quindi essere affermata solo sulla base di una correlazione fra le varie spianate sommitali. Questa correlazione, data la mancanza pressochè totale di riscontri stratigrafici, è fondata sostanzialmente su due fatti: a) i lembi di spianate hanno una posizione sommitale; b) le quote dei lembi tendono ad essere relativamente uniformi su aree anche vaste. Il valore probatorio di questi fatti deve essere con- siderato con molta cautela. Il primo non ha alcun signifi- cato cronologico, se non quello, scontato, che ciascuno dei lembi di spianate sommitali è più antico di tutti gli eventuali lembi in esso incassati. Anche il fatto che si tratta di elementi morfologici che precedono la fase di approfondimento del reticolo connessa con il forte solle- vamento tettonico, non è che un vincolo “ante quem”, insufficiente per una convincente valutazione cronologi- ca Il secondo fatto (la relativa costanza delle quote) può portare a delineare una superficie unitaria solo se si postula che eventuali differenze di quota fra lembi di spianate sommitali, anzichè essere riconducibili all’in- cassamento di più superfici d’erosione, siano da imputa- re a dislocazioni tettoniche. E’ evidente che questo postulato è affetto da una marcata circolarità in quanto è fondato sulla supposta originaria unitarietà della paleo- superficie, che è proprio l’elemento in discussione. D’altra parte, nella correlazione fra le diverse spia- nate sommitali si deve tener conto anche del fatto, non trascurabile, che i lembi osservabili rappresentano generalmente una porzione molto piccola dell’area che si suppone essere stata interessata da quella superficie; tanto piccola che in molti settori della catena il campione rappresentato dai lembi relitti deve addirittura essere considerato come statisticamente non significativo nei riguardi della ricostruzione di qualsivoglia paesaggio ori- ginario di appartenenza5. E’ poi importante notare che correlare le spianate sommitali solo perché si tratta delle spianate più antiche (in altre parole correlare le spianate sommitali in quanto sommitali) porterebbe ad estendere la “paleosuperficie” a tutte le zone nelle quali sono presenti spianate sommi- tali, il che significa, di fatto, a tutto l’Appennino. Di con- seguenza accettare questa correlazione porta, quasi inevitabilmente, ad accettare l’ipotesi di Coltorti e Pieruccini (2000) sulla continuità della superficie su tutta la penisola italiana. Si tratta evidentemente di un’ipotesi che ha importanti conseguenze sulla ricostruzione del- l’evoluzione tettonica dell’Appennino, in relazione sia agli aspetti metodologici delle ricerche, sia ai vincoli che verrebbero posti alla ricostruzione stessa. Essa farebbe infatti della “paleosuperficie sommitale”, da un lato, un prezioso orizzonte di riferimento che permetterebbe di valutare con continuità l’entità del sollevamento su tutta la penisola e, dall’altro, porterebbe ad ammettere un periodo di generale stabilità tettonica di durata tale da permettere una fase erosiva6 in grado di “piallare” l’inte- ro Appennino. L’ipotesi avanzata, per quanto suggestiva, appare però poco credibile. Essa deve fare i conti, infatti, sia con le citate critiche di Cinque (1992; 1995), sia con riserve a carattere più generale. Una prima riserva (alla quale ha accennato anche questo Autore) è che, a parte la “paleosuperficie sommi- tale”, nell’evoluzione della catena non sono noti altri indizi di quella fase di stabilità tettonica che essa pre- supporrebbe. Questa circostanza è indirettamente pro- vata dal fatto che l’eventuale eliminazione di questa fase di spianamento non pregiudica in alcun modo la congruenza degli attuali modelli dell’evoluzione tettonica della catena come, ad esempio, quello di Calamita et al. (2000) per l’Appennino centrale. Altrettanto difficile è indicare nelle successioni sedimentarie dei bacini marini che nel Pliocene delimita- vano la dorsale appenninica (lato tirrenico e lato adriati- co), attualmente affioranti ai piedi della catena, quelli che dovrebbero essere i depositi correlativi di una fase erosiva commisurata all’entità dello spianamento invo- cato7. E’ chiaro, inoltre, che estendere la paleosuperficie sommitale a tutto l’Appennino significa aumentare enor- memente i casi in cui le differenze di quota fra lembi di spianate sommitali devono essere imputati a dislocazio- ni tettoniche. L’argomentazione che è alla base dell’ipotesi di una superficie unitaria su tutta la penisola è quindi dop- piamente circolare: nei riguardi del rapporto fra paleosu- perficie e fase di stabilità tettonica che l’avrebbe genera- ta, e nei riguardi del rapporto fra differenze di quote e dislocazioni tettoniche. Un po’ come dire che la fase di stabilità tettonica è dimostrata dalla unitarietà della superficie e che la sua eventuale non-unitarietà geome- trica deve essere imputata a dislocazioni tettoniche. Un po’ paradossalmente, è quindi proprio la larga diffusione delle spianate sommitali che rappresenta l’ele- mento di maggior debolezza nei riguardi dell’ipotesi che tutti i lembi siano il risultato di una stessa fase erosiva. Per ridurre il peso di questa argomentazione, in modo da poter salvare la possibilità di correlare le spia- nate sommitali in quanto sommitali e poste a quote simi- li, si potrebbe pensare di “regionalizzare” la paleosuper- ficie sommitale. Si potrebbe, cioè, rinunciare all’idea di una superficie estesa su tutto