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migliore la malattia (di qualunque natura 
essa sia) e tutto l’iter terapeutico.

Inoltre lo sviluppo di una notevole quan-
tità di materiale informativo – esterno al 
medico, facilmente reperibile, meno “emoti-
vamente selezionato” e quindi più oggettivo 
– ha sviluppato e alimentato negli addetti ai 
lavori un interesse crescente per la relazione 
medico-paziente e il bisogno di informazio-
ne di quest’ultimo.

Questo interesse ha prodotto diversi lavori 
scientifici che hanno analizzato vari aspetti 
della relazione-medico paziente, soprattutto 
in ambito oncologico:

le abilità comunicative che il medico deve  y
possedere, dalla conoscenza delle regole 
base della comunicazione allo sviluppo 
di tecniche facilitanti precisi momenti, 
per esempio la gestione delle cattive no-
tizie [2];
il bisogno reale (punto di vista del pazien- y
te) o presunto (punto di vista del medico) 
di informazione del paziente, studiandolo 
in tutte le fasi della malattia (dalla diagno-
si alla terminalità) e prestando particolare 
attenzione al processo di presa di decisione 
terapeutica [3];
le fonti di informazione preferite dai pa- y
zienti e dai familiari [4];
il ruolo dell’informazione nella gestio- y
ne del distress (ansia e depressione) e 
dell’adattamento alla malattia oncologica 
(stile di coping) [5];
il ruolo e i bisogni dei familiari all’interno  y
della relazione medico-paziente [6];
la problematica del diritto del paziente  y
all’informazione, ma anche alla non in-

Annalisa Giacalone 1

Dire e sapere:  
il dilemma medico-paziente

La base di ogni relazione soddisfacente 
è una buona comunicazione tra i soggetti 
coinvolti, siano essi docente-discente, ma-
rito e moglie o, nel nostro caso specifico, 
medico e paziente. 

«Ogni processo comunicativo tra esseri 
umani possiede due dimensioni distinte: da 
un lato il contenuto, ciò che le parole dico-
no, dall’altro la relazione, ovvero quello che 
i parlanti lasciano intendere, a livello verbale 
e più spesso non verbale, sulla qualità della 
relazione che intercorre tra loro» (P. Wat-
zlawick) [1]. Due dimensioni: contenuto e 
relazione. Due modalità espressive: verbale 
(che attiene alla parola, scritta e orale) e non 
verbale (il linguaggio del corpo, ma anche le 
modalità espressive che accompagnano l’elo-
quio – tono, velocità, timbro, ecc.).

Quindi, esprimere e soddisfare il biso-
gno di informazione sono due momenti 
importanti che definiscono la qualità della 
relazione tra medico e paziente – sbilan-
ciata, paternalistica, autoritaria, condivisa o 
consumistica, per citare alcuni modelli – e, 
allo stesso tempo, ne definiscono anche i 
contenuti. 

Se, da un lato, lo spostamento di accento 
da “dire la verità” a “fornire l’informazio-
ne” ha comportato in questi ultimi decen-
ni l’assunzione da parte del medico di una 
posizione più paritaria nei confronti del 
paziente, una relazione meno paternalistica 
e una comunicazione più oggettiva, meno 
influenzabile dall’emotività, dall’altro lato si 
è visto che un paziente correttamente infor-
mato può sviluppare maggior autonomia e 
autodeterminazione, può affrontare in modo 

Editoriale

1 Psicologa, Psicoterapeuta. 
Oncologia Medica A, 
Centro di Riferimento 
Oncologico IRCCS, 
Aviano (PN)

 Corresponding author
 Dott.ssa Annalisa 

Giacalone
 agiacalone@cro.it



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Editoriale

formazione (artt. 30 e 31 del Codice di 
Deontologia Medica, 2006 e Legge n. 
675/96 sulla privacy).
Nonostante la maggioranza dei medici si 

orienti internazionalmente per un atteggia-
mento che promuova una comunicazione 
efficace, sincera ed esaustiva, prevale ancora 
al giorno d’oggi un diffuso comportamento 
di emarginazione del paziente anziano ri-
guardo alla comunicazione della diagnosi 
che, invece, viene detta ai familiari.

