05DeSimoneetal. EPISODI VULCANICI E VULCANOCLASTICI (V-XVII SECOLO) CHE HANNO SEPOLTO UN EDIFICIO ROMANO A POLLENA TROCCHIA (ITALIA) G.F. De Simone1*, A. Perrotta2 , C. Scarpati2, A. De Simone3, R.T. Macfarlane4 1St. John’s College, University of Oxford, UK, e-mail: desimone@archeolinks.com 2Dipartimento di Scienze della Terra, Università degli Studi Federico II, Napoli 3Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, Napoli 4Apolline Project, Department of Classics, Brigham Young University, Provo, Utah USA RIASSUNTO: G.F. De Simone et al., Episodi vulcanici e vulcanoclastici (V-XVII secolo) che hanno sepolto un edificio romano a Pollena Trocchia (Italia). (IT ISSN 0394-3356, 2009). Il territorio nord-vesuviano è ancora poco noto archeologicamente. L’attività di indagine archeologica e vulcanologica in un sito nel comune di Pollena Trocchia fornisce nuovi elementi per chiarire le dinamiche di seppellimento avvenute nell’area con l’eruzione del 472 d.C. e le successive. Fino ad ora sono stati portati alla luce sette ambienti di un edificio romano verosimilmente costruito nel II/III secolo d.C. L’edificio si sviluppava su due piani, del superiore sono presenti solo i pavimenti ed i crolli dei muri, quello inferiore era già significativamente danneggiato e spoliato prima del seppellimento causato dall’eruzione vesuviana del 472 d.C. La sequenza stratigra- fica affiorante consta di 7 unità stratigrafiche separate da paleosuoli. Quattro unità sono costituite esclusivamente da depositi pirocla- stici messi in posto durante un evento eruttivo di natura esplosiva; tre unità sono costituite da materiale vulcanoclastico messo in posto durante le fasi finali di un’eruzione o periodi di quiescenza del vulcano. Sulla base dei caratteri stratigrafici e litologici, nonché delle evidenze archeologiche (ritrovamento di elementi che permettono di datare degli specifici orizzonti) alcune unità stratigrafiche sono state associate a specifiche eruzioni vesuviane. In particolare, la spessa successione basale, che ha sepolto buona parte dell’e- dificio, è associata alle fasi finali di rimobilizzazione della coltre piroclastica dai versanti del Somma alla fine dell’eruzione del 472 d.C. Le strutture poste al di sopra del deposito eruttivo testimoniano di una successiva frequentazione bruscamente interrotta dal succes- sivo evento vulcanico (probabilmente pertinente all’eruzione del 512 d.C.). L’area è definitivamente abbandonata e ricoperta, nei secoli successivi, da materiale vulcanoclastico e sottili depositi vulcanici. La sequenza stratigrafica studiata mostra come l’impatto di eventi secondari (lahar) sia la principale causa di distruzione e successivo seppellimento dell’edificio romano. ABSTRACT: G.F. De Simone et al., Burial of a roman building at Pollena Trocchia (Italy) by volcanic and volcanoclastic episodes (V- XVII century). (IT ISSN 0394-3356, 2009). The north slope of the Somma-Vesuvius complex is archaeologically still little known. Archaeological and volcanologic field research at a site in the town of Pollena Trocchia offers new data for understanding the burying process of the AD 472 eruption and following eruptive events. So far seven rooms of a Roman building have been brought to light, which probably date to the 2nd/3rd century AD. The building consists of two storeys. The floors and the collapse of peripheral walls are the only remains of the upper floor. The lower storey was already severely damaged and spoliated before the AD 472 Vesuvian eruption which buried it. The exposed burial sequence is constituted by 7 stratigraphic units interlayered with paleosoils. Four units are exclusively composed of pyroclastic deposits deposi- ted during an explosive eruption. Three units are formed by volcanoclastic debris deposited during either the final phases of the erup- tion or sometime afterwards. The stratigraphic and lithological features, and the archaeological evidence correlate some of these strati- graphic units with known Vesuvian eruptions. In particular, the thick basal sequence that buried most of the building is associated with the reworking of pyroclastic deposits on the north side of the volcano during the last phases of the AD 