l’Appennino ripiegando su estensioni più modeste, separando ad esempio una paleosuperficie marchigiana da una laziale-abruzzese o da una umbra. Le possibilità di successo di una simile operazione appaiono però piuttosto problematiche in quanto sarebbe necessario, da un lato, tracciare limiti geologicamente motivati fra le diverse aree e, dall’altro, assegnare alle paleosuperfici presenti in ciascuna di queste aree una diversa collocazione temporale ed uno specifico significato tettonico, pena la ricaduta nell’ipote- si della superficie unitaria a scala peninsulare. In un panorama interpretativo così problematico l’argomento che riveste il peso maggiore a favore dell’i- potesi di una superficie unitaria, regionale o peninsulare 5 Ovviamente a meno che non si postuli la planarità del pae- saggio, ricadendo così nella circolarità dell’argomentazione 6 Anche se non è possibile formulare valutazioni quantitative al riguardo, l’entità della discordanza della “paleosuperficie” con le successioni sedimentarie che ne sono erose induce a ritene- re quanto meno verosimile che si sia trattato di un fenomeno che ha asportato un volume considerevole di materiali, di dura- ta certamente non breve. 7 Depositi di questo tipo potrebbero essere quelli descritti da Cantalamessa et al., (1986) peraltro limitati alle Marche meri- dionali 74 C. Bosi che sia, resta il fatto che questa sembra corrisponde all’unico modello evolutivo in grado di spiegare i fatti osservati. La prima obiezione che viene fatta al tentativo di negare l’unitarietà della superficie è, infatti, che non si vede in quale altro modo si possa spiegare la situazione osservata, visto che la distribuzione di lembi di spianate sommitali a quote relativamente uniformi non può esse- re casuale. Vale quindi la pena di esplorare la possibilità di schemi genetici alternativi, che siano in grado di spiega- re questa distribuzione senza ricorrere all’ipotesi della superficie unica. Un tentativo in questo senso può essere effettuato partendo dalle seguenti due circostanze. a) L’evoluzione geomorfologica di gran parte dell’Appennino può essere schematicamente divisa in due parti: la prima, essenzialmente pliocenica, comprende una serie di fasi erosive che hanno inte- ragito con la strutturazione della catena; la seconda corrisponde al marcato approfondimento del reticolo conseguente al successivo forte sollevamento. b) In un’evoluzione morfologica dominata dall’erosione, le forme più conservative sono quelle planari e subo- rizzontali; questa valutazione è avvalorata anche dal fatto che la maggior parte delle attuali superfici relitte è di questo tipo. Queste due circostanze, considerate congiunta- mente, inducono a ritenere che: - le forme originatesi nella prima fase evolutiva e “fossi- lizzate” ad opera della seconda siano rappresentate prevalentemente da spianate; - queste spianate siano disposte di preferenza in posi- zione sommitale; - questa posizione possa essere diversa da quella origi- naria perché la continua sovrimpressione di forme di erosione può aver obliterato altre spianate (non necessariamente sommitali) poste originariamente a quote anche più alte. La distribuzione plano-altimetrica delle spianate sommitali nel paesaggio attuale verrebbe quindi ad essere sostanzialmente determinata dalle quote attuali dei maggiori rilievi: è quindi inevitabile che là dove que- ste quote sono contenute in intervalli relativamente ristretti (come succede in molte zone non soltanto appenniniche) i lembi delle spianate sommitali abbiano anch’esse quote relativamente uniformi, creando l’im- pressione di essere riconducibili ad un’unica “paleosu- perficie sommitale”. In questa prospettiva la problematica genetica di questa superficie verrebbe quindi ad avere aspetti in comune con la vecchia questione della Gipfelflur (Penck, 1955)8, in quanto legata anch’essa alla tenden- za delle sommità dei rilievi ad assumere quote relativa- mente uniformi su vaste aree. Uno schema che esemplifica quanto ora esposto è quella delineato nella figura 2, con una successione di quattro paesaggi incassati l’uno nell’altro, profondamen- te incisa dall’erosione prodotta dal sollevamento della catena. Dallo schema appare chiaro che i lembi di superfici relitte più o meno pianeggianti, anche se collo- cati in un ristretto intervallo altimetrico, non rappresenta- no affatto quello che resta di un’unica paleosuperficie pianeggiante; essi sono invece il risultato di una storia erosiva che, grazie alla stabilità delle forme planari ed alla relativa similitudine di quota della sommità degli attuali rilievi, ha portato a conservare a quote simili lembi di spianate di età diversa. Allo schema di Fig.2 si potrebbe obiettare che i quattro paesaggi fittizi che vi sono rappresentati corri- spondono a morfologie di comodo, miranti a delineare scenari favorevoli all’ipotesi proposta. In realtà non è così, visto che a risultati analoghi si arriva partendo da qualunque insieme di paesaggi incassati l’uno nell’altro, purchè siano verificate due condizioni: (i) che i paesaggi comprendano superfici pianeggianti diffuse su tutta l’a- rea considerata e (ii) che i dislivelli fra di esse siano molto minori di quelli che separano le spianate relitte presenti entro le valli che incidono la “paleosuperficie Figura 2 – Schema evolutivo che dimostra la possibilità che spianate sommitali a quote analoghe non siano indicative di una “paleosu- perficie sommitale” geneticamente unitaria. 