base AMBIENTE E CLIMA DELLA SICILIA DURANTE GLI ULTIMI 20 MILA ANNI Alessandro Incarbona1, Mauro Agate1, Giuseppe Arisco1, Sergio Bonomo2, Giuseppe Buccheri1, Carolina Di Patti1, Enrico Di Stefano1, Antonino Greco1, Giuliana Madonia1, Federico Masini1, Daria Petruso1, Luca Sineo3, Rodolfo Sprovieri1, Giovanni Surdi1, Giuseppe Zarcone1 1Dipartimento di Geologia e Geodesia, Università di Palermo 2CNR, IAMC, Mazara del Vallo (Tp) 3 Dipartimento di Biologia animale, Università di Palermo Corresponding author: A. Incarbona RIASSUNTO: Incarbona A. et al., Ambiente e Clima della Sicilia durante gli ultimi 20 mila anni. (IT ISSN 0394-3356, 2010). Una serie di studi recenti ha fatto luce su alcuni punti della evoluzione del clima e dell’ambiente nel Mediterraneo centrale, ed in parti- colare in Sicilia, a partire dall’ultimo massimo glaciale (circa 20 mila anni fa). In questo articolo esaminiamo i dati dei lavori più signifi- cativi ed offriamo una loro visione d’insieme, con lo scopo di decifrare i cambiamenti ambientali che sono avvenuti nel passato, princi- palmente nei termini di temperatura, pattern atmosferico, entità delle precipitazioni, vegetazione e associazioni faunistiche. Il clima dell’ultimo massimo glaciale fu caratterizzato da temperature particolarmente rigide e dalla frequente penetrazione di venti freddi di origine settentrionale, avvenuta persino durante la stagione estiva. Bassi valori delle precipitazioni determinarono un pattern della vegetazione dominato da erbe ed arbusti, di tipo steppico o semi-steppico. A differenza di quanto è generalmente assunto, una serie di episodi di anomalia climatica, caratterizzati da temperature medie legger- mente più basse ed una più intensa attività dei venti, potrebbero essersi ripetuti durante l’Olocene, come testimoniato da studi micro- paleontologici e geochimici condotti sui sedimenti del basso Tirreno e del Canale di Sicilia. Testimonianze nei record continentali di queste ricorrenti anomalie sono state trovate nella composizione isotopica degli speleotemi di una grotta nei pressi di Palermo, datati a circa 8200 anni fa, e durante prolungati episodi di siccità registrati in tempi storici, durante la Piccola Età Glaciale, presso Erice (Tp). Molto complesso è il pattern della vegetazione, la cui struttura cambia in base a fattori locali, come ad esempio l’altezza sul livello del mare. Tutti i dati sembrano comunque in accordo nell’indicare lo sviluppo di macchia mediterranea nelle zone costiere e di foreste decidue nelle zone interne e montane, già a partire dall’Olocene più antico. L’impatto antropico sembra essere stato il fattore principa- le nel modellamento dell’attuale distribuzione della vegetazione in Sicilia, attraverso l’uso intensivo del territorio per coltivazioni e pastorizia cominciato probabilmente 2700 anni fa, all’arrivo dei primi insediamenti coloniali dei Greci. L’attività umana ha comunque agito sovrapponendosi ad un trend naturale di diminuzioni delle precipitazioni e di aridificazione, la cui spiegazione non è ancora com- pletamente conosciuta. ABSTRACT: Incarbona A. et al., Environment and Climate in Sicily over the last 20, 000 years. (IT ISSN 0394-3356, 2010). A series of recent studies shed light on the central Mediterranean, and Sicily, climate and environment, starting from the last glacial maximum (about 20 ka cal BP). In the present paper, we examine most of these works, in order to unravel environmental changes of the past, mainly in terms of temperature, atmospheric pattern, precipitation, vegetation and faunal associations. The climate of the last glacial maximum was characterised by very low temperature and by repeated northerlies penetration, even during summer. Low precipitation values led to a steppe- or semisteppe-like vegetation pattern, dominated by herbs and shrubs. Episodes of climatic anomaly, characterised by lower temperature and strengthened wind activity, could have occurred during the Holocene, as testified by micropaleontological and geochemical investigations carried out on the southern Tyrrhenian Sea and in the northern Sicily Channel. In the terrestrial record, there is evidence of drought at 8.2 ka cal BP, from the isotopic composition of a sta- lagmite recovered near Palermo, and of prolonged drought intervals during the Little Ice Age in the Erice village (Trapani). The vegeta- tion pattern shows the development of Mediterranean Maquis in coastal sites and deciduous forests in sub-montane and montane regions, approximately from the Holocene base. The human impact is the main factor that forced the present vegetation pattern, as a consequence of intensive land-use, which started about 2.7 ka cal BP, when Greek colonies were first established. Human activity is however superimposed on a natural trend towards aridity, with climatic forces still not fully understood. Parole chiave: Paleoecologia, Paleoclimatologia, Ultimo Massimo Glaciale, Olocene, Sicilia Keywords: Palaeoecology, Palaeoclimatology, Last Glacial Maximum, Holocene, Sicily Il Quaternario Italian Journal of Quaternary Sciences 23(1), 2010 - 21-36 1 - INTRODUZIONE Negli ultimi anni, la preoccupazione per gli effetti catastrofici che potrebbero essere provocati dal riscal- damento globale si è diffusa nei media e nell’opinione pubblica. Diversi studi hanno proposto previsioni sugli scenari futuri possibili e sull’impatto che l’aumento di temperatura avrebbe sull’ambiente. La conoscenza del- l’impatto climatico sull’ambiente e l’affidabilità delle simulazioni al computer sono in gran parte basate su dati acquisiti nel corso di studi di paleoecologia e paleoclimatologia. Nuove tecniche sono state sviluppa- te, mentre è cresciuto il numero di studi ad alta risolu- zione, in grado di raccogliere e di descrivere i segnali biologici, chimici e fisici a scala secolare o addirittura decennale, in record marini e terrestri. In questo contesto, grande importanza hanno assunto gli studi sull’area mediterranea, particolarmen- te significativi poiché, in virtù della favorevole posizione geografica, permettono speculazioni sulle connessioni tra i sistemi climatici delle basse ed alte latitudini. Diversi studi di rilevanza internazionale sono stati con- 22 A. Incarbona et al. dotti sul settore centrale dell’area mediterranea o nella stessa Sicilia. Sono stati raccolti dati, per esempio, sugli isotopi stabili di sedimenti lacustri e di speleotemi, sui granuli di polline fossile e pure dati micropaleontolo- gici e geochimici su sedimenti prelevati nei mari che circondano l’Isola (Fig. 1). La corretta interpretazione di questi dati ha permesso di ottenere una grande quan- tità di informazioni che in qualche modo riguardano anche l’ambiente