472 eruption. The structures placed on top of the volcanoclastic deposit testify to a later phase of life, which was quickly interrupted by a subsequent eruption (pro- bably that of AD 512). The whole area was subsequently completely abandoned and covered by volcanoclastic and volcanic debris throughout the following centuries. The stratigraphic sequence attests the impact of secondary events (lahars) as the main cause of destruction and burial of the Roman building. Parole chiave: Vesuvio, lahar, siti archeologici. Keywords: Vesuvius, lahar, archaeological sites. Il Quaternario Italian Journal of Quaternary Sciences 22(1), 2009 - 53-60 1. INTRODUZIONE Il territorio nord-vesuviano (Fig. 1), per una com- plessa serie di fattori storici e culturali (DE SIMONE, 2007), non è stato mai oggetto di indagine archeologica sistematica. Ciò ha comportato, in una prima fase, la lettura dei siti archeologici di volta in volta ritrovati secondo modelli interpretativi modellati sulle realtà archeologiche più note di Pompei ed Ercolano. In parti- colare, era comune la prassi di datare genericamente i siti archeologici ricadenti nell’ambito del vulcano al I secolo d.C., partendo dall’assunto che l’interro vulcani- co rilevato fosse sempre relativo al 79 d.C. (DELLA CORTE, 1932; DE FRANCISCIS, 1976). In tempi più recenti, la ricerca sugli insediamenti protostorici in area nolana da un lato (ALBORE LIVADIE et al., 1998) e la necessità di definire in ambito pompeiano le vicende storiche ed insediative posteriori al 79 dall’altro (CERULLI IRELLI, 1975; PISAPIA, 1981; PAGANO, 1995; DE CAROLIS, 1997; SORICELLI, 1997; ID., 2001; DE SIMONE & NAPPO, 2000; DE SIMONE, 2002; PAPPALARDO, 2001; EBANISTA, 2003), hanno portato al superamento dell’usuale quadro cronologico di riferimento, senza peraltro giungere alla formulazione di nuovi modelli interpretativi idonei a spiegare le com- plesse vicende insediative. Il territorio nord-vesuviano mostra inoltre un grado di complessità maggiore rispetto al versante meridiona- le del vulcano. Infatti, negli ultimi anni ricerche archeo- 54 G.F. De Simone et al. logiche e vulcanologiche (COLUCCI PESCATORI, 1986; ALBO- RE LIVADIE et al., 1998; MASTROLO- RENZO et al., 2002; PERROTTA et al., 2006a; EAD., 2006b) hanno evidenziato significative diffe- renze nelle modalità di distruzio- ne e seppellimento degli inse- diamenti di età romana ubicati sul versante settentrionale del Vesuvio, rispetto a quanto acca- duto alle più famose cittadine poste sul versante meridionale del vulcano (SIGURDSSON et al., 1985; CIONI et al., 1990; LUONGO et al., 2003a; ID., 2003b). È infatti ben noto che Pompei, Ercolano e Stabia sono state rapidamente sepolte (in pochi giorni secondo la descrizione di Plinio il Giovane a Tacito) sotto una spessa coltre di depositi piroclastici associati all’eruzione del 79 d.C. Il ritrovamento di numerose ville rustiche ricoperte dai depositi del 79 d.C. (STEFANI, 2000; EAD., 2002), variamente ubicate sulle pendici del vulca- no, ha rafforzato l’idea di una distruzione complessiva di tutto il territorio perivulcanico a seguito dell’intensa eruzione pliniana. Le avverse condizioni ambientali determinate dalla deposizione dei prodotti dell’eruzione, unitamente ad alcuni rilevanti fattori politici ed economici, hanno scoraggiato il ripristino dei centri urbani o la costituzio- ne di nuovi, nonché la creazione di una rete di insedia- menti extraurbani che fosse fitta come la precedente. Il territorio nord-vesuviano offre un quadro, se non com- pletamente diverso, quanto meno più complesso ed articolato. Per quest’area, la prima ricerca accademica in siti di età storica è cominciata solo nel 2002, ed è ancora in corso, per opera della Università di Tokyo con collabo- razioni internazionali (AOYAGI, 2005; AOYAGI et al., 2006; ID., 2007; DE SIMONE & MATSUYAMA, 2006). Il progetto ha come obiettivo lo scavo sistematico di una villa romana di notevoli dimensioni sita in Somma Vesuviana in loca- lità Starza della Regina (Fig. 1) e ritenuta ai tempi della scoperta (DELLA CORTE, 1932) la residenza dove morì Augusto. I depositi vulcanici, che arrivano a coprire per quasi 10 metri l’edificio, furono interpretati al momento della