1, 2, 3, 4 - : successione di paesaggi pre-sollevamento; 5 - paesaggio attuale; I, II, III, IV - ordine delle spianate riferito alla successione dei paesaggi 1-4. N.B. Per ciascun paesaggio non sono stati considerati gli effetti del rimodellamento relativo ai paesaggi più recenti. Evolutionary scheme that demonstrates the possibility that summit surfaces at a similar altitude are not indicative of one genetically uni- tary surface. 1, 2, 3, 4: flights of landscapes; 5-present landscape; I,II, III, IV order of the planation surfaces referred to flights 1-4. N.B. For each landscape, the effects of remodelling regarding more recent landscapes have not been considered. 8 Si tratta, come è noto, dell’ipotesi che la relativa uniformità delle quote dei rilievi in ampi settori di catena potessero essere dovuti all’esistenza di una fantomatica originaria superficie pia- neggiante, corrispondente all’inviluppo delle cime. 75 sommitale”. Ambedue queste condizioni sono del tutto compatibili con uno scenario evolutivo caratterizzato, per l’Appennino, dalla forte accelerazione dell’erosione provocata dal sollevamento. Le principali differenze fra l’ipotesi di una “paleo- superficie sommitale” geneticamente unitaria degli Autori ed il modello evolutivo proposto risiede sostan- zialmente nelle caratteristiche del paesaggio esistente all’inizio dell’approfondimento del reticolo idrografico e nel ruolo che esso riveste nella ricostruzione della com- ponente verticale delle dislocazioni tettoniche. Secondo la prima ipotesi si trattava di un paesag- gio pianeggiante, diffuso a scala regionale e, almeno secondo alcuni Autori (v. cap.2), originatosi a quote pros- sime a quelle del mare, suscettibile di fornire un ottimo orizzonte di riferimento per ricostruzioni tettoniche. Secondo il modello proposto si trattava invece di un paesaggio non definibile sulla base della morfologia attuale: di esso si può solo dire che doveva comprende- re lembi di spianate originatesi nel corso di tutta l’evolu- zione geomorfologica precedente, alcune delle quali potevano essere anche più antiche (e più alte) di quelle attualmente conservate. Tenendo conto che questa parte dell’evoluzione è interamente precedente alla parte più intensa fase del sollevamento, si può tutt’al più ritenere che il paesaggio fosse probabilmente meno accidentato di quello attuale, senza che sia però possi- bile alcun riferimento al corrispondente livello del mare. La possibilità di utilizzare la “paleosuperficie som- mitale” nelle ricostruzioni tettoniche viene quindi ad essere notevolmente ridimensionata. Lo schema evolutivo prospettato in fig. 2 non esclude ovviamente che in Appennino possano esistere paleopaesaggi sommitali geneticamente unitari anche estesi; esso porta solo a negare che tutti gli attuali lembi di spianate sommitali siano necessariamente riconduci- bili ad un unico paesaggio pianeggiante. Ipotesi di pae- saggi sommitali geneticamente unitari dovrebbero, di conseguenza, essere accettate solo nei casi in cui si disponga di elementi di valutazione ragionevolmente probanti, diversi ovviamente dall’assunto “a priori” della superficie unica. 33..22 LLee ssuucccceessssiioonnii tteerrrraazzzzaattee Dalla sintesi degli studi riportata nel capitolo 2, emerge che situazioni rappresentate da successioni ter- razzate di superfici relitte, spesso incassate in lembi di antiche spianate d’erosione, sono diffuse in tutta la cate- na appenninica. Ciò dimostra che l’approfondimento del reticolo non si è realizzato in modo continuo, ma con alternanze di fasi di incisione e fasi di spianamento che si sono rea- lizzate, non soltanto nell’intervallo di tempo nel quale si sono realizzate le successioni di terrazzi alluvionali generalmente presenti nella parte inferiore dei versanti, ma durante tutta l’evoluzione morfologica che ha portato al paesaggio attuale. Anche senza entrare nell’esame dei fenomeni che sono alla base di questa alternanza, appare ovvio che la loro generalità alla scala dell’intera catena non può che indicare una forte influenza climati- ca. Una situazione che rappresenta nel modo più completo l’assetto delle successioni terrazzate nelle Marche, senz’altro la zona appenninica più conosciuta sotto questo profilo, è quella sintetizzata in Nesci et al. (1992) riportata nella figura 3. Da questa figura sembra potersi desumere che, al di là delle distinzioni terminolo- giche, il fenomeno del terrazzamento è sostanzialmente consistito nel progressivo incassamento di spianate la cui estensione complessiva si è progressivamente ridot- ta nel corso dell’approfondimento del reticolo, fino ai ter- razzi alluvionali conservati nella parte inferiore dei ver- santi. Sembra potersi desumere anche che le spianate più antiche (“spianate non intravallive” corrispondenti agli oroghraphic terraces di Ciccacci et al.,1985) dove- vano corrispondere a larghissime depressioni pianeg- gianti, incassate nella “paleosuperficie sommitale”. La verosimiglianza di questa ipotesi appare piutto- sto dubbia, soprattutto per la difficoltà di spiegare in modo convincente la genesi di queste spianate. Essa non può, infatti, essere imputata a fenomeni di erosione fluviale, dal momento che mancano completamente altri indizi di attività dei fiumi corrispondenti; difficile pure pensare a soli processi pedimentari di questa importan- za, ripetuti durante tutto il processo