della Sicilia nel passato. Scopo della presente nota è quello di fornire una visione d’insieme di questi dati e di offrire una traccia sull’evoluzione degli ambienti in Sicilia, durante gli ultimi 20 mila anni (ka cal BP), a partire dall’ultimo massimo glaciale (Last Glacial Maximum nella terminologia inglese). Fig. 1 - Mappe che riportano le località dei record discussi nel testo. In alto, mappa batimetrica del Mar Mediterraneo. “A” rappresenta la località di Lago Grande di Monticchio. In basso, mappa della Sicilia che rappresenta uno zoom del riquadro riportato nella mappa soprastante. “1” Rappresenta la località presso cui si trovano i laghi costieri della Riserva Naturale dei Gorghi Tondi”; “2” Sito 963 dell’Ocean Drilling Program; “3” Grotta di Carburangeli; “4” Carota marina BS 79-38; “5” Lago costiero Biviere di Gela; “6” Lago di Pergusa; “7” Grotta di S. Teodoro; “8” Stretto di Messina. Maps of records discussed in the text. Above, bathymetric map of the Mediterranean Sea. “A” is the location of Lago Grande di Monticchio. Below, Map of Sicily. “1” is the location of Gorghi Tondi coastal lakes; “2” Ocean Drilling Program Site 963; “3” Carburangeli Cave; “4” BS 79-38 marine core; “5” Biviere di Gela coastal lake; “6” Pergusa lake; “7” S. Teodoro Cave; “8” Messina Strait. 2 - L’ULTIMO MASSIMO GLACIALE Le condizioni ambientali e l’aspetto della Sicilia 20 ka cal BP, durante l’ultimo massimo glaciale, dovevano essere radicalmente diverse rispetto a quelle odierne. Il livello del mare era posto circa 110 metri al di sotto di quello attuale, con ovvie ripercussioni sull’aspetto fisio- grafico dell’isola. L’estensione totale doveva essere maggiore di circa 17000 km2 (circa 43100 km2 contro i 25883 km2 odierni) mentre l’estremità nordorientale dell’Isola era connessa all’Italia peninsulare, permetten- do il libero transito delle faune continentali ed all’isola di Malta (Fig. 2a). È radicata nell’immaginario comune una condizio- ne di estremo freddo durante l’ultimo periodo glaciale. Tutte le informazioni in nostro possesso confermano che condizioni climatiche ostili siano esistite anche in Sicilia, anche se solo raramente è stato possibile otte- nere una stima quantitativa sulla temperatura dell’aria. Per esempio, dati di temperatura dell’aria in altre sta- zioni mediterranee suggeriscono che in Sicilia la tempe- ratura media annua dovesse essere più bassa di 7-8°C (KUHLEMANN et al., 2008). Un’idea forse più precisa di quanto l’ambiente potesse essere più freddo è deduci- bile da studi di geochimica organica condotti sui sedi- menti del Tirreno meridionale, recuperati ad alcune decine di chilometri dalla costa settentrionale siciliana (Fig. 1). La ricostruzione della temperatura delle acque, riportata secondo una media annuale, ha previsto valori di 12-13°C per la parte terminale dell’ultimo periodo glaciale (SBAFFI et al., 2001, 2004). Questo dato impres- siona, alla luce dei valori medi della temperatura delle acque del Tirreno meridionale odierni, stimabili come poco inferiori a 20°C, anche se è sovrastimato (differen- za di 8-9°C) rispetto ad uno studio che si basa su dati micropaleontologici (HAYES et al., 2005). L’indicazione di una differenza di temperatura meno significativa provie- ne dalle masse d’acqua del Canale di Sicilia. Le asso- ciazioni a foraminiferi planctonici, organismi unicellulari molto sensibili alle condizioni delle masse d’acqua in cui vivono, suggeriscono infatti che le acque superficiali fossero più fredde di 4-6°C durante il periodo glaciale (SPROVIERI et al., 2003, 2006; HAYES et al., 2005) (Fig. 3). Sempre nel Canale di Sicilia, i dati di abbondanza delle alghe unicellulari chiamate coccolitoforidi mostrano come durante l’ultimo periodo glaciale non vi fosse traccia di un profondo e stabile termoclino stagionale (DI STEFANO & INCARBONA, 2004; INCARBONA et al., 2008a, b). Il termoclino si forma durante il periodo tardo prima- verile-estivo quando, in mancanza di significativi feno- meni di perturbazione atmosferica, l’atmosfera cede calore agli strati superficiali delle acque marine. Questi, riscaldandosi, diventano più leggeri e tendono a galleg- giare sugli strati sottostanti. Man mano che la stagione estiva avanza, il riscaldamento coinvolge uno spessore sempre maggiore di acque e raggiunge di solito una profondità di alcune decine di metri. La mancanza di un profondo termoclino stagionale implica sia un minore contrasto di temperatura tra atmosfera e superficie del mare (che, in particolare per il periodo glaciale, significa temperatura dell’aria più fredda in estate) sia la presen- za di fenomeni di perturbazione atmosferica (cioè forti venti ed episodi di tempesta), significativi persino nella stagione estiva. La circolazione atmosferica nel bacino 23Ambiente e clima della Sicilia ... Mediterraneo, ed in particolare nel settore centro-occi- dentale, presenta un controllo stagionale. Quest’area è sotto l’influenza dei venti occidentali carichi di pioggia durante il periodo invernale. In estate, a causa dello stabilirsi dell’Anticiclone delle Azzorre, i venti occiden- tali soffiano più a settentrione e questo provoca un regime di alta pressione e di generale siccità. La situa- zione generale della circolazione atmosferica nell’Emisfero settentrionale durante il periodo glaciale è registrata nelle carote di ghiaccio della Groenlandia (DANSGAARD et al., 1993; MAYEWSKI et al., 1997; NGRIP members, 2004). Alti valori degli ioni Na+ nelle carote di ghiaccio sono stati osservati durante periodi in cui il Ciclone dell’Islanda ha valori di pressione particolar- mente bassi e quindi la circolazione atmosferica inver- nale nel Nord Atlantico permette il trasporto del Na+ contenuto nel sale marino verso la parte centrale della Groenlandia. Alti valori dello ione K+ sono invece dovuti a periodi in cui l’Anticiclone Siberiano è particolarmente intenso. Alti valori di entrambi gli ioni sembrano in buona correlazione tra loro, indicando momenti in cui la circolazione atmosferica nell’Emisfero Settentrionale era rafforzata (MEEKER & MAYEWSKI, 2002) e periodi di espansione del Vortice Polare (O’BRIEN et al., 1995; MAYEWSKI et al., 1997). Durante il periodo glaciale, visti i valori molto più alti di questi due ioni nelle carote di ghiaccio (Fig. 3), è possibile ipotizzare che la circolazio- ne atmosferica fosse molto più intensa di quella attuale. In particolare è probabile l’azione più intensa e prolun- gata dei venti occidentali che oggi costituiscono il più comune fenomeno di perturbazione atmosferica nel settore centrale del Mediterraneo. È probabile altresì che l’arrivo delle fredde masse d’aria dell’Anticiclone Siberiano, che oggi raggiungono quest’area