scoperta come pertinenti all’eruzione vesuviana del 79 d.C. (DELLA CORTE, 1932), attestando quindi anche nel settore settentrionale del vulcano un interro analogo a quello costiero. Le recenti indagini vulcanolo- giche (PERROTTA et al., 2006a; EAD., 2006b) escludono la presenza dei depositi dell’eruzione del 79 d.C. nell’area di scavo e consentono invece una ricostruzione degli eventi notevolmente diversa da quella proposta per Pompei ed Ercolano. Il monumentale edificio era in avanzata fase di spoliazione prima che i prodotti dell’e- ruzione del 472 d.C. ricoprissero i due terzi della strut- tura. I prodotti di numerose altre successive eruzioni (dal 512 al 1631) e di eventi di natura secondaria (lahar) completarono l’opera di seppellimento nel corso dei secoli successivi. Con lo stimolo di tale ricerca e nella necessità di verificare i dati su di un secondo sito e di porre doman- de di respiro più ampio e di maggiore validità per l’inte- ro territorio, nel 2004 si è avviato un progetto di ricerca multidisciplinare condotto dalla Università degli Studî di Napoli Suor Orsola Benincasa insieme con la Brigham Young University (USA) ed il Comune di Pollena Trocchia, con la collaborazione di studiosi dell’Università Federico II di Napoli per gli aspetti vulca- nologici e paleobotanici. Il progetto ha come obiettivo quello di svolgere un’attività di ricerca completa nel comune di Pollena Trocchia, inteso come campione per l’intero territorio oggetto d’indagine. La ricerca si è con- cretizzata nella disamina di quanto finora pubblicato, nello studio dei documenti inediti d’archivio, nella rico- gnizione sul territorio ed infine nell’analisi puntuale di un sito archeologico. In questa sede riportiamo i risultati preliminari della prima campagna d’indagine del sito prescelto, in località Masseria De Carolis (ora Parco Europa), mentre rimandiamo a quanto attualmente in corso di stampa (DE SIMONE, 2008; DE SIMONE & MAC- FARLANE, 2009) per la descrizione delle altre attività menzionate. 2. DESCRIZIONE DEL SITO Il sito in località Masseria De Carolis (Fig. 1; lat. 40°52'0.20"N, long. 14°22'33.63"E) è stato scoperto accidentalmente nel 1988 (PAGANO, 1988; ID., 1991), quando si stava cavando materiale vulcanico nel corso dei lavori per la costruzione di edilizia popolare nell’area (attuale Parco Europa). L’allora funzionario archeologo di zona, Mario Pagano, documentando quanto allora Fig. 1 - Il golfo di Napoli con indicazione dei centri cui si fa riferimento nel testo. The Bay of Naples and the sites mentioned in the text. visibile ed impossibilitato nel poter condurre una cam- pagna di scavo che gli permettesse di arrivare al livello del calpestio antico o almeno di scendere al di sotto dell’interro vulcanico e recuperare materiale ceramico datante, propose una lettura del sito come “grandi magazzini di ammasso di prodotti agricoli” costruiti nel II secolo d.C. Pagano propose inoltre che lo stato di spoliazione documentato dagli edifici antichi fosse col- legabile alla notizia, riportata nei documenti borbonici, del ritrovamento di un grande sito a Pollena, dal quale furono cavati circa 12.000 mattoni per la costruzione del teatro San Carlo a Napoli. Gli elementi per ora in nostro possesso non consentono ancora una lettura chiara e definitiva, ma consentono di smentire almeno l’ultimo punto. L’area si mostrava, a circa 20 anni dalla scoperta, ampiamente sconvolta: la cava per il materiale vulcani- co era stata utilizzata come discarica abusiva di mate- riale edilizio, che in parte copre ancora le strutture allo- ra in luce. Inoltre, la recinzione posta a protezione del sito era in gran parte divelta e l’area risultava invasa da rifiuti di varia natura. Tale contesto complica la lettura delle strutture, nonché dell’interro vulcanico che le copriva e che ora è visibile solo in alcuni punti. I risultati preliminari della prima campagna d’inda- gine nel sito rivelano almeno 7 ambienti, molti dei quali mostrano tracce della originaria copertura a volta (Fig. 2: A, B, C, D). Vi sono ancora tracce in alcuni punti (C, E, F) dell’originario pavimento in cocciopesto. Tale dato, insieme con i resti di crolli di alcuni muri (G, H), portano a supporre l’esistenza