di escavazione. Figura 3 – Sezioni morfologiche trasversali nell’area di Fossombrone. T3, T2, T1 - terrazzi poligenici; Te - terrazzi d’erosione; Se - spianate non intravallive (Da Nesci et al. 1992, semplificata). Morphological sections in the Fossombrone area. T3, T2, Tl- poligenic terraces; Te- erosion terraces: Se- not intravallies surfaces. (By Nesci et al.1992, simplified). L’interpretazione delle superfici relitte ... Un altro fatto che lascia perplessi è che, nonostan- te l’estensione di questi ipotetici spianamenti, l’area dei singoli lembi tende ad essere sempre molto limitata. Un modello evolutivo che sembra in grado di spie- gare in modo più convincente la grande estensione delle aree nelle quali sono conservati lembi, anche modesti, di uno stesso ordine di spianate è quello sche- matizzato nella figura 4. Secondo questo schema i lembi di superfici relitte sarebbero da riferire non ad un’unica spianata connessa con la stabilità del livello di base della corrispondente larghissima vallata, ma a spianate sviluppatesi sui fian- chi di un insieme di valli distinte, che sono espressione di uno stesso stadio di approfondimento del reticolo. Si tratterebbe quindi di effetti connessi con la stabilità di livelli di base plurimi, accumunati dal fatto di essere significativamente più bassi di quelli corrispondenti alle spianate immediatamente più antiche e più alti di quelli delle spianate immediatamente più recenti. I limiti delle zone nelle quali sono conservati lembi di spianate di uno stesso ordine corrisponderebbero quindi ai limiti delle aree sulle quali ha agito il sistema di valli appartenenti ad uno specifico stadio di approfondi- mento del reticolo. E’ da osservare che lo schema evolutivo proposto, se da un lato fornisce una spiegazione più convincente dei fatti osservati, dall’altro complica notevolmente l’in- terpretazione delle successioni terrazzate di superfici relitte. L’inviluppo dei lembi relitti appartenenti ad uno stesso ordine di superfici dovrebbe infatti essere assimi- lato non ad una superficie pianeggiante e suborizzonta- le, ma ad una morfologia più o meno irregolare la cui unica caratteristica certa è quella di presentare quote decrescenti verso i livelli di base. Nel caso di successio- ni di più superfici incassate l’una nell’altra possono di conseguenza aumentare notevolmente le difficoltà che si incontrano sia nel definire correlazioni fra i lembi osservati, sia nel ricavare indicazioni sulle deformazioni tettoniche partendo dalla attuale distribuzione plano-alti- metrica degli stessi lembi. Per inciso, si può anche osservare che, adottando lo schema di fig.4, le distinzioni terminologiche proposte nel citato lavoro di Nesci et al. (terrazzi vallivi poligenici, terrazzi d’erosione, spianate non intravallive), come anche quelle analoghe di altri lavori sull’argomento (v. ad esempio la carta geomorfologica allegata a Dramis et al., 1992 ) potrebbero perdere gran parte delle loro motivazioni; tutte le spianate comprese fra quelle som- mitali ed i sedimenti alluvionali sospesi sui fondovalle potrebbero, infatti, essere esaurientemente definite dalla loro posizione ordinale e da una precisazione in merito alla loro origine (erosionale o di accumulo). 44.. MMEETTOODDII DDII SSTTUUDDIIOO In relazione ai metodi seguiti negli studi sulle superfici relitte è opportuno considerare soprattutto i cri- teri di delimitazione dei lembi di superfici osservati e i criteri di correlazione degli stessi. I criteri di delimitazione devono fare i conti con un’inevitabile soggettività legata a diverse circostanze, fra le quali sono da citare le seguenti: - tutte le superfici relitte sono più o meno rimodellate come è dimostrato, fra l’altro, dall’assenza pressoché totale di coltri colluviali e di suoli; - la distinzione fra rimodellamento ed incassamento di altre superfici può talora essere piuttosto opinabile; - salvo casi eccezionali, i lembi di spianate non sono delimitati da cigli netti, cartografabili con precisione, ma da convessità più o meno pronunciate che raccor- dano le spianate ai versanti che le intersecano. La soggettività della delimitazione può avere con- seguenze importanti sui risultati che si possono ottene- re. Largheggiare nella delimitazione, ad esempio, finisce inevitabilmente per aumentare in modo rilevante l’area attribuita a resti di paesaggi relitti, contribuendo ad aumentare in modo gratuito la verosimiglianza di rico- struzioni che possono invece essere molto aleatorie; porta inoltre ad ampliare l’intervallo di quota nel quale si sviluppa la superficie e, quindi, ad ipotizzare morfologie originarie più ondulate. D’altra parte, delineare lembi più ristretti (fino a considerare soltanto le quote più alte dei singoli lembi), orienta di fatto verso l’ipotesi di morfologie originarie più piatte, che possono incoraggiare ipotesi di correlazioni su basi prevalentemente altimetriche. Più complessi sono i problemi relativi alla correla- zione fra i diversi lembi osservati, problemi che sono diversi da quelli già analizzati a proposito delle superfici sommitali (par. 3.1) Considerazioni su questo argomen- to possono prendere le mosse dai criteri indicati in Messina et al. (1999), ripresi da Bosi et al. (1996), che sono fondati sulle seguenti caratteristiche: - quote dei diversi lembi; - spaziatura altimetrica fra coppie di superfici apparte- 76 C. Bosi Figura 4 – Schema evolutivo che riconduce