oltrepas- sando i Balcani, avvenisse molto più di frequente. Un’ulteriore conferma della maggiore attività dei venti che spiravano sul bacino Mediterraneo arriva sia da studi sull’altezza della linea di equilibrio dei ghiacciai (KUHLEMANN et al., 2008) che da quelli sulla circolazione oceanografica del Mar Mediterraneo. Il sistema di circo- lazione delle acque di questo mare si sviluppa su tre livelli ed è legata alla produzione di acque di fondo che avviene nel bordo settentrionale del bacino, principal- mente nel Golfo del Leone e nel Mare Adriatico. L’acqua di fondo si forma durante brevi episodi in cui venti di provenienza settentrionale soffiano con grande forza (POEM group, 1992; MILLOT, 1999). Tutti i dati in nostro possesso sono concordi nell’indicare come durante l’ultimo periodo glaciale la circolazione delle acque nel Mediterraneo fosse notevolmente rafforzata, il che implica una maggiore produzione di acque di fondo innescata da una più intensa e prolungata azione dei venti nella porzione settentrionale del bacino (ROHLING et al., 1998; CACHO et al., 2000; MORENO et al., 2004; SIERRO et al., 2005; FRIGOLA et et al., 2008). Lo studio dei sedimenti e dei pollini fossili del Lago di Pergusa offre un’istantanea di quella che dove- va essere la vegetazione ed il regime delle precipitazio- ni in Sicilia 20 ka cal BP. La vegetazione sembra essere stata caratterizzata dalla scarsa presenza di alberi men- tre erano estremamente comuni piante erbacee ed arbustive relativamente basse come l’Artemisia o quelle della famiglia delle Chenopodiaceae, indicative di un ambiente aperto di steppa o semi-steppa (SADORI et al., 2008). L’ambiente di steppa, sebbene con piccole 24 Fig. 2 - Mappe della Sicilia che rappresentano uno zoom del riquadro riporta- to nella mappa di Figura 1. Fig. 2a, f isiografia della Sicil ia quando il livello del mare era più basso di 118 m, durante l’ultimo massimo glacia- le; Fig. 2b, fisio- grafia della Si- cil ia quando i l livello del mare era più basso di 90 m, durante la transizione tra ultimo periodo glaciale e Olo- cene. Fig. 2c, fisiografia della Sicilia quando il livello del mare era più basso di 13 m, nel perio- do medio oloce- nico. Maps of Sicily. Fig. 2a, Phy- siography of Si- cily during the last glacial maxi- mum, when the sea level was at -118m; Fig. 2b, Physiography of Sicily during the t r a n s i t i o n between the last glacial and the Holocene, when the sea level was at -90m; Phy- siography of Sicily during the middle Holo- cene, when the sea level was at -13m. A. Incarbona et al. 25 Fi g. 3 - C ur ve d ii nd ic at or ic lim at ic o/ am b ie nt al ir el at iv e ag li ul tim i2 0 ka ca lB P ci rc a, og nu na p ro ie tt at a su lp ro p rio m od el lo d ie tà (k a ca lB P ). D a si ni st ra ,r ec or d d el δ18 O d el le ca ro te d ig hi ac - ci o gr oe nl an d es iN G R IP ,i nd ic at or id el la te m p er at ur a d el l’a ria in q ue lla re gi on e (N G R IP m em b er s, 20 04 ); C ur ve p al eo cl im at ic he a na nn of os si li ca lc ar ei e a fo ra m in ife ri p la nc to ni ci d el S ito O D P 96 3, p er fo ra to ne lC an al e d iS ic ili a (S P R O V IE R I et al ., 20 03 ;D I S TE FA N O e I N C A R B O N A ,2 00 4) ;V ar ia zi on id ia b b on d an za d eg li io ni K + e N a+ ne lle ca ro te d ig hi ac ci o d el la G ro en la nd ia G IS P 2 (O ’B R IE N et al ., 19 95 ;M A Y E W S K I et al ., 19 97 ); V ar ia zi on id el le p er ce nt ua li d ig ra nu li d ip ol lin e ar b or eo ne is ed im en ti d iL ag o G ra nd e d iM on tic ch io (A LL E N et al ., 19 99 ). La co lo nn a a si ni st ra in d ic a il im iti tr a l’u lti m o p er io d o gl ac ia le ,i lB øl lin g- A lle rø d ,l o Y ou ng er D ry as e l’O lo ce ne . C lim at ic /E nv iro nm en ta lp ro xy cu rv es ov er th e la st 20 ky r B P . Fr om th e le ft , δ18 O of G re en la nd ic e co re s (N G R IP m em b er s, 20 04 ); P al ae oc lim at ic cu rv es b as ed on ca lc ar eo us na nn of os si ls an d p la nk to ni c fo ra m in ife ra fr om O D P S ite 96 3, S ic ily C ha nn el (S P R O V IE R I et al ., 20 03 ;D I S TE FA N O an d I N C A R B O N A ,2 00 4) ;A b un d an ce va ria tio ns of K + an d N a+ in G IS P 2 G re en la nd ic e co re s (O ’B R IE N et al ., 19 95 ;M A Y E W S K I et al ., 19 97 ); P er ce nt ag e va ria tio ns of ar b or ea lp ol le n gr ai ns fr om La go G ra nd e d iM on tic ch io (A LL E N et al ., 19 99 ). Th e co lu m n on th e le ft sh ow s b ou nd ar ie s am on g la st gl ac ia lp er io d ,B øl lin g- A lle rø d ,Y ou ng er D ry as an d H ol oc en e. Ambiente e clima della Sicilia ... 26 variazioni dovute a fattori locali, sembra essere stato un elemento comune dell’Europa meridionale, essendo stato riconosciuto per esempio nella Penisola Iberica, in Italia meridionale ed in Grecia (ALLEN et al., 1999; SANCHEZ GOÑI et al., 1999; TZEDAKIS et al., 2003; ROUCOUX et al., 2005). È interessante però notare come alcune specie vegetali mesofile e termofile di alberi delle Angiosperme, sebbene in quantità molto limitate, siano sopravvissute in questo ambiente così ostile. La Sicilia sembra quindi avere agito come una sorta di area di “rifugio” per questi alberi, favorendo la rapida ricolonizzazione del Mediterraneo centrale, non appena le condizioni climatiche migliorarono (SADORI et al., 2008). L’ambiente di steppa, oggi tipico per esempio della Siberia sudoccidentale o del Canada meridionale, non implica solo temperature rigide ma anche e soprat- tutto valori delle precipitazioni estremamente scarsi. Valori fortemente ridotti delle precipitazioni sono stati dedotti dai risultati di analisi geochimiche che hanno preso in considerazione il rapporto degli isotopi dell’os- sigeno nei sedimenti del Lago di Pergusa (ZANCHETTA et al., 2006; SADORI et al., 2008). Ulteriori conferme della valenza arida del clima provengono dai dati della fauna continentale a mammi- feri e da evidenze paleoantropologiche. Tra i l Pleniglaciale Superiore ed il Tardoglaciale (tra circa 25 e 15 ka cal BP) si verifica un elevato turn over tassonomi- co come dimostrano i dati relativi alle estinzioni e com- parse per dispersione dei due Complessi Faunistici (CF) riferibili a questo intervallo di tempo, il CF Grotta di San Teodoro – Pianetti ed il successivo CF di Castello (D’AMORE et al., 2009; PETRUSO et al., in stampa). La fase di acme glaciale costituisce probabilmente un evento particolarmente favorevole per gli scambi faunistici tra la Sicilia e la terraferma permettendo l’arrivo dal sud della Penisola di nuove popolazioni di cervo rosso, di uro, e forse del cavallo Equus ferus e portando all’estin- zione tutti i taxa endemici. Nella suddetta transizione si estinguono l’elefante di taglia media