di un secondo piano del- 55Episodi vulcanici e vulcanoclastici ... l’edificio. Non è possibile per ora datare con precisione le strutture, ma la presenza al di sotto delle fondazioni di alcuni frammenti di affreschi databili allo stile transi- zionale tra III e IV stile pompeiano lascia supporre che l’edificio ora messo in luce sia stato costruito al di sopra di uno precedente. Non è possibile per ora esse- re certi su quando sia avvenuta la costruzione del nuovo complesso, verosimilmente nel II o III secolo d.C., ma esso mostra tracce di frequentazione fino alla tarda antichità, risultando sepolto, come si dirà in det- taglio di seguito, dai prodotti della eruzione del 472 d.C. La datazione del deposito è confermata dal rinve- nimento di una piccola moneta in bronzo datata al regno di Marciano (imperatore dell’Impero Romano d’Oriente dal 450 al 457 d.C.), rinvenuta come unico elemento di corredo all’interno di una sepoltura infantile (maschio intorno ai 6 anni), posta all’interno dell’unico ambiente indagato in profondità (A) nell’ultimo strato di frequentazione prima dell’eruzione. La parte sommitale delle strutture fuoriesce dall’interro vulcanico del 472, a sua volta coperto da un sottile strato umificato, in cui sono presenti gasteropodi polmonati, similarmente a quanto accade nel citato sito di Somma Vesuviana; a Pollena sono anche evidenti tracce di una successiva frequentazione. Le strutture ancora emergenti sono infatti in gran parte spoliate; il materiale edilizio viene ammassato per elevare il livello di calpestio su cui è una struttura di incerta interpretazione (forno?; I), di modesta fattura, sigillata da materiale vulcanico proba- bilmente pertinente all’eruzione del 512 d.C. Il sito mostra elementi di un certo interesse sia da Fig. 2 - Pianta del sito archeologico nel comune di Pollena Trocchia, località Masseria De Carolis. Map of the archaeological site in the town of Pollena Trocchia, location Masseria De Carolis. 56 un punto di vista strettamente storico ed archeologi- co per gli elementi finora illustrati, sia dal punto di vista vulcanologico e specificamente per quanto riguarda l’interazione del riempimento vulcanico con le strutture costruite, come si mostra di seguito. 3. STRATIGRAFIA La sequenza esposta nel sito è costituita da sette unità stratigrafiche, cioè depositi o successioni di depositi, di differente origine, separati da paleo- suoli (Fig. 3). Le singole unità sono denominate con una lettera progressiva (da A a G) a partire dal depo- sito più antico (al di sopra degli strati antropizzati tar- doantichi) e spostandosi verso l’alto. Cinque unità (Fig. 3: B, D, E, F e G) sono costituite esclusivamente da depositi piroclastici messi in posto durante un evento esplosivo e rappresentano, di conseguenza, delle unità eruttive. Due unità (Fig. 3: A e C) sono costituite da materiale vulcanoclastico messo in posto durante le fasi finali di un’eruzione o periodi di quiescenza del vulcano. Le unità eruttive sono, se possibile, associate con eruzioni vesuviane conosciu- te sulla base delle loro caratteristiche litologiche e stratigrafiche. La sequenza basale consta di cinque depositi massivi (A1, A3, A5, A7 e A9) spessi da pochi deci- metri a circa due metri, interstratificati con sottili livelli cineritici (A2, A4, A6 e A8). I depositi massivi sono costituiti essenzialmente da clasti di natura vulcanica immersi un una matrice di cenere grossolana. La matrice ha un colore ocra. I clasti, fino a 12 centimetri in diametro, non mostrano alcuna gradazione. La composizione di questi clasti è data prevalentemente da lave rossastre alterate e lave grigie afiriche e più rari frammenti calcarei. La loro forma varia da suban- golare ad arrotondata. I sottili livelli cineritici sono stratificati e mostrano una variazione laterale in spes- sore. Rari clasti pomicei arro- tondati, di dimensioni da milli- metriche a centimetriche, sono dispersi in questi l ivell i . Localmente, in alcuni ambienti strutturalmente meglio preser- vati dell’edificio romano, i livelli cineritici stratigraficamente più alti (A6 ed A8) presentano delle evidenti ondulazioni con cruda stratificazione interna mentre alla base del livello A2 compare una lente