i lembi relitti di successioni terrazzate all’ap- profondimento “per fasi” di un reticolo idro- grafico costituito da insiemi di incisioni di modesta entità. N.B. Per le tre fasi più anti- che non sono state evidenziate le fasi di inci- sione che hanno terrazzato le spianate di fondovalle dando origine alla successione dei diversi ordini di superfici. Evolutionary scheme that leads the plana- tion surfaces of terraces flights to a deepe- ning of a hydrographic network made up by a group of modest incisions. N.B. For the three oldest phases, the phases of incisions that have terraced the valley bot- tom, giving origin to successions of different surfaces orders, have not been highlighted. nenti a successioni diverse, tenuto conto della loro pendenza originaria; - posizione nell’ambito delle diverse successioni. Esperienze effettuate in varie zone appenniniche sembrano indicare che questi criteri debbano essere rivisti, soprattutto per il fatto, già ricordato nel paragrafo 3.2, che la pendenza delle superfici originarie non è nota. Esiste quindi il rischio, già ventilato, che si finisca con l’adottare un modello rappresentato da una serie di superfici sostanzialmente pianeggianti e suborizzontali progressivamente incassate l’una nell’altra, modello che è privo di adeguate motivazioni. Un’altra considerazione che induce alla cautela nella applicazione dei criteri sopra ricordati riguarda il ruolo della posizione ordinale delle superfici nelle diver- se successioni. E’ infatti ovvio che questa posizione può essere di ausilio nella correlazione fra i diversi lembi solo a patto che si possano escludere obliterazioni tali da alterare le successioni originarie, annullando le trac- ce di uno o più ordini di superfici. Tenuto conto di queste circostanze e dei modelli evolutivi riportati nel cap.3, nello studio della zona consi- derata è stata seguita una procedura che può essere sintetizzata come segue. a) Sono stati considerati tutti i lembi di spianate d’ero- sione, da suborizzontali a poco inclinate, che posso- no essere interpretate come tracce di antiche morfo- logie realizzatesi con riferimento a livelli di base diversi da quelli attuali. I limiti dei singoli lembi sono stati tracciati in corrispondenza del punto di massima curvatura della convessità che separa la spianata dal sottostante versante, eliminando l’effetto topografico dei più evidenti fenomeni di rimodellamento. b) Allo scopo di definire nel modo più affidabile possibile la successione degli eventi di spianamento che hanno interessato la zona, è stato inizialmente indivi- duato un certo numero di “successioni-base”, ciascu- na delle quali è rappresentata da due o più spianate raccordate da versanti geometricamente continui, in modo da minimizzare il rischio di trascurare gli effetti di dislocazioni tettoniche. L’insieme delle “successioni-base” ha portato alla elaborazione di una “successione-tipo”, che dovreb- be corrispondere alla successione degli eventi di spianamento e, quindi, agli ordini di superfici da con- siderare9. c) Si è proceduto poi ad una correlazione dei singoli lembi cartografati con la successione-tipo, fondata sui rapporti plano-altimetrici riferiti a scenari paleo- morfologici ritenuti ragionevoli. In concreto si potreb- be dire che il quadro delle correlazioni effettuate ha corrisposto ad un processo di best fitting fondato sui vincoli derivanti dalla successione-tipo, dalla distribu- zione plano-altimetrica dei lembi osservati e dalle dislocazioni tettoniche cronologicamente caratteriz- zate. I lembi di attribuzione problematica sono stati opportunamente evidenziati; quelli per i quali il livello di incertezza era troppo elevato sono stati definiti come “non correlabili”. E’ chiaro che la procedura delineata conserva ancora notevoli margini di opinabilità, in relazione sia alla ricostruzione della successione tipo, sia alla attribu- zione dei singoli lembi di spianate agli ordini di questa successione. Il metodo sembra comunque rappresenta- re un certo progresso non foss’altro perchè, chiarendo le motivazione delle diverse scelte, facilita la valutazione sull’attendibilità e sulla verosimiglianza della ricostruzio- ne effettuata. 55.. LLAA SSUUCCCCEESSSSIIOONNEE DDEELLLLEE SSUUPPEERRFFIICCII RREELLIITT-- TTEE NNEELLLL’’AARREEAA SSTTUUDDIIAATTAA Nella zona esaminata, i lembi di superfici relitte (v. carta allegata) sono relativamente numerosi ma di dimensioni generalmente modeste (raramente raggiun- gono 0.5-1.0 kmq), tanto che si può stimare che la superficie complessiva dei lembi osservati rappresenti mediamente alcuni percento dell’area totale. I lembi sono però distribuiti in modo tale da rendere possibile l’individuazione di un discreto numero di “successioni- base” (par.4); fra le più rilevanti ai fini dello studio si possono citare quelle delle zone di M.Tito e di M.Camorlo, rispettivamente nel settore meridionale e settentrionale dell’area. L’insieme delle successioni-base è stato integrato in una “successione-tipo” costituita da otto ordini di superfici. Per queste superfici l’abituale indicazione per ordi- ne numerico (I, II, III …. ordine) è stata sostituita da una denominazione analoga a quella usata nella litostrati- grafia; ogni superficie è stata cioè contraddistinta con un nome di località, tendenzialmente quella nella quale la essa è più evidente. Per le superfici più antiche, ricono- sciute solo alla sommità dei maggiori rilievi del settore orientale dell’area considerata, è stato utilizzato il termi- ne “gruppo delle spianate sommitali” per esprimere la valutazione che queste superfici, pur appartenendo al paleopaesaggio sul quale si è esplicata l’erosione con- seguente al sollevamento, possono non appartenere ad una stessa fase morfogenetica (v. par. 3.1). Altre informazioni utili alla interpretazione della carta allegata sono quelle sotto riportate. 