Paleoloxodon mnaidriensis, le forme endemiche di taglia moderata- mente ridotta di cervo rosso e di uro e i carnivori come la iena maculata delle caverne e l’orso bruno. E’ già scomparso, probabilmente anche l’unico taxon ad affi- nità decisamente boreale presente sull’isola, il bisonte di steppa siciliano (Bison priscus siciliae). Gli elementi sopravvissuti testimoniano che il clima presentava ancora caratteri di aridità come attestato dall’asino delle steppe europeo (Equus hydruntinus) e dal roditore Terricola del Savi [Microtus (Terricola) ex gr. savii] ma non ci sono indicatori di climi freddi. La costante pre- senza del cervo rosso e del cinghiale indicano tuttavia la locale diffusione di copertura arborea in aree di rifu- gio (AGNESI et al., 1997; BONFIGLIO et al., 2000). La fauna a mammiferi Tardoglaciale, inoltre, mostra notevoli affi- nità con le faune coeve del sud della Penisola Italiana ed, in particolar modo, con quelle del versante tirrenico (MASINI et al., 2008; PETRUSO et al., in stampa). L’elevato turn over riscontrato e l’affinità con le faune coeve peninsulari sono il risultato dello scambio faunistico con la penisola calabra, facilitato da un ponte emerso. Le condizioni descritte sopra, basate sui dati rac- colti in record terrestri e marini, sono perfettamente compatibili con i risultati che provengono da modelliz- zazioni (General Circulation Model), volte alla descrizio- ne del clima e dell’ambiente in Europa durante l’ultimo periodo glaciale. Sebbene i risultati di queste simulazio- ni debbano essere interpretati con cautela e valutati cri- ticamente, dato che dipendono fortemente dal numero delle variabili e dei valori che vengono inseriti nel siste- ma, esse hanno il vantaggio di offrire una stima quanti- tativa dei diversi parametri climatico-ambientali che vengono presi in considerazione. Il quadro ottenuto dipinge l’Europa meridionale (al di sotto di 45°N di lati- tudine) come estremamente fredda ed arida, con tem- perature più basse di 2-7°C (valutate durante la stagio- ne estiva e durante quella invernale) e precipitazioni ridotte di 1,5-5 mm/giorno, rispetto ad oggi. La simula- zione in questione, mostra anche una forte attività dei venti provenienti dai quadranti occidentali ed un pattern della vegetazione quasi esclusivamente costituito da erbe ed arbusti (BARRON & POLLARD, 2002). 3 - LA TRANSIZIONE TRA L’ULTIMO PERIODO GLA- CIALE E L’OLOCENE: IL PERIODO DELLA DEGLA- CIAZIONE Il riscaldamento prodotto durante il periodo di transizione tra l’ultimo glaciale e l’Olocene, durato circa 3 mila anni (tra 14,7 e 11,6 mila anni fa), è il risultato dell’aumento dei valori dell’insolazione, in risposta alle variazioni dell’orbita della terra attorno al sole. Questo intervallo è stato un momento di riorganizzazione del sistema climatico che ha coinvolto variazioni nel volume delle calotte di ghiaccio, nella circolazione oceanica, della quantità di gas serra nell’atmosfera ed ovviamente della temperatura media globale del pianeta (BROECKER, 1998; PETIT et al., 1999; MARTIN et al., 2002; SKINNER et al., 2003; Skinner & Shackleton, 2005). La transizione tra ultimo periodo glaciale e Olocene non è avvenuta con un riscaldamento gradua- le, ma attraverso due brusche fluttuazioni climatiche non controllate dalle variazioni dell’orbita terrestre, chiamate Bølling-Allerød (fluttuazione calda) e Younger Dryas (fluttuazione fredda) (Fig. 3). Bølling-Allerød e Younger Dryas sono le ultime di una serie di oscillazioni climatiche ad alta frequenza che si sono ripetute ogni 1.5 mila anni durante l’ult imo periodo glaciale nell’Emisfero Nord (ROHLING et al., 2003; NGRIP mem- bers, 2004). Non è chiaro quali siano i meccanismi cli- matici che hanno innescato le oscillazioni ad alta fre- quenza nell’Emisfero Nord. L’ipotesi più accreditata prevede il ciclico arresto o il brusco rallentamento della circolazione delle acque dell’Oceano Atlantico, provo- cato da variazioni nel contenuto salino delle acque delle alte latitudini, il cui effetto avrebbe comportato variazio- ni nella quantità di calore trasportato dalle basse alle alte latitudini (BROECKER et al., 1990). Una serie di studi recenti ha dimostrato che è possibile riconoscere la presenza delle fluttuazioni cli- matiche di scala suborbitale anche nel Mediterraneo. Questi episodi sembrano essere simultanei a quelli pre- cedentemente riconosciuti nei record delle carote di ghiaccio della Groenlandia e dei record marini Atlantici, probabilmente per fenomeni di teleconnessione, cioè per il rapido trasferimento di calore attraverso fenomeni di tipo atmosferico (ROHLING et al., 1998; CACHO et al., 1999, 2000; SBAFFI et al., 2001, 2004; BUCCHERI et al., 2002; COMBORIEU NEBOUT et al., 2002; MORENO et al., A. Incarbona et al. 2002; Rohling et al., 2002; PÉREZ-FOLGADO et al., 2003; SIERRO et al., 2005; FRIGOLA et al., 2008). In particolare, nel Canale di Sicilia, nei pressi della costa meridionale dell’Isola, è stato possibile riconoscere l’intera sequen- za di fluttuazioni Stadiali (condizioni di clima più freddo e arido) ed Interstadiali (condizioni di clima più caldo e umido), succedutesi durante gli ultimi 115 ka cal, sulla base di analisi micropaleontologiche e geochimiche (SPROVIERI et al., 2003, 2006; SPROVIERI et al., 2007). Il riscaldamento iniziale delle acque superficiali avvenuto alla base del Bølling-Allerød può essere valutato in circa 5°C nel Mar Tirreno meridionale, sulla base dei dati degli alchenoni (SBAFFI et al., 2001) e di circa 3-4°C nel Canale di Sicilia, sulla base delle associazioni a foraminiferi planctonici (SPROVIERI et al., 2003, 2006). Poco più di 1000 anni dopo, in coincidenza dello Younger Dryas, le temperature di questi mari sarebbero di nuovo crollate fino a valori pienamente glaciali (Fig. 3) (SBAFFI et al., 2001; SPROVIERI et al., 2003). Come per le fluttuazioni climatiche suborbitali precedenti, è possibi- le associare condizioni relativamente più umide per la pulsazione calda del Bølling-Allerød e di estrema aridità per quella fredda dello Younger Dryas (SPROVIERI et al., 2003, 2006; DI STEFANO & INCARBONA, 2004; Sprovieri et al., 2007). La cronologia dei sedimenti recuperati presso il Lago di Pergusa mostra uno scarso controllo cronologi- co che impedisce di affermare con certezza che l’inter- vallo della deglaciazione sia stato registrato (SADORI & NARCISI, 2001). Non è quindi possibile avere una testi- monianza diretta di come la vegetazione in Sicilia si sia evoluta e di quali siano stati i valori delle precipitazioni. Tuttavia una cronologia sicura è stata stabilita per gli ultimi 12,8 mila anni e sottolinea la transizione verso un ambiente molto meno arido e lo sviluppo progressivo di boschi