formata da lapil l i pomicei fortemente arrotondati privi di matrice cineritica. La parte alta della successione è alterata e pedogenizzata; local- mente si osserva un più marca- to paleosuolo rosato spesso circa 10 centimetri in cui sono stati ritrovati numerosi gusci di gasteropodi polmonati perfetta- mente preservati (Fig. 4). La natura vulcanoclastica di tale sequenza è discussa nel para- grafo 5. Fig. 3 - Sequenza stratigrafica ricostruita dei depositi che hanno sepolto l’edificio romano. Le lettere sulla sinistra della colonna indica- no le unità stratigrafiche (da A a G) intercalate dai paleosuoli (da P1 a P7). Le attribuzioni delle unità stratigrafiche a specifiche unità eruttive sono riportate sulla destra della colonna. Reconstructed stratigraphic sequence of the deposits burying the Roman building. Capital letters indicate stratigraphic units (from A to G), paleosols range from P1 to P7. Eruptive units are reported on the right. Fig. 4 - Gusci di gasteropodi polmonati perfettemente preservati si tovano nel paleosuolo che copre l’Unità A (472 dC). Some preserved snail shells occur scattered in the soil at the top of Unit A (472 AD). G.F. De Simone et al. 57 Sulla successione A poggia il deposito B1 che è formato da sottili lamine cineritiche piano-parallele, alternate a livelli di cenere più grossolana. Il deposito successivo, B2, è costituito da più spessi livelli di cene- re stratificata. Sparsi lapilli pomicei di colore grigio chia- ro sono dispersi nel deposito. Il contatto basale è erosi- vo. Un sottile paleosuolo rossastro si osserva alla som- mità di B2. Segue un deposito stratificato (da C1 a C3) in cui il livello basale (C1) è formato da cenere grossola- na di colore grigio in cui sono disperse scorie e piccoli frammenti litici. C2 è un deposito cineritico marroncino in cui sono disperse rare pomici sia biancastre che gri- giastre. Anche il livello cineritico grigio C3 presenta rare pomici sia biancastre che grigiastre. Questa successio- ne è coperta da uno spesso paleosuolo. La parte rima- nente della sequenza è formata da quattro sottili livelli piroclastici (D, E, F e G) interstratificati con spessi paleosuoli. Il livello D è una cinerite discontinua lateral- mente. Il livello E, massivo, ben sortito ed è formato da lapilli scoriacei grigi subangolari. Il livello F è disconti- nuo lateralmente ed è formato da cenere grossolana con abbondanti frammenti litici. Infine, il livello cineritico G mostra rare scorie disperse nella matrice. 4. DISTRIBUZIONE DELLE UNITÀ STRATIGRAFICHE E RELAZIONI CON LE STRUTTURE MURARIE Le attività di sterro durante la scoperta del sito e la successiva trasformazione dell’area in discarica abu- siva hanno reso impossibile la conservazione di un’uni- ca sezione che comprendesse l’intera sequenza strati- grafica. La lettura della successione dei depositi eruttivi e vulcanoclastici sopra riportata è il risultato della colla- zione dei dati provenienti dai diversi saggi (Fig. 5) d’in- dagine i quali, posti a quote diverse, consentono attra- verso la sovrapposizione di strati della stessa fase, la ricostruzione dell’intera sequenza. Il saggio 05 offre il primo pezzo della sequenza. Lo scavo si è infatti approfondito all’interno dell’am- biente originariamente voltato, fino ad arrivare al di sotto del piano di fondazione delle strutture murarie. In questo livello, misto in uno strato di cenere vulcanica sono stati trovati frammenti di stucco decorato dello stile transizionale tra III e IV stile pompeiano. Al di sopra vi sono diversi strati antropizzati con materiale cerami- co databile per lo più al IV e V secolo d.C., sebbene vi siano alcuni frammenti di III secolo. Gli strati antropiz- zati si chiudono con una sepoltura di un bambino (maschio, intorno ai 6 anni), coperta da due strati con ceramica. Il rinvenimento all’interno della sepoltura di una moneta datata al 450-457 d.C. offre il terminus post quem per l’intera sequenza. Gli strati antropizzati sono infatti sigillati, a partire da una quota di circa 87,37 m., dal riempimento costituito da litici immersi in una matrice cineritica grossolana (Fig. 3: A1). La lettura della sequenza continua all’interno del saggio 04 (Fig. 6), dove si individua