1) Nell’ambito del “gruppo delle spianate sommitali” l’ap- partenenza ad un’unica superficie originaria può essere ipotizzata solo per gli estesi lembi conservati alla sommità dei rilievi compresi fra M.Fema, e M.Cavallo, nel settore sud-orientale dell’area consi- derata, date le modeste distanze che li separano e l’assenza di importanti incisioni interposte. Nessuna correlazione può invece essere ipotizzata fra questi lembi e quelli conservati nelle altre zone. 2) La superficie di M.Tito è ben rappresentata alla som- mità dei blandi rilievi che caratterizzano il settore occidentale dell’area considerata, ad Ovest della dor- sali di M.Tolagna e di M.Prefoglio-M.Scalette; essa sembra però aver interessato anche un’ampia zona in corrispondenza della valle del Chienti e l’altopiano di M.Lago. Il suo incassamento nella superficie di M.Peletta ed in quelle sommitali si può osservare piuttosto chiaramente nel settore meridionale dell’a- rea considerata. Questa superficie è la più recente fra quelle che precedono l’impostazione della depres- sione tettonica nella quale è contenuta la successio- 77 9 Si può osservare che, come indicato in altri lavori (Carraro e Ferrarino, 1981), questa successione può essere considerata l’equivalente in campo morfologico delle usuali successioni stratigrafiche (“successione morfosequenziale” in Bosi, 1989a). L’interpretazione delle superfici relitte ... ne di Cesi-Colle Curti (Ficcarelli et al., 1997). Dato che, secondo questi Autori, la base di questa succes- sione è riferibile al Pleistocene inferiore (più antico di un milione di anni circa) il completamento della super- ficie di M.Tito dovrebbe essere riferito Pliocene o, tutt’al più, alla parte basale del Pleistocene inferiore. 3) La superficie di Rasenna è sviluppata a tetto della parte superiore della successione pleistocenica di Cesi-Collecurti, studiata da Ficcarelli et al. (lav. cit.) e precisata da Messina et al. (1999), contenente tephra datati a circa 430.000 anni. 4) La superficie di Cavallara, definita sulle alture ad W della palude di Colfiorito, è rappresentata nella parte meridionale dell’area considerata ad un sistema di fondovalle sospesi rispetto alle valli attuali. 5) La superficie di Borgo corrisponde alla superficie sommitale di un terrazzo fluviale che, a SSE del piano di Colfiorito, è incassato sia nella superficie di Rasenna, sia in quella di Cavallara. 6) La superficie di Casale Paolucci corrisponde al top di conoidi ed a lembi di terrazzi (di erosione e di accu- mulo)10, sospesi sui fondovalle o su sporadici lembi di terrazzi alluvionali recenti che non sono stati conside- rati. Si deve anche precisare che, nell’interpretazione dei lembi di superfici relitte ad E di Colfiorito, si è tenuto conto delle importanti faglie ubicate al piede delle dorsa- li M.Prefoglio-M.Scalette e M.Tolagna, la cui attività si sarebbe protratta fino all’Attuale, come dimostrato dalle dislocazioni verificatesi in occasione del recente terre- moto di Colfiorito (Cello et al., 1997; Cinti et al., 1999). Secondo altri Autori (Basili et al., 1998; Messina et al., 1999), invece, l’attività di queste faglie si sarebbe prati- camente arrestata nel Pleistocene medio, ragion per cui esse dovrebbero aver interessato solo le superfici più antiche di quella di Rasenna. Analoga considerazione si è riservata anche alle faglie che interessano la zona ad Ovest della dorsale M.Acuto-M.Trella che mostrano indizi morfologici di dislocazioni riferibili al Pleistocene medio-superiore11. I risultati sintetizzati nella carta differiscono da quelli di Ficcarelli et al. (1997) in modo radicale: tutte le superfici che vi compaiono costituiscono infatti differen- ziazioni dell’unica superficie sommitale individuata dagli Autori. I risultati ottenuti sono sensibilmente diversi anche da quelli di Messina et al. (1999), oltre che per la diversa interpretazione delle spianate sommitali, per il numero minore di superfici riconosciute nell’altopiano di Colfiorito (5 invece di 8) e per la posizione stratigrafica della “superficie di M.Tito”, incassata nelle superfici più antiche anziché correlabile con esse. 66.. SSCCHHEEMMAA EEVVOOLLUUTTIIVVOO Sulla base dei dati raccolti e delle interpretazioni schematizzate nella carta allegata e precisate nel capi- tolo precedente, la successione delle fasi erosive che ha interessato la zona può essere divisa in due parti. Nella prima, una successione di eventi di spiana- mento, cronologicamente non precisabili, ha dato origi- ne al gruppo delle “spianate sommitali”; nella seconda si è prodotta una sequenza di almeno sette eventi di spia- namento, testimoniati dalle superfici comprese fra quella di Colle Argentiera e quella di Casale Paolucci, seguiti da altrettante fasi di escavazione. La successione di tutti questi eventi erosionali si è manifestata in un contesto tettonico determinato, oltre che da un sollevamento generalizzato plio-quaternario (v. cap.2), dall’attività della importante struttura