e foreste al passaggio tra lo Younger Dryas e l’Olocene (ZANCHETTA et al., 2006; SADORI et al., 2008). Dati con risoluzione sufficiente per cogliere i cam- biamenti della vegetazione avvenuti alla base dell’inter- vallo di deglaciazione nell’area Mediterranea esistono in diverse carote marine. Generalmente essi riportano il passaggio da un ambiente aperto di tipo semi-deserti- co, registrato durante l’ultimo glaciale ad uno in cui la vegetazione arborea divenne molto più abbondante, attribuibile alle prime fasi del Bølling-Allerød (e.g. ZONNEVELD, 1996; COMBOURIEU-NEBOUT et al., 1998; MAGRI & PARRA, 2002; TZEDAKIS et al., 2003). Un record pollinico di eccezionale valore, riguar- dante gli ultimi 130 ka cal BP, è stato recuperato in Basil icata (Ital ia meridionale) a Lago Grande di Monticchio (Fig. 1) (ALLEN et al., 1999; BRAUER et al., 2007; ALLEN & HUNTLEY, 2009). Uno dei caratteri più sor- prendenti riguarda i rapidissimi cambiamenti della vegetazione, avvenuti talvolta in meno di 200 anni. In questi sedimenti lacustri sono state registrate le varia- zioni nella composizione della vegetazione durante il periodo della deglaciazione (Fig. 3). La parte terminale dell’ultimo periodo glaciale è caratterizzato da una vegetazione tipica di un ambiente freddo di steppa, simile a quello già discusso per la carota PG 1 del Lago di Pergusa. A partire dalla base del Bølling-Allerød può essere osservato il graduale aumento di granuli di polli- ne arboreo e la trasformazione verso un ambiente misto di steppa e boschi (wooded steppe). L’ambiente al cul- mine di questo intervallo, è quello tipico di una foresta temperata. Il ritorno verso il clima freddo ed arido dello Younger Dryas è segnato da un pattern della vegetazio- ne con condizioni miste di steppa e bosco (ALLEN et al., 1999). Il tipo di vegetazione cambia in risposta a fattori locali come per esempio altitudine, precipitazione e presenza di microclimi. È quindi assolutamente non plausibile che l’associazione pollinica di Lago Grande di Monticchio sia rappresentativa delle condizioni della vegetazione in Sicilia. Tuttavia, in virtù della vicinanza geografica e dell’appartenenza allo stesso pattern cli- matico-atmosferico, è ragionevole immaginare che la vegetazione in Sicilia possa avere avuto una risposta simile a quella dell’Italia meridionale. È quindi possibile che ci sia stato un aumento della vegetazione arborea e la presenza di aree con foreste durante il Bølling- Allerød, ed una nuova fase di regressione verso un ambiente aperto di tipo steppico o semi-steppico durante lo Younger Dryas. Solo nuovi dati ad alta riso- luzione, relativi ai resti di pollini depositati in sedimenti continentali della Sicilia o in sedimenti dei mari che la circondano, potranno chiarire l’evoluzione della vegeta- zione in questo intervallo temporale. All’inizio del periodo di deglaciazione, tra circa 14 e 15 ka cal BP, il livello del mare (l.m.) era posto a circa 90 m al di sotto della quota odierna (LEA et al., 2002). La Sicilia aveva ancora un’estensione maggiore rispetto a quella odierna, stimabile in circa 33 mila km2, ma rispet- to all’ultimo periodo glaciale, gran parte della connes- sione all’isola di Malta doveva risultare sommersa (Fig. 2b). Una importante considerazione sulle variazioni del l.m. in questo intervallo di tempo riguarda i modi ed i tempi dell’apertura di un braccio di mare attraverso lo Stretto di Messina. I dati batimetrici dello Stretto di Messina mostrano la presenza di un possibile corridoio di bassa profondità, oggi posto a circa 72 m al di sotto del l.m., tra le località di Punta Pezzo e Ganzirri. Diversi studi hanno fornito stime dei tassi di sollevamento nella zona dell’Arco Calabro-Peloritano, generalmente com- prese tra 0,5 e 2,5 mm/a (e.g. MONTENAT & BARRIER, 1987; DI STEFANO & BRANCA, 2002; DE GUIDI et al., 2003; ANTONIOLI et al., 2006a). Dati più recenti riportano dei valori di 1,07 mm/a e ≤ 0,95 mm/a (Antonioli et al., 2006b) rispettivamente per i tassi di sollevamento regionale della Sicilia Nord-Orientale (S. Alessio) e della Calabria meridionale (Scilla). All’entità di questo solleva- mento regionale potrebbe essersi aggiunto un impor- tante contributo “co-sismico”, dovuto all’azione di faglie. In particolare, nell’area dello Stretto di Messina, l’azione tardo-olocenica della Faglia di Scilla avrebbe aumentato il tasso di sollevamento fino a 2,1 mm/anno (FERRANTI et al., 2007, 2008). Un sottile braccio di mare tra la Sicilia e l’Italia potrebbe dunque essersi iniziato a formare tra 15,9 e 11,6 ka cal BP (Fig. 4), quando il livello del mare si attestò tra -89 e -50 m rispetto alla quota attuale (LEA et al., 2002), anche se è difficile fare ipotesi su come e quando questa separazione possa avere realmente costituito un ostacolo per le migrazioni della fauna. Sebbene sia possibile che sporadiche testimo- nianze dell’Uomo in Sicilia, come indicato dai reperti di Riparo di Fontana Nuova (Ragusa), possano essere riferite alla cultura Aurignaziana delle fasi iniziali del Paleolitico superiore (tra 32 e 29 ka cal BP, con misure 27Ambiente e clima della Sicilia ... di radiocarbonio convenzionale) (CHILARDI et al., 1996), è durante questo intervallo temporale, che in termini di cultura materiale umana viene chiamato Epigravettiano, che vi sono le prime certe evidenze fossili umane e che si assiste al primo boom demografico in Sicilia (PIPERNO, 1997; VIGLIARDI, 1997). In particolare, il ritrovamento di sette inumati nella grotta di S. Teodoro (Acquedolci, Messina) può essere considerato come la prima evi- denza consistente della presenza dell’uomo in Sicilia. Recentemente, un’analisi AMS di radiocarbonio effettuata sul più rappresentativo di questi scheletri (l’individuo ST1, espo- sto presso il Museo Geologico “G. G. Gemmellaro” del Dipartimento di Geologia e Geodesia dell’Università di Palermo), ha dato un’età di 14,75 ka cal BP (età calibrata) (INCARBONA et al., in preparazio- ne), confermando precedenti ipotesi archeologiche e strati- grafiche (GRAZIOSI, 1947; VIGLIARDI, 1968; SEGRE & VIGLIARDI, 1983; SINEO et al., 2002). La reale importanza del sito e della sua gente nel pano- rama delle popolazioni antiche siciliane e il ruolo di questi indi- vidui nella composizione di un back-ground genetico ancestra- le sono ancora non valutabili. L’ipotesi corrente è che il primo consistente popolamento umano dell’Epigravettiano abbia portato ad una prima dispersio- ne presumibilmente sulle diret- trici costiere settentrionali dell’i- sola, verso le falesie occidentali. Ipotizzando una dispersione sporadica di piccoli gruppi in contatto saltuario possiamo immaginare un primo popola- mento coerente da un punto di vista popolazionistico (e geneti- co) che avrebbe lasciato alcune testimonianze litiche sulla costa settentrionale, presso il Riparo del Castello, nelle falesie del promontorio di S. Vito lo Capo ed altre, il cui inquadramento cronologico e la cui relazione temporale con i precedenti è però ancora da definire, tra cui probabilmente i siti rupestri dell’Addaura (Palermo) e delle Isole Egadi. Un’attenta valutazione e nuovi studi con metodologie di morfo- metria geometrica di crani, di paleogenetica (DNA antico) ed isotopiche potranno contribuire alla definizione dei rapporti tra le popolazioni antiche (siciliane e continentali), nonché tra quelli intercorsi tra gli individui Epigravettani ed i cacciatori mesolitici che hanno popolato intensamente, migliaia di anni dopo, le coste settentrionali e occidentali dell’isola (D’AMORE et al., 2009; Luca Sineo, dati non pubblicati). Per quanto riguarda le faune a mammiferi, duran- te la transizione Tardoglaciale – Olocene antico, si disperdono nuovamente sull’isola popolazioni di lupo e volpe, che sostituiscono le forme residenti dal Pleistocene Medio, e arrivano alcuni mammiferi mai 28 Fig. 4 - Grafico con le variazioni eustatiche del livello del mare, espresse in metri, registrate durante gli ultimi 200 ka cal (LEA et al., 2002) in ascissa, ed il tempo (ka cal BP) in ordinata. Gli intervalli di tempo riguardanti le ultime due Terminazioni glaciali (T I e T II) sono approssimati- vamente indicati. La linea spessa tratteggiata indica le variazioni che il corridoio, posto oggi a -72 m di profondità nello Stretto di Messina, potrebbe avere subito durante gli ultimi 20 ka cal assumendo un tasso di sollevamento tettonico regionale di 2mm/anno (vedi Paragrafo 3). La linea sottile punteggiata è invece relativa all’ipotesi della totale stabilità di questo corridoio. L’area racchiusa tra la linea tratteggiata e la curva eustatica presuppone la presenza di un braccio di mare tra Sicilia ed Italia peninsulare. Plot of eustatic sea level variations, in metres, recorded over the last about 200 kyr (LEA et al., 2002), versus time (kyr BP). The time interval of the last two Terminations (TI and TII) is indica- ted. The thick dashed line shows variations in the corridor, today located at 72 m depth in the Messina Strait, assuming a uplift rate of 2 mm/yr (see Paragraph 3). The thin dotted line shows variations in the corridor in case of tectonic stability of the area. The area between the thick dashed line and the thin dotted line implies the presence of a submerged sector between Sicily and Italian Peninsula. A. Incarbona et al. documentati prima sull’isola, come la lontra, il coniglio, il ghiro comune e l’arvicola d’acqua (SARÀ, 1998; PETRUSO et al., in stampa). Questi dati suggeriscono for- temente che il clima, più umido e caldo, avrebbe favori- to la riforestazione dell’isola. La diffusione del cervo rosso e del cinghiale mostrano la tendenza del clima al miglioramento con la diffusione della copertura arborea (AGNESI et al., 1997). Inoltre, l’arrivo della lontra, dell’ar- vicola d’acqua e del gliride, attestano che il clima aveva assunto un carattere temperato-umido e che nel pae- saggio si era diffusa una copertura arborea. La rifore- stazione e la risalita del livello del mare che potrebbe avere determinato una riduzione delle pianure costiere, habitat preferito dei grandi ungulati, portando alla defi- nitiva estinzione dell’equide idruntino. 4 - L’OLOCENE Dal punto di vista fisiografico, l’aspetto della Sicilia doveva essere già molto simile a quello attuale a partire da circa 7,4 ka cal BP (Fig. 2c), quando il l.m. era risalito fino a -13m (LEA et al., 2002). I l cl ima dell’attuale periodo interglaciale, l’Olocene, cominciato circa 11700 anni fa (WALKER et al., 2008), ha probabilmente impresso un importante accelerazione all’evoluzione sociale e culturale umana. Il clima più mite rispetto al precedente periodo glaciale ha permesso alle popolazioni dell’Europa centrale e del bacino mediterraneo di occupare territori precedente- mente interessati dai ghiacciai della calotta euroasiati- ca. La migrazione di queste popolazioni è uno degli ele- menti chiave per la rapida diffusione di informazioni, tra le quali quelle relative alle prime attività agricole (CAVALLI-SFORZA & CAVALLI-SFORZA, 1993). Si è creduto a lungo che il clima olocenico fosse stato fortemente stabile, con un unico episodio di raf- freddamento avvenuto 8,2 ka cal BP. Questa conside- razione era principalmente dovuta alla stabilità degli indicatori climatici delle carote di ghiaccio della Groenlandia, uno tra i registri migliori e più accurati di cui si dispone. L’unico episodio di raffreddamento atmosferico, stimato in circa 6°C, fu dedotto dalle varia- zioni del δ18O (Fig. 3) (ALLEY et al., 1997). In realtà già negli anni ’70 era stata sottolineata una possibile forte instabilità del clima dell’Olocene, dato il rapido susse- guirsi di fasi di avanzamento e ritiro dei ghiacciai peren- ni europei (DENTON & KARLÈN, 1973). L’esistenza di una variabilità climatica ad alta frequenza all’interno dell’Olocene è stata recentemente dimostrata attraver- so il ritrovamento di livelli di “Ice Rafted Detritus” (IRD) depositatisi dopo lo scioglimento di iceberg nel Nord Atlantico Subpolare (Fig. 5) (BOND et al., 1997, 2001). La quantità di granuli di IRD, sebbene molto meno abbon- dante rispetto agli episodi dell’ultimo glaciale (BOND et al., 1992) è risultata comunque significativa dal punto di vista statistico. Successivamente la presenza di ano- malie climatiche oloceniche è stata riconosciuta in un gran numero di registri sedimentari marini e continentali di entrambi gli emisferi (Fig. 5) (MAYEWSKI et al., 2004). Studi recenti sui sedimenti prelevati nei mari che circondano la Sicilia confermano che i fenomeni di instabilità climatica dell’Olocene hanno interessato anche quest’area del Mediterraneo. Variazioni della temperatura nelle acque superficiali del Tirreno meridio- nale (SBAFFI et al., 2001) e variazioni del 10-15% della specie di nannofossile calcareo Florisphaera profunda nella parte settentrionale del Canale di Sicil ia (INCARBONA et al., 2008a), sebbene basate su cronologie indipendenti, delineano un quadro di episodi di anoma- lie climatiche che ben si accorda con il record delle variazioni di IRD nel Nord Atlantico (Fig. 5), utilizzato come riferimento a livello globale. Gli episodi di raffred- damento registrati nelle acque superficiali del Tirreno meridionale sono sincroni ad episodi registrati nel Mare di Alboran, sebbene più freddi di 1.5-2°C per l’azione di venti più intensi provenienti dai quadranti settentrionali (CACHO et al., 2001, 2002). Anche le diminuzioni di abbondanza di F. profunda