Grassi, ad esempio, in un’indagine condot-
ta su 675 medici italiani ha riscontrato che se 
il 45% si dichiarava d’accordo con l’assunto 
che il paziente deve essere completamente 
informato sia riguardo alla diagnosi sia ri-
guardo alla prognosi, nella pratica clinica 
solo il 25% di essi comunicava la diagnosi 
al proprio paziente [7].

Più spesso di quanto non si creda la rela-
zione medico-paziente viene ostacolata dagli 
atteggiamenti negativi del clinico verso l’an-
zianità. Adelman ha dimostrato che i medici 
tendono a passare meno tempo con i pazienti 
anziani rispetto a quelli giovani e prestano 
minor attenzione ai loro bisogni inespressi 
e alle loro preferenze. I pazienti anziani, da 
parte loro, possono soffrire di deficit senso-
riali, deficit funzionali e di deterioramento 
cognitivo che richiedono di conseguenza una 
maggiore attenzione da parte dei sanitari 
durante i colloqui [8].

Un altro punto cruciale nella relazione 
medico-paziente è il desiderio di conoscenza 
di quest’ultimo. A Leydon si deve il rico-
noscimento dell’importanza che il diniego 
– un meccanismo di difesa frequentemente 
usato dai pazienti per far fronte all’impatto 
emotivo che malattie gravi e potenzialmente 
mortali suscitano – ha nell’adattamento alla 
malattia oncologica: può indurre i malati a 
limitare il dialogo con i medici [9]. Atteg-
giamento, questo, che sembra caratterizzare 
la maggioranza dei pazienti anziani italiani. 
Uno studio, condotto su 122 soggetti onco-
logici anziani in attesa di sottoporsi al primo 
ciclo di chemioterapia, ha dimostrato che 
preferivano ricevere un’informazione parzia-
le, adeguata ma non esaustiva; desideravano 
limitare sia la quantità di informazioni che 
potevano ricevere durante il colloquio con 
i medici, sia la ricerca di ulteriori informa-
zioni presso altre fonti (umane e/o cartacee). 
In particolare, un terzo dei pazienti preferiva 
delegare al proprio medico oncologo tutte 
le decisioni inerenti alla malattia, in quan-
to voleva evitare di ricevere le informazioni 
negative attese [10].

Ultimo, ma non di minore importanza, è il 
ruolo che i familiari possono assumere all’in-
terno di questa delicata relazione: facilitatori 
o ostacolo alla comunicazione? È indubbio 
che i familiari svolgano un importante e gra-
voso lavoro assistenziale. La disponibilità di 
schemi di trattamento più agevoli, la riduzio-
ne dei tempi di ricovero e il maggior utilizzo 
del day hospital hanno comportato in questi 
ultimi anni il passaggio delle richieste di as-
sistenza da professionali a informali, queste 
ultime a carico dei membri della famiglia. 

Questo aiuto, inteso come supporto socia-
le costante, copre tre dimensioni: informa-
le, strumentale ed emozionale. Il sostegno 
strumentale è correlato ai compiti. Fornire 
questo tipo di sostegno significa ad esempio 
occuparsi di trasportare in auto il paziente 
all’appuntamento con il medico, cucinare i 
pasti, pulire la casa. Il sostegno emoziona-
le è direttamente collegato alla capacità di 
affrontare la paura e ciò che non si conosce. 
Fornire questo tipo di sostegno aiuta il pa-
ziente a sentirsi stimato, desiderato e amato. 
Il sostegno informale riguarda la condivisione 
delle conoscenze su un dato problema o argo-
mento. Fornire questo tipo di sostegno aiuta 
il paziente ad avere accesso a e ad elaborare 
l’informazione ricevuta sulla sua malattia. 