una successione di strati di cenere grigia con litici, intercalati ai quali si distinguono livelli di cenere bianca. Al di sopra è un sottile paleosuolo (Fig. 3: P2; spess. < 10 cm, h. 89,06 m. s.l.m.), all’interno del quale sono gusci di gasteropodi polmonati. Al di sopra vi sono alcuni strati costituiti da materiale vulcanoclasti- co rimaneggiato. Vi sono poi almeno due battuti a matrice sabbiosa, sui quali è posto l’accumulo di mate- riale di spolio dalle strutture circostanti: lo strato è com- posto da blocchetti informi di varie dimensioni costituiti prevalentemente da lava, calcare, cruma e pochissimi laterizi compattati con malta. Tale strato è utilizzato verosimilmente per rialzare il piano di calpestio antico, sul quale viene poi impostata una struttura dal carattere provvisorio (forse un forno). Tale osservazione è tanto più interessante se legata all’analisi del riempimento vulcanico presente nel saggio 02, al di sotto del cosid- detto forno. Lo scavo all’interno di questo saggio ha infatti permesso di notare come al di sotto della fonda- Fig. 5 - Pianta schematica del sito archeologico con indicazio- ne dei saggi. Schematic map of the archaeological site with excavation tren- cheshighlighted Fig. 6 - Vista del saggio 04 da sud con indicazione dello strato in cui sono stati rinvenuti i gusci di lumache. View from south of the test trench 04 with indication of the context in which landsnail shells were found. Episodi vulcanici e vulcanoclastici ... 58 zione del forno vi sia uno strato a matrice cineritica grossolana con notevole presenza di lapilli (Unità A). Tale strato era sigillato, come per l’analogo nel saggio 04, da un sottile paleosuolo con all’interno gusci di gasteropodi polmonati. Tale strato si trova però ad una quota più elevata rispetto all’altro di circa 1 metro (90,13 m. s.l.m.). Il saggio 01 (Fig. 7) consente di ricostruire la sequenza stratigrafica dall’Unità A alle più recenti. Alla base dello scavo affiorano i livelli da A7 ad A9 sigillati da un sottile strato con reperti malacologici, rinvenuti alla stessa quota del saggio 02 (90,04 m.). Segue uno strato antropizzato con macerie (forse un accumulo di materiale). Al di sopra vi è uno strato vulcanico a matri- ce cineritica (Unità B), che si estendeva per tutta l’am- piezza del saggio. A una lettura strettamente stratigrafi- ca, mostra tre differenti livelli di sovrapposizione: il primo caratterizzato da una matrice sabbiosa, di colore grigio; il secondo con matrice cineritica con struttura lenticolare data dalla presenza di frustuli carboniosi, di colore nero alternati a tracce di concrezioni calcaree; infine il terzo costituito da uno strato di cenere compat- tata di colore grigio scuro. Lo strato si trova a circa 91 m. Alla stessa quota si rinvengono i resti dei materiali vulcanici pertinenti alla stessa eruzione nel saggio 02. Al di sopra vi è uno strato di terreno nero a matrice cineritica, che costituisce un sottile paleosuolo. Segue il crollo di uno dei muri del secondo livello dell’edificio. Su di esso sono due strati a matrice argillosa di colore bruno con rari laterizi, a costituire un paleosuolo. Seguono alcuni strati a matrice vulcanica intercalati a paleosuoli. Il saggio 03 consente di verificare solo l’ulti- ma parte della sequenza messa in luce nel saggio 01. Non è stato possibile infatti approfondire il saggio di molto, data la presenza di un enorme crollo di un muro, che costituiva probabilmente uno dei muri del secondo livello dell’edificio. Tale crollo, come per il simile nel saggio 01, poggia anch’esso sui depositi dell’unità B. 5. DEFINIZIONE DELLE UNITÀ ERUTTIVE E MECCA- NISMI DI DEPOSIZIONE La presenza di sette paleosuoli indica dei periodi di stasi, più o meno lunghi, che si alternano a ripetuti episodi di seppellimento. All’interno della sequenza dei depositi descritti precedentemente è importante discri- minare quelli di origine vulcanica primaria, cioè messi in posto in conseguenza di un’eruzione vulcanica, da quelli rimaneggiati, essenzialmente causati da rimobiliz- zazioni di materiale vulcanico incoerente sui pendii del vulcano. I depositi vulcanici primari, confinati tra due paleosuoli, costituiscono il prodotto di un’unica unità