possono essere spiegate attraverso fenomeni di circolazione atmosferica più intensa, che avrebbero provocato la presenza di una stratificazione meno profonda e più debole nelle acque estive (DI STEFANO & INCARBONA, 2004; INCARBONA et al., 2008a, b, c). Poiché in Sicilia non esistono barriere fisiografiche significative, i fenomeni atmosferici avve- nuti nel Tirreno meridionale potrebbero essere stati avvertiti immediatamente nel Canale di Sicilia. Ciò spie- ga la buona correlazione tra gli episodi di anomalia cli- matica della carota BS79-38 e quelli del Sito 963 e implica che gli stessi fenomeni atmosferici debbano avere avuto un impatto anche sull’ambiente continenta- le dell’Isola. Gli episodi di anomalia climatica dell’Olocene si sono ripetuti ogni 1500 anni, in modo simile a quanto osservato durante l’ultimo periodo glaciale, anche se diversi dubbi persistono circa l’azione di un’unica for- zante climatica. L’ultimo degli episodi di anomalia cli- matica olocenica è conosciuto come Piccola Età Glaciale (Little Ice Age) ed è stato registrato approssi- mativamente tra il 1550 ed il 1800. Due sono le evidenze scientifiche dell’impatto della Piccola Età Glaciale in Sicilia, o meglio di quella che è conosciuta come la sua fase principale (XVI-XIX secolo) (HOLZHAUSER, 2005; BRADLEY, 2008; WANNER et al., 2008). Nel primo lavoro, SILENZI et al. (2004) riporta- no l’abbassamento di circa 2°C della temperatura delle acque superficiali nel Mar Tirreno Meridionale tra la fine del 1500 e l’inizio del 1800 AD, basandosi sulle analisi geochimiche delle scogliere a vermetidi di Capo Gallo (Palermo). Molto originale è l’articolo di PIERVITALI & COLACINO (2001), i quali documentano periodi di prolun- gata siccità tra la fine del 1500 e l’inizio del 1900, attra- verso il numero di processioni religiose ‘ad petendam pluviam’, cioè perché piovesse, presso Erice (Trapani). Questi studi dimostrano come l’abbassamento delle temperature e la diminuzione delle precipitazioni duran- te la Piccola Età Glaciale furono fenomeni che riguarda- rono anche la Sicilia. La storia della vegetazione olocenica in Sicilia sta cominciando ad essere delineata in dettaglio, grazie allo studio dei sedimenti lacustri presentati molto recentemente, che costituiscono contributi scientifici di grande valore. Come accennato nel paragrafo prece- dente, il pattern della vegetazione in Sicilia ha subito profonde modificazioni a partire dall’inizio dell’Olocene, in risposta all’aumento dei valori dell’insolazione, della temperatura e delle precipitazioni. Nelle regioni più interne e sub-montane, rappre- sentate dal record sedimentario del Lago di Pergusa, posto a 667 m sul livello del mare (m s.l.m.), una coper- 29Ambiente e clima della Sicilia ... tura forestale si sviluppò gradualmente e raggiunse il suo culmine a circa 10 ka cal BP. Queste foreste erano caratterizzate da una forte prevalenza di querce deci- due e da meno frequenti alberi sempreverdi, come il leccio (SADORI & NARCISI, 2001; SADORI & GIARDINI, 2007; SADORI et al., 2008). Ancora più in alto, per esempio nelle regioni montane delle Madonie e dei Nebrodi (al di sopra di 1200 m s.l.m.), la vegetazione era probabil- mente costituita da foreste a faggio, mescolati con il cerro, il rovere e l’abete (TINNER et al., 2009). Da questo momento in poi, la vegetazione andò sempre più dira- dandosi, seguendo un generale trend di aridificazione. Nelle regioni costiere della Sicilia meridionale invece, rappresentate dai record di Biviere di Gela e di Gorgo Basso (Fig. 1), il cambiamento più significativo che avvenne a 10 ka cal BP, riguardò l’iniziale espansione di arbusti e cespugli tipici della macchia mediterranea, soprattutto rappresentati da lentisco, ma anche da tamarice, palma nana, ginepro, erica, efedra, cisto e fil- lirea (NOTI et al., 2009; TINNER et al., 2009). Solo a partire 30 Fig. 5 - Curve di indicatori climatico/ambientali relative agli ultimi 12 ka cal BP circa, ognuna proiettata sul proprio modello di età (ka cal BP). Da sinistra, variazione del numero di granuli litici nell’Oceano Nord Atlantico settentrionale (BOND et al., 1997; 2001). La linea intera mostra le piccole variazioni oloceniche su una scala espansa. Le sigle B1-B8 indicano i cosiddetti cicli di Bond che sono assunti come riferimento globale per le variazioni climatiche oloceniche; Variazioni percentuali della specie di nannofossile calcareo F. profun- da nel Sito ODP 963, perforato nel Canale di Sicilia (Incarbona et al., 2008a); Variazioni della temperatura delle acque superficiali nella carota BS 79-38, prelevata nel Tirreno meridionale, basate sull’analisi degli alchenoni (SBAFFI et al., 2001), Le sigle C1-C5 indicano gli episodi di raffreddamento più intensi. In grigio, gli intervalli di anomalie climatiche oloceniche registrate in numerosi record sedimentari marini e continentali (MAYEWSKI et al., 2004). Climatic/Environmental proxy curves of the last 12 kyr BP. From the left, variations in the number of lithics (Ice Rafted Detritus) in the northern North Atlantic Ocean (BOND et al., 1997; 2001). The black line shows Holocene variations on an expanded scale. B1-B8 indi- cate the so-called Bond cycles, often used as a global reference for Holocene climate changes; percentage variations of calcareous nannofossil species F. profunda at ODP Site 963, Sicily Channel (INCARBONA et al., 2008a); Sea Surface Temperature changes recorded in marine core BS 79-38, southern Tyrrhenian Sea, based on alkenone analysis (SBAFFI et al., 2001). C1-C5 indicate cooling episodes. Grey bands shows intervals of Holocene climatic anomalies recorded in marine and terrestrial records (MAYEWSKI et al., 2004). A. Incarbona et al. da 7 ka cal BP, una vera foresta di alberi sempreverdi si espanse nelle regioni costiere, principalmente attraver- so la fioritura di alberi di leccio e olivo (NOTI et al., 2009; TINNER et al., 2009). Queste foreste resistettero fino a 2,7 ka cal BP, quando avvenne la definitiva trasforma- zione del pattern della vegetazione in un ambiente molto più aperto di macchia e di prateria. Diversi record continentali, che includono dati di pollini fossili, di geochimica dei sedimenti lacustri e di speleotemi, indicano una brusca diminuzione delle pre- cipitazioni, a partire dal periodo medio-tardo olocenico (SADORI & NARCISI, 2001; SAURO et al., 2005; FRISIA et al., 2006; ZANCHETTA et al., 2006; SADORI et al., 2008). Dato lo scarso controllo cronologico dei record considerati è difficile ipotizzare quale fenomeno climatico possa avere portato alla riduzione delle precipitazioni. È comunque possibile che un ruolo di primo piano lo abbia avuto lo spostamento della zona di convergenza intertropicale (ITCZ) verso