283 che pur essendo accertata la presenza di tali condizioni nel Pleistocene sup. in una fascia altimetrica che andava dal limite delle nevi perenni lino al pedeappennino, tuttavia i depositi periglaciali sono raramente conservati a causa sia dei fenomeni erosivi e di degrada­ zione superficiale in regime post-glaciale, dei fattori climatici , de! sollevamento tettonico recente e de! disboscamento intensivo opera­ to in epoca storica. I lembi residui di depositi e le evidenze morfologiche riferibili a processi periglaciali de! Pleistocene sup. si riscontrano comunque, in fasce di quota tra i 700 m ed i 1000 m s.l.m. Depositi di materiale prodotto da gelifrazione e messo in posto per geliflusso, si riscontrano ai margini di rilievi arenacei o car­ bonatici , in corrispondenza delle aree di affioramento dei complessi di base argillitici delle Liguridi. Panizza (1968) e Panizza & Mantovani (1974) hanno segnalato depositi periglaciali nell'area di Pavullo de! Frignano (Appennino modenese), a quote comprese fra 650-700 m s.l.m. Depositi simili sono stati riconosciuti da Colombetti (1975) nell'area di Zocca-Castel d'Aiano (Appennino Modenese) , a 700-800 m s.l.m. II GSUEG (1976) descrive depositi periglaciali nell 'area della Pietra di Bismantova (Appennino reggiano). Si tratta in particola­ re di lembi di un deposito di glacis da geliflusso, situato alla base delle scarpate della rupe di Bismantova, a quote comprese Ira 500-900 m s.l.m. Depositi di glacis, nicchie di nivazione, riferibili ad un ambiente paleoclimatico periglaciale nel Pleistocene superiore, sono stati inoltre descritti nell'area di Febbio nell'Appennino emiliano (GAG, 1982) a quote comprese Ira 900 e 1050 m s.l.m. Sempre ii GAG (1982) segnala a N de! M. La Piella (Appenino emiliano) un esempio di ghiacciaio di pietre (rock glaciel') , owero di un deposito a forma di lingua, che si sviluppa per una lunghezza di circa 300 m, costituito da blocchi arenacei marcatamente angolari. Nell'area di Febbio , sul versante S del M.Prampa a quota 1500 m s.l.m. e stata riscontrata da Bernini et alii (1978) una falda detritica stratificata (grezes litees o eboulis ordonnes) , potente oltre 20 m, formata da clasti angolari di gelifrazione con materiale limo­ so interstiziale. II deposito e stato attribuito al secondo periodo pleniglaciale del Pleistocene superiore. La falda detritica stratificata de! M.Prampa rappresenta una delle poche documentazioni, nell'Appenino emiliano, di tali depositi che costituiscono invece una delle caratteristiche tipiche de! paesaggio in zone montane nell'Appenino umbro-marchigiano, dove sono stati accuratamente descritti da diversi autori (Coltorti et al. , 1983; Dramis, 1984; Coltorti & Dramis, 1987; 1988). Nelle Marche le !aide detritiche stratificate, spesse anche diverse decine di metri , sono state riscontrate a quote variabili Ira i 200 m ed i 2000 m s.l.m., parti­ colarmente in corrispondenza di litotipi ad elevata gelivita, quali calcari e calcari marnosi. Secondo Dramis (1984b) , esse sono riferibili a due generazioni successive, datate in base alle relazioni con i terrazzi fluviali : la prima e attribuibile al Pleistocene media, la seconda al Pleistocene superiore (Wurm) . Aicerche in corso presso ii Dipartimento di Scienze della Terra di Firenze hanno evidenziato la presenza di !aide detritiche stratificate anche in diverse localita de! versante tirrenico dell'Appennino, come in Val di Lima (Fazzuoli et al., 1992), nell 'Appenino tosco-romagnolo-marchigiano (M. Fumaiolo; Canuti , 1993) ed in Toscana meridionale nella zona amiatina (M. Cetona, M. Civitella, M. Labbro; Canuti , 1993). Altre caratteristiche morfologiche de! territorio montano dell 'Appennino Toscano, quali colate di terra o di detrito di vaste dimensioni, sostanzialmente inattive e difficilmente interpretabili nel quadro cimatico attuale, sembrano confermare la presenza di un regime climatico periglaciale nel Pleistocene superiore. La back analysis di queste colate di terra, svolta con i metodi consueti della stabil ita dei versanti, ha evidenziato che i meccani­ smi di movimento richiedono valori di pressione interstiziale molto elevati (talvolta artesiani) che non trovano plausibile spiegazione nell 'attuale contesto idrogeologico di tali zone. Un'altra tipologia di instabilita dei versanti che presenta notevoli problemi di interpreta­ zione sono le cosiddette deformazioni gravitative profonde che si osservano in alcune placche rocciose sovrastanti materiali argillosi. Nella maggior parte dei casi registrati nell'Appennino settentrionale, i principali fenomeni di questo tipo sono scarsamente attivi o sostanzialmente inattivi, salvo alcune porzioni , e sembrano essersi sviluppati in un diverso regime climatico. Questa ha portato a porsi delle domande e a vedere anche se esistono delle relazioni Ira i caratteri geomorfologici di questi fenomeni ed i movimenti di versante connessi a fenomeni periglaciali. Una stretta relazione Ira eventi franosi -in particolare quelli di grandi dimensioni- ed ii clima e stata riscontrata da Hutchinson (1991) e da Zaruba & Mencl (1982) . Hutchison attribuisce al disgelo de! permafrost una notevole importanza per quanta riguarda la stabilita dei versanti: questo fenomeno infatti determina, come conseguenza, la presenza di ingenti quantita di acqua nel terreno e la generazione di eccessi di pressione nei pori , anche di tipo artesiano, in seguito ai processi di carico non drenato causati dal collasso della struttura del terrano, secondo un meccanismo noto come "consolidazione per disgelo" (Morgestern & Nixon). L'aumento delle pressioni neutre e ii softening (ii processo di rammollimento) che si instaurano nei materiali argillosi sovraconsolidati a seguito del disgelo, conducono ad una caduta della resistenza al taglio del terreno, favorendo quindi l'evoluzione di fenomeni di tipo gravitativo, anche di notevoli dimensioni, che non trovano giustificazione nel quadro morfoclimatico attuale. Allara, noi vorremmo affrontare questo argomento, che per gli applicati si trova un po' al limite della loro preparazione; lo vor­ remmo affrontare con chi si occupa di clima e di morfologia e studia i processi periglaciali. Aiteniamo che l'argomento sia di notevole interesse scientifico che presenti un aspetto, applicativo che e opportuno comprendere e la cui non valutazione ci fa trovare impre ­ parati di fronte a comportamenti , spesso coinvolgenti masse considerevoli di materiali , che possono porre vincoli rilevanti alla realiz­ zazione di grandi opere di ingegneria. Per la bibliografia vedere: Bartolini C. & Carton A. , 1992 - Genni di geomorfologia. In: Bortolotti V. (ed.} Appennino Tosco-Emiliano. Guide Geologiche Aegionali , Soc. Geol. It. , BE-MA Editrice, 86-90.