eruttiva e sono quindi associati, sulla base delle loro caratteristiche litostratigrafiche ad un’eruzione storica vesuviana. Unità A – Il ritrovamento durante le operazioni di scavo di una moneta datata intorno al 450-457 alla base dell’Unità A consente di associare questi depositi all’eruzione del 472 d.C. I depositi che formano que- st’unità sono di origine vulcanoclastica come suggeri- scono caratteri quali: la relativa litificazione ed il carat- tere eterolitico delle par- ticelle con una prevalen- za di clasti di origine lavi- ca di diversa natura. Tale interpretazione è forte- mente suffragata dal ritrovamento all’interno della successione di juvenili pomicei non pre- senti nei depositi primari da corrente piroclastica di questa eruzione, dove i soli juvenil i presenti sono scorie dense (SULPIZIO et al., 2005). La sequenza di questi depo- siti stratificati indica la messa in posto di suc- cessivi debris f low durante una fase di rimo- bilizzazione della coper- tura piroclastica (livelli pomicei) ed erosione del substrato lavico avvenu- ta durante l’eruzione del 472 d.C. La presenza di depositi epiclastici a tetto dei depositi primari dell’eruzione del 472 d.C. in altri siti del settore set- tentrionale del Vesuvio (Perrotta et al., 2006) e della Piana Campana (MASTROLORENZO et al., Fig. 7 - Sezione nord del saggio 01. North section of the test trench 01 G.F. De Simone et al. 2002), suggerisce che tale rimobilizzazione sia avvenuta durante le fasi finali dell’eruzione. Questi depositi sono coperti da un sottile paleosuolo osservato con disconti- nuità nell’area di scavo. Unità B – La presenza di un suolo così poco svi- luppato suggerisce che i prodotti dell’Unità B siano stati messi in posto dopo un breve periodo di quiete successivo all’eruzione del 472 d.C. e potrebbero quin- di essere associati con l’eruzione del 512 d.C. Questo deposito è formato da livelli cineritici stratificati che pre- sentano una evidente componente erosiva che permet- te di ipotizzare una origine da corrente piroclastica. Unità C – È un deposito stratificato a matrice cineritica in cui sono dispersi clasti juvenili (scorie, pomici bianche e grigie) e litici. Il cattivo assortimento, la presenza di superfici erosionali e la natura eterolitolo- gica dei componenti juvenili indica che questi depositi rappresentano una ulteriore fase di rimaneggiamento della coltre piroclastica rimobilizzata dai pendii del Monte Somma. Unità D, E, F, G – sono sottili livelli piroclastici da caduta probabilmente associati ad eruzioni medioevali. In particolare il livello scoriaceo E potrebbe essere il pro- dotto di una delle fasi dell’eruzione vesuviana del 1631. 6. DISCUSSIONE E CONCLUSIONI Il sito romano di Pollena Trocchia, anche se solo parzialmente scavato, fornisce importanti indicazioni sulla successione di eventi vulcanici accompagnati o intervallati da consistenti rimobilizzazioni della coltre piroclastica che hanno interessato l’area a nord del Vesuvio. Se consideriamo il rapporto tra lo spessore cumulativo di depositi di lahar e quello dei depositi piro- clastici (5/1) possiamo immediatamente dedurre quale sia stata l’importanza relativa dei due fenomeni. A diffe- renza delle famose città di Pompei ed Ercolano, com- pletamente sepolte dai prodotti dell’eruzione del 79 d.C., questo edificio è stato sepolto essenzialmente da depositi vulcanoclastici (lahar) che si sono succeduti dal V secolo fino al 1631. Le eruzioni vesuviane più che produrre dei danni diretti hanno fornito enormi quantità di materiale incoerente che è stato rimobilizzato sugli acclivi pendii del Monte Somma a seguito di intense piogge. Queste osservazioni confermano lo scenario proposto da PERROTTA et al. (2006b) per l’area di Somma Vesuviana in cui l’impatto di eventi secondari (lahar) post 79 d.C. risulta la principale causa di distruzione e successivo seppellimento di un monumentale edificio romano. I dati provenienti da questo nuovo scavo enfa- tizzano l’importanza che eventi di tipo lahar hanno avuto in tutto il settore settentrionale del vulcano. Dal punto di vista archeologico questo scavo è l’unico finora noto nel quale si trova un chiaro segno di reinsediamento successivo all’eruzione del 