tettonica corrispondente al bordo occidentale del gruppo montuo- so M.Fema-M.Pennino (faglia di M.Tolagna e faglia M.Prefoglio-M.Scalette già citate) (Calamita et al., 1997). Le modalità con le quali si è realizzata l’interazio- ne erosione-tettonica possono essere sintetizzate come segue. a) Dopo la successione degli eventi di spianamento responsabili della formazione del gruppo delle “spia- nate sommitali”, due distinte alternanze incisione- spianamento hanno dato origine alle superfici di Colle Argentiera e di M.Peletta. La distribuzione dei corrispondenti lembi relitti non fornisce particolari informazioni sull’evoluzione del paesaggio nel corri- spondente intervallo di tempo; appare comunque probabile che le fasi erosive siano state di entità piut- tosto modesta. b) Una successiva, e ben più importante, fase erosiva ha portato alla individuazione di due distinti gruppi di rilievi (M.Fema-M.Tolagna a Sud e M.Camorlo- M.Pennino a Nord), separati da una larga depressio- ne, con asse all’incirca corrispondente all’attuale valle del Chienti (v. Fig.5). Questa fase corrisponde verosimilmente all’inizio del forte sollevamento gene- ralizzato riconosciuto in tutto l’Appennino centrale. Essa è stata seguita da un importante episodio di spianamento che ha dato origine alla superficie di M.Tito, profondamente incassata nelle superfici pre- cedenti e sviluppata in tutta la parte occidentale del- l’area considerata, nonché nelle zone corrispondenti alla valle del Chienti ed all’altopiano di M. Lago. Questa fase di spianamento non sembra aver risenti- to della attività della faglia M.Prefoglio-M.Scalette. c) La successiva alternanza incisione-spianamento ha dato origine alla superficie di Rasenna, moderata- mente incassata in quella di M. Tito, che mostra una distribuzione sostanzialmente limitata alla parte occi- dentale dell’area ed alla zona di M. Lago12. La dife- renza fra questa distribuzione e quella della superfi- cie di M.Tito suggerisce una discontinuità del panora- ma erosivo, probabilmente connessa con l’attività della citata faglia M.Prefoglio-M.Scalette. d) L’evoluzione geologica successiva alla superficie di Rasenna appare condizionata dallo sbarramento del 78 C. Bosi 10 Nella carta allegata sono indicati solo i lembi più importanti. 11 Questa valutazione è ricavata da un’analisi dei rapporti fra elementi morfologici specifici e paesaggi relitti, che sarà ogget- to di una imminente pubblicazione. 12 A meno che la superficie di Rasenna non possa essere rico- nosciuta anche nei lembi cartografati come “non attribuibili” nella zona di M.Barbontile, nel qual caso la situazione di M.Lago dovrebbe essere allargata verso Sud. 13 Secondo Messina et al. (lav.cit.) allo sbarramento ha collabo- rato anche una grande frana verificatasi in corrispondenza del margine orientale del piano di Colfiorito. 79 reticolo ad opera della faglia M. Prefoglio-M. Scalette13, e dalla impostazione, nell’altopiano di Colfiorito, di due distinti bacini separati dalla sella de La Pintura (testata del Percanestro, a SW del M. Tolagna). Vengono così a configurarsi tre distinti bacini (Colfiorito, M. Lago e Percanestro), ciascuno caratterizzato da una propria evoluzione, legata peraltro ad un’analoga successione di alternanze incisione-spianamento. e) La parte più recente dell’evoluzione geomorfologica si collega direttamente a quella in atto, determinata dalla forte approfondimento dei bacini del Chienti, del Topino e del Nera e dall’evoluzione endoreica degli altopiani di Colfiorito e di M.Lago, influenzata da vistosi fenomeni carsici. Per l’altopiano di Colfiorito appare inoltre evidente il ruolo svolto, anche in que- sta fase, dalla struttura corrispondente alla faglia M.Prefoglio-M.Scalette. Ai fini della ricostruzione della evoluzione geologi- ca dell’area dovrebbero, ovviamente, essere considera- te anche le indicazioni fornite dalle successioni sedi- mentarie esistenti nell’area. Rinviando ad un successivo lavoro lo sviluppo di questo argomento, ci si limita in questa sede a ricordare che le successioni di interesse più generale sono quelle contenute nelle principali depressioni, descritte da Ficcarelli et al. (1997) e da Messina et al. (1999), cronologicamente collocabili fra gli eventi indicati ai punti b) e c). Altre successioni di un qualche rilievo sono quelle immediata- mente sottostanti alle superfici di Borgo e di C.Paolucci. Lo schema dell’evoluzione geologica così delineato sembra suggerire che l’i- nizio del sollevamento generalizzato dell’area sia da porre in un Pliocene piuttosto inoltrato, piuttosto che nella parte superiore del Pliocene inferiore come ritenuto da Coltorti e Pieruccini (2000). Questa valutazione deriva sia dalla non-significatività della situazione della zona di Spoleto, descritta da Coltorti e Pieruccini, 1997), sia sul verosimile assunto di una durata non breve degli eventi che, oltre alla struttu- razione della catena, hanno dato origi- ne all’evoluzione geologica testimonia- ta dalla successione “superfici sommi- tali”- S. di Colle Argentiera - S.di M.Paletta. Lo schema porterebbe anche a ritene- re che l’inizio dell’attività delle faglie che delimitano verso ovest le dorsali di M.Tolagna e di M.Prefoglio-M.Scalette (o quanto meno l’inizio della fase più importante delle dislocazioni lungo di esse) sia riferibile all’intervallo compre- so fra il completamento della superficie di M.Tito e la sedimentazione degli strati basali della successione di Cesi - Colle Curti. 