Sud e la diminuzione dell’at- tività dei monsoni, avvenuto dopo circa 5.5 ka cal BP, che provocò la desertificazione e fenomeni di estrema aridità in Africa settentrionale (de MENOCAL et al., 2000; Gasse, 2000). Sebbene non sia ancora chiaro il legame tra l’attività dei monsoni dell’Africa occidentale, la cir- colazione meridiana della cella di Hadley e l’attività degli anticicloni sulla regione mediterranea (GAETANI et al., 2007), non è da escludere che questo fenomeno abbia avuto ricadute sul Mediterraneo centrale e sul- l’entità delle precipitazioni in Sicilia. Il trend di progressiva riduzione delle precipitazioni ha avuto un ovvio impatto sull’aspetto della vegetazio- ne, a cui si è sovraimposto il forte impatto antropico dovuto all’uso del territorio a fini agricoli e di allevamen- to. Lo studio di minuscoli granuli di carbone (indicativi della frequenza degli incendi naturali e di quelli prodotti dall’uomo, su scala locale e regionale) suggerisce che l’attività umana possa essere iniziata nell’Olocene medio (SADORI et al., 2008; TINNER et al., 2009), ma essa fu cer- tamente un elemento centrale nel modellamento del paesaggio e della vegetazione a partire dalle colonizza- zioni dei Greci (2.7 ka cal BP), quando le attività agricole e di pastorizia divennero intensive (NOTI et al., 2009; TINNER et al., 2009). È evidente che senza l’uso intensivo del territorio da parte dell’uomo, l’aspetto della vegeta- zione nell’isola sarebbe molto diverso ed ancora sostan- zialmente caratterizzato da foreste e boschi di alberi decidui e sempreverdi sia nella parte interna che nelle zone costiere (NOTI et al., 2009; TINNER et al., 2009). I dati paleoambientali deducibili dalle faune a mammiferi continentali poco aggiungono al quadro cli- matico delineato. Il grande turnover riconosciuto alla transizione Olocene antico - Recente (tra 11,5 e 5,7 ka cal BP) evidenzia un aumento di diversità che non è imputabile a particolari effetti climatico-ambientali ma che è verosimilmente dovuto agli effetti diretti o indiretti dell’attività umana che ha arricchito la teriofauna di specie antropocore (SARÀ, 1998; PETRUSO et al., in stam- pa). L’uomo del Meso-Neolitico oltre ad aver portato direttamente all’estinzione alcuni taxa come l’uro per attività venatoria ha contribuito all’estinzione indiretta di altri a causa dell’introduzione di nuovi competitori e predatori, dell’addomesticazione e, come discusso in precedenza, apportando modifiche agli habitat con deforestazioni ed introduzione di specie vegetali aliene (Petruso et al., in stampa). 5 - CONCLUSIONI Prendendo spunto da una serie di lavori recenti, abbiamo presentato una sintesi dei cambiamenti ambientali che sono avvenuti in Siclia durante gli ultimi 20 mila anni. Condizioni climatiche estremamente ostili caratterizzarono la Sicilia durante l’ultimo massimo gla- ciale, con temperature dell’aria che in media dovevano essere più basse di circa 10°C. La circolazione atmo- sferica era notevolmente più intensa, con prolungati fenomeni di perturbazione che si protraevano persino nella stagione estiva. Principalmente a causa delle ridotte precipitazioni, erano estremamente comuni piante erbacee ed arbustive relativamente basse come l’Artemisia o quelle della famiglia delle Chenopodia- ceae, indicative di un ambiente aperto di steppa o semi-steppa. Tuttavia, alcune specie vegetali mesofile e termofile di alberi della sottodivisione Angiosperme, sebbene in quantità molto limitate, sembrano essere sopravvissute in questo ambiente così ostile. La pre- senza di piccole aree forestali, probabilmente localizza- te ad alta quota, è testimoniato anche dal ritrovamento di resti di cervidi nell’Associazione Faunistica Castello. Non ci sono evidenze che il passaggio tra ultimo periodo glaciale e Olocene sia avvenuto attraverso due brusche fluttuazioni climatiche chiamate Bølling-Allerød (fluttuazione calda) e Younger Dryas (fluttuazione fred- da). Poiché però queste variazioni sono chiaramente registrate nei sedimenti marini recuperati nei pressi della costa siciliana, è possibile che questo difetto sia dovuto solamente a problemi del record sedimentario continentale. Ulteriori studi sono necessari per chiarire l’evoluzione dell’ambiente durante il periodo della deglaciazione. Fenomeni di instabil ità climatica durante l’Olocene hanno interessato anche quest’area del Mediterraneo e sarebbero caratterizzati da temperature più basse delle acque superficiali e dall’azione prolun- gata e più intensa dei venti provenienti dai quadranti settentrionali. Anche in questo caso non è però chiaro quale sia stato l’impatto di queste variazioni climatiche ad alta frequenza sull’ambiente continentale. Per quan- to riguarda la vegetazione, una copertura forestale si sviluppò gradualmente e raggiunse il suo culmine a circa 10 ka cal BP nelle regioni interne e montane dell’i- sola. Queste foreste andarono sempre più diradandosi seguendo il generale trend di aridificazione e diminuzio- ne delle precipitazioni. Indicazioni contrastanti arrivano però dalle regioni costiere, dove dopo l’iniziale espan- sione di arbusti e cespugli tipici della macchia mediter- ranea, una vera foresta di alberi sempreverdi si espanse a partire da 7 ka cal BP. I dati della vegetazione tra regioni interne e costiere sono invece concordi nell’indi- care il forte impatto antropico dovuto all’uso del territo- rio a fini agricoli e di allevamento, avvenuto a partire da 2,7 ka cal BP, al tempo dell’insedimento delle prime colonie Greche. Senza l’intervento dell’uomo, l’aspetto della vegetazione nell’isola sarebbe molto diverso ed ancora sostanzialmente caratterizzato dalla presenza di boschi e foreste. La nostra considerazione finale è che ancora molto rimane da chiarire circa l’interazione tra clima ed ambiente in Sicilia. Malgrado alcuni studi condotti sul record continentale siano caratterizzati da continuità deposizionale e adeguata risoluzione stratigrafica, una 31Ambiente e clima della Sicilia ... serie di interessanti informazioni restano ancora confi- nate nei sedimenti marini che circondano l’isola. In que- sto senso, è auspicabile che le ricerche che verranno intraprese abbiano un carattere fortemente multidisci- plinare, prendendo in considerazione al contempo aspetti dell’ambiente marino e dell’ambiente continen- tale. RINGRAZIAMENTI Ringraziamo due anonimi revisori per gli utili com- menti e suggerimenti. Si ringraziano inoltre i colleghi che hanno messo a disposizione i propri risultati, diret- tamente o attraverso banche dati sul web. Questo stu- dio è stato finanziato attraverso Fondi Ateneo Ex 60%, E. Di Stefano, P. Di Stefano e A. Greco. 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