Ma i familiari, che molto spesso si pon-
gono nei confronti del medico come unici 
interlocutori, conoscono il bisogno informa-
tivo dei loro cari ammalati?

Dalla mia esperienza con il paziente on-
cologico anziano, maturata presso il CRO 
Istituto Nazionale Tumori di Aviano (PN), 
emerge un giudizio negativo sui caregiver 
come interlocutori privilegiati del medico 
[6]. I nostri dati (studio condotto su 112 ca-
regiver, di cui il 41% costituito da coniugi e il 
45% da figli) dimostrano che anche quando 
i familiari sono in grado di riconoscere qual 
è il livello di conoscenza della diagnosi e dei 
trattamenti che i pazienti anziani in generale 
desiderano ricevere, non sono in realtà capaci 
di riconoscere i veri bisogni informativi del 
proprio caro. Questa difficoltà sembra sia 
dovuta sia all’atteggiamento protettivo verso 
proprio caro ammalato nei confronti di tutto 
quanto può essere per lui fonte di angoscia, 
sia alla tendenza del caregiver a sostituire i 
propri bisogni e le proprie paure a quelli del 
paziente stesso. Sottolineare con il medico 
che il paziente non deve sapere, che per il 
suo bene deve ignorarare la diagnosi, per-
mette ai familiari di sentirsi utili, di sentire 
di aver assolto il loro compito di protezione 
del malato anche da notizie che non può 



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A. Giacalone

capire («Non ha studiato», «Non sa nulla di 
medicina», per fare degli esempi); ma soprat-
tutto permette ai caregiver di proteggersi da 
un coinvolgimento emotivo più profondo 
nelle angosce del proprio paziente, nelle sue 
preoccupazioni e aspettative. 

La comunicazione caregiver-paziente è 
certamente difficile a causa delle importanti 
implicazione emotive che gli stretti legami di 
parentela comportano, e lo è tanto più quan-
to la malattia progredisce [11]. È importante 
aiutare i familiari che assolvono alla funzione 
di caregiver e di interlocutore preferenziale 
dei medici a rompere il silenzio che circonda 
la malattia cancro. 

Qual è allora il compito che il medico è 
chiamato ad assolvere?

Il cambiamento culturale che internet 
ha provocato sta lentamente portando a 
un cambiamento anche nella relazione 
medico-paziente-familiare: informazione e 
consenso obbligano i medici a considerare 
maggiormente i bisogni conoscitivi dei pro-
pri pazienti riguardo a diagnosi, prognosi e 
trattamenti proposti. Il medico oggi non può 
più permettersi di basarsi solo sulla sua espe-
rienza, sui suoi valori personali o sul suo stato 

emotivo quando deve decidere se, quanto e 
in che modo rivelare la diagnosi al paziente 
anziano. Addestrarsi a migliorare le proprie 
abilità comunicative deve essere uno tra gli 
obiettivi formativi principali dei medici per 
evitare di scivolare nella collusione con la 
famiglia e negare l’informazione al paziente, 
ma anche per porsi all’interno della relazione 
come facilitatori della comunicazione tra pa-
zienti e familiari. Infatti, un paziente anziano 
informato è un paziente più collaborante, più 
soddisfatto della relazione con il proprio me-
dico e certamente meno sospettoso.

Lo psicologo, nelle realtà che ne prevedono 
la figura in équipe, può essere una valida risorsa 
per tutte le figure coinvolte nella comunica-
zione (personale sanitario, paziente, familia-
ri) ma non deve diventare il delegato di una 
relazione vissuta come difficile, disturbante o 
ostacolante. Lo psicologo può aiutare i pazien-
ti anziani a esprimere ansie, dubbi, domande 
non formulate ai loro caregiver e ai medici, 
così come può aiutare i familiari a esplorare i 
bisogni informativi dei loro cari ammalati per 
poter offrire un sostegno ancor più sollecito 
e attento. Ma la relazione principale è e deve 
restare quella medico-paziente.

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