77.. CCOONNCCLLUUSSIIOONNII L’esame critico della bibliografia geolo- gica relativa alle superfici relitte di buona parte dell’Appennino centro- meridionale ha portato ad approfondire alcuni aspetti dei modelli genetici che sono alla base delle interpretazioni finora pubblicate. Un primo aspetto riguarda l’unitarietà della “paleosuperficie sommitale”. Partendo dalla critica al procedimento che porta a correlare le spianate som- mitali solo sulla base del fatto che si tratta delle superfici relitte più antiche nell’ambito delle varie successioni ter- razzate osservate e dalle numerose Figura 5 – Quadro schematico della diffusione areale di alcune superfici relitte. Legenda: a - Piano di Colfiorito; b - Piano di Monte Lago; 1 - superficie di M.Fema (“gruppo spianate sommitali”); 2 - superficie di M.Tito; 3 - superficie di Rasenna; 4 - faglie ad attività meso-supra pleistocenica. Schematic outline of the distribution of some remnant surfaces. Key: a - Piano di Colfiorito; b - Piano di Monte Lago; 1 - M. Fema surfaces (“summit surfaces group”) ; 2 - M. Tito surface; 3 - Rasenna surface; 4 – Meso-supra pleistocene faults. L’interpretazione delle superfici relitte ... riserve che si possono sollevare nei riguardi delle rico- struzioni che logicamente ne conseguono (come quella che ipotizza l’estensione della paleosuperficie sommita- le su tutto l’Appennino), è stata prospettata la possibilità che le spianate sommitali possano essere riferibili non ad un unico evento morfogenetico, ma ad un insieme di più eventi verificatisi nell’ambito di tutta l’evoluzione geologica precedente al sollevamento. Un secondo aspetto della problematica relativa alle superfici relitte riguarda l’evoluzione dei fenomeni erosivi che sono all’origine della distribuzione spaziale delle più alte delle superfici incassate in quelle sommita- li. La difficoltà di ipotizzare valli di larghezza sufficiente a comprendere tutti i lembi appartenenti ad uno stesso ordine (larghezza dell’ordine anche di parecchi km), possono essere rimosse ammettendo che l’alternanza di fasi di approfondimento e di spianamento, che ha caratterizzato tutto l’approfondimento del reticolo, abbia interessato non singole larghe vallate, ma insiemi di valli minori, accumunate dal fatto di essere condizionate da livelli di base relativamente uniformi. Ambedue gli schemi evolutivi proposti hanno sen- sibili implicazioni nei riguardi dell’interpretazione tettoni- ca di superfici relitte. Il primo induce a ritenere che l’o- perazione di ricavare indicazioni sull’entità dei solleva- menti differenziali dalle differenze di quota delle superfi- ci sommitali debba essere limitata alle sole zone nelle quali si possono proporre fondate correlazioni fra le stesse superfici. Il secondo, oltre a complicare il problema delle correlazioni fra i lembi relitti, riduce considerevolmente l’importanza che le quote attuali delle superfici relitte hanno nei riguardi della ricostruzione di deformazioni tettoniche. Nonostante queste limitazioni, le superfici relitte possono fornire informazioni utili ai fini della ricostruzio- ne della evoluzione geologica di zone di catena. Nel caso della zona considerata in questo lavoro, integrando la riconsiderazione dei modelli genetici con precisazioni di ordine metodologico, è stata ricostruita una successione di superfici relitte, la cui distribuzione plano-altimetrica può contribuire a precisare l’evoluzione dell’area considerata. Queste precisazioni riguardano sostanzialmente: - l’inizio del sollevamento e del conseguente forte approfondimento del reticolo idrografico, che risulte- rebbe riferibile ad un Pliocene inoltrato, e quindi pro- babilmente più recente di quanto ipotizzato da Coltorti e Pieruccini (2000); - l’inizio dell’attività delle faglie che bordano le dorsali di M.Tolagna e M.Prefoglio-M.Scalette che potrebbe essere riferito all’intervallo cronologico compreso fra il completamento della superficie di M.Tito e l’età degli strati basali della successione Cesi-Colle Curti; - l’origine dell’altopiano di M.Lago che risulterebbe con- nessa con una evoluzione analoga a quella dell’alto- piano di Colfiorito, in accordo con le similitudini fra le caratteristiche orografiche delle due aree. RRIINNGGRRAAZZIIAAMMEENNTTII L’autore ringrazia C.Bartolini e F.Carraro per la revisione del testo e per i suggerimenti forniti. LLAAVVOORRII CCIITTAATTII Amato A., Azzara R., Chiarabba C., Cimini G.B., Cocco M., Di Bona M., Margheriti L., Mazza S., Mele F., Selvaggi G., Basili A., Boschi E., Courboulex F., Deschamps A., Gaffet S., Bittarelli G., Chiaraluce L., Piccinini D. & Ripepe M. (1998). The 1997 Umbria-Marche, Italy, earthquake sequence: a first look at the main shocks and aftershocks. Geophys. Res. Lett. 25 (15), 2861-2864. Amato A. & Cinque A. (1992). Il bacino plio-pleistoceni- co di Calvello (Potenza): evoluzione geologica e geomorfologica. Studi Geol. Camerti, vol. Spec. 1992/1, 181-189 Amato A. & Cinque A. (1999). Erosional landsurface of the Campano-Lucano Appenines (S. Italy): gene- sis, evolution and tectonic implications. Tectonophysics, 315, 251-267 Amato A. & Di Mase A.C. (1997). Caratteristiche paleoambientali ed evoluzione geomorfologica dei plateaux della media valle dell’Agri. Il Quaternario, 10, 213-230 Ascione A., Cinque A. & Tozzi M. (1992). 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