472, sigillato poi dall’eruzione successiva (512?). Le prossime cam- pagne di indagine saranno utilizzate per definire in modo particolareggiato gli effetti delle singole fasi erut- tive e degli episodi vulcanoclastici sull’edificio. Inoltre, l’approfondimento di un saggio di scavo sotto il piano pavimentale romano (pre-II secolo d.C.) potrebbe forni- re un fondamentale contributo per definire se e con quali effetti i prodotti dell’eruzione del 79 d.C. hanno interessato quest’area. RINGRAZIAMENTI Si ringraziano tutti i partecipanti al progetto ed in particolare le responsabili: Jaime Bartlett, Rossella Cannella, Monica Lubrano e Caterina Martucci. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ALBORE LIVADIE C., MASTROLORENZO G. & VECCHIO G. (1998) - Eruzioni pliniane del Somma-Vesuvio e siti archeologici dell’area nolana – in: Guzzo, P.G. & Peroni, R. (eds.), Archeologia e Vulcanologia in Campania. Atti del Convegno, Pompei 21 dicem- bre 1996 (Napoli: Arte tipografica), pp. 39-86. AOYAGI M. 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De Simone et al. << /ASCII85EncodePages false /AllowTransparency false /AutoPositionEPSFiles true /AutoRotatePages /None /Binding /Left /CalGrayProfile (Dot Gain 20%) /CalRGBProfile (sRGB IEC61966-2.1) /CalCMYKProfile (U.S. Web Coated \050SWOP\051 v2) /sRGBProfile (sRGB IEC61966-2.1) /CannotEmbedFontPolicy /Error /CompatibilityLevel 1.4 /CompressObjects /Tags /CompressPages true /ConvertImagesToIndexed true /PassThroughJPEGImages true /CreateJDFFile false /CreateJobTicket false /DefaultRenderingIntent /Default /DetectBlends true /ColorConversionStrategy /LeaveColorUnchanged /DoThumbnails false /EmbedAllFonts true /EmbedJobOptions true /DSCReportingLevel 0 /EmitDSCWarnings false /EndPage -1 /ImageMemory 1048576 /LockDistillerParams false /MaxSubsetPct 100 /Optimize true /OPM 1 /ParseDSCComments true /ParseDSCCommentsForDocInfo true /PreserveCopyPage true /PreserveEPSInfo true /PreserveHalftoneInfo false /PreserveOPIComments false /PreserveOverprintSettings true /StartPage 1 /SubsetFonts true /TransferFunctionInfo /Apply /UCRandBGInfo /Preserve /UsePrologue false /ColorSettingsFile () /AlwaysEmbed [ true ] /NeverEmbed [ true ] /AntiAliasColorImages false /DownsampleColorImages true /ColorImageDownsampleType /Bicubic /ColorImageResolution 300 /ColorImageDepth -1 /ColorImageDownsampleThreshold 1.50000 /EncodeColorImages true /ColorImageFilter /DCTEncode /AutoFilterColorImages true /ColorImageAutoFilterStrategy /JPEG /ColorACSImageDict << /QFactor 0.15 /HSamples [1 1 1 1] /VSamples [1 1 1 1] >> /ColorImageDict << /QFactor 0.15 /HSamples [1 1 1 1] /VSamples [1 1 1 1] >> /JPEG2000ColorACSImageDict << /TileWidth 256 /TileHeight 256 /Quality 30 >> /JPEG2000ColorImageDict << /TileWidth 256 /TileHeight 256 /Quality 30 >> /AntiAliasGrayImages false /DownsampleGrayImages true /GrayImageDownsampleType /Bicubic /GrayImageResolution 300 /GrayImageDepth -1 /GrayImageDownsampleThreshold 1.50000 /EncodeGrayImages true /GrayImageFilter /DCTEncode /AutoFilterGrayImages true /GrayImageAutoFilterStrategy /JPEG /GrayACSImageDict << /QFactor 0.15 /HSamples [1 1 1 1] /VSamples [1 1 1 1] >> /GrayImageDict << /QFactor 0.15 /HSamples [1 1 1 1] /VSamples [1 1 1 1] >> /JPEG2000GrayACSImageDict << /TileWidth 256 /TileHeight 256 /Quality 30 >> /JPEG2000GrayImageDict << /TileWidth 256 /TileHeight 256 /Quality 30 >> /AntiAliasMonoImages false /DownsampleMonoImages true /MonoImageDownsampleType /Bicubic /MonoImageResolution 1200 /MonoImageDepth -1 /MonoImageDownsampleThreshold 1.50000 /EncodeMonoImages true /MonoImageFilter /CCITTFaxEncode /MonoImageDict << /K -1 >> /AllowPSXObjects false /PDFX1aCheck false /PDFX3Check false /PDFXCompliantPDFOnly false /PDFXNoTrimBoxError true /PDFXTrimBoxToMediaBoxOffset [ 0.00000 0.00000 0.00000 0.00000 ] /PDFXSetBleedBoxToMediaBox true /PDFXBleedBoxToTrimBoxOffset [ 0.00000 0.00000 0.00000 0.00000 ] /PDFXOutputIntentProfile () /PDFXOutputCondition () /PDFXRegistryName (http://www.color.org) /PDFXTrapped /Unknown /Description << /ENU (Use these settings to create PDF documents with higher image resolution for high quality pre-press printing. 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