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Clinical Management Issues

127

cipali cause di morte, dopo la cardiopatia 
ischemica, con una prevalenza del 9,5% 
mentre le malattie cerebrovascolari si collo-
cano al settimo posto tra le principali cause 
di invalidità secondo il World Health Report 
1999 dell’OMS (Organizzazione Mondiale 
della Sanità). 

Negli Stati Uniti ogni anno si verificano 
700.000 nuovi casi di ictus [3]. 

Eugenio Roberto Cosentino 1, Elisa Rebecca Rinaldi 1, Claudio Borghi 1

IntroduzIone

L’ipertensione arteriosa rappresenta uno 
dei principali fattori di rischio per lo svi-
luppo di ictus, infarto miocardico e insuffi-
cienza renale [1]. Viceversa, la riduzione dei 
valori pressori risulta in grado di prevenire 
lo sviluppo di una considerevole percentuale 
di tali complicanze, soprattutto di quelle di 
natura cerebrovascolare, nei cui confronti 
l’ipertensione arteriosa rappresenta il fattore 
di rischio preponderante. I dati disponibili 
negli USA individuano nell’ictus la terza 
causa di morte in assoluto, responsabile di 
150.000 decessi ogni anno; essi suggeri-
scono inoltre che un adeguato trattamento 
preventivo può tradursi in una significativa 
riduzione degli eventi. Tale riduzione è sta-
ta stimata nell’ordine del 2% all’anno prima 
del 1972 e di circa il 6% all’anno nel periodo 
compreso tra il 1972 e il 1991, con una acce-
lerazione del decremento che ha riguardato 
in eguale misura tutte le categorie di età ed 
entrambi i sessi [2].  

Sulla base di stime generali, l’ictus cere-
brale si colloca al secondo posto tra le prin-

La gestione integrata 
del rischio cardiovascolare

Abstract
Cardiovascular disease (CVD) is a leading cause of mortality and is responsible for one-third of 
all global deaths. Regrettably, surveys of physician’s clinical practice patterns indicate that the 
recommendations made in the guidelines are sometimes not implemented and the predefined 
goals of therapy for patients with cardiovascular diseases are not achieved. CVD prevention 
and management can only be improved through an integrated approach that addresses overall 
cardiovascular risk and that involve general practitioners as well as specialists. 

Keywords: cardiovascular disease, cardiovascular risk, integrated management
Integrated management of cardiovascular risk
CMI 2008; 2(3): 127-134

1 U.O. di Medicina Interna 
(direttore Prof. C. Borghi). 
Dipartimento di Medicina 
Clinica e Biotecnologie 
Applicate “D. Campanacci”. 
Policlinico S. Orsola 
Malpighi, Bologna

	 Corresponding	author
	 Dott. Eugenio Roberto 

Cosentino
 U.O. di Medicina Interna 

(direttore Prof. C. Borghi). 
Dipartimento di Medicina 
Clinica e Biotecnologie 
Applicate “D. 
Campanacci”. Policlinico 
S. Orsola Malpighi

 Via Massarenti, 9 
40138 Bologna

 ambscomp@med.unibo.it

Gestione clinica

Incidenza dell’ictus [3]
Ogni anno negli USA si verificano circa 
700.000 ictus
Circa 500.000 sono primi eventi e 
200.000 sono recidive
Di tutti gli ictus, l ’88% è di origine 
ischemica, il 9% è secondario a emorra-
gie intracerebrali e il 3%  è secondario 
a emorragie subaracnoidee
L’aumento della vita media della po-
polazione dei Paesi industrializzati 
determina un aumento dell ’incidenza 
di ictus











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La gestione integrata del rischio cardiovascolare

La mortalità per malattie cerebrovascolari 
si è ridotta progressivamente dal 1965 fino al 
1998, con un decremento del 62% nei ma-
schi e del 58,8% nelle femmine, al quale ha 
fatto tuttavia seguito un arresto seguito da 
un lieve incremento dell’incidenza di eventi 
negli anni più recenti. I dati del World Health 
Report indicano che, nel 2004, sono morte 
per malattia cerebrovascolare 5,5 milioni di 
persone: questa patologia rappresenta quindi 
la seconda causa di morte nel mondo. Inoltre 
il 40% dei pazienti colpiti da ictus richiede 
una riabilitazione attiva e il costo per pazien-
te è stimato in 100.000 dollari [4].

Secondo stime pubblicate dal Ministero 
della Salute, complessivamente, nel nostro 
Paese, l’ictus è responsabile di 191.000 rico-
veri per acuti/anno (2% del totale, a cui corri-
spondono 2.000.000 giorni di degenza/anno, 
ossia il 82,9% del totale) con una spesa totale 
di 645.000.000 euro/anno, che i ricercatori 
hanno descritto come un enorme impegno 
in termini clinici ed economici. 
L’ipertensione arteriosa rappresenta inoltre 
un importante fattore di rischio coronarico 
nei cui confronti, tuttavia, gli elevati valori 

pressori esplicano un ruolo meno esclusivo 
rispetto a quello espresso nei confronti della 
vasculopatia cerebrale [2]. Tutto ciò dipen-
de strettamente dalla multifattorialità della 
malattia coronarica, che riserva un ruolo di 
co-fattore, peraltro primario, all’ipertensione 
arteriosa [5]. 

In aggiunta a quanto riportato, l’iperten-
sione arteriosa determina un incremento 
significativo dell’incidenza di scompenso 
cardiaco e di arteriopatia periferica. Un ulte-
riore e rilevante aspetto, emerso più recente-
mente, è quello rappresentato dalla relazione 
tra elevati valori pressori e compromissione 
della funzionalità renale. Infatti, in accordo 
con i dati proposti dall’United States Renal 
Data System (USRDS), la proporzione di pa-
zienti ipertesi che va incontro a insufficienza 
renale terminale risulta progressivamente 
crescente, in netta controtendenza rispetto 
al trend delle complicanze cardiovascolari 
maggiori [7,8]. 

L’aumento dell’incidenza e della preva-
lenza di insufficienza renale (IR) emerge 
anche dai dati relativi agli Stati Uniti dove 
i pazienti in dialisi e trapianto erano più di 
320.000 nel 1998 e si prevede possano rag-
giungere i 650.000 nel 2010. Dato il costo 
del trattamento dialitico, ciò comporterà un 
preoccupante aumento della spesa sanitaria 
(Figura 1) [8]. 

La situazione in Europa è allarmante. In-
fatti l’insufficienza renale lieve ha una pre-
valenza anche più elevata che negli USA, 
attestandosi al 42%, mentre i gradi moderati, 
severi e avanzati sono altrettanto frequenti in 
Europa e nella popolazione americana (Fi-
gura 2). I dati dell’EDTA (European Dialysis 
and Trasplant Association) riportano una cifra 
di oltre 13.000 nuovi pazienti in dialisi nel 
2002, di cui 4.000 nella fascia di età 61-74 
anni e una prevalenza di oltre 5.000 pazienti 
tra i 65 e i 75 anni. 

Se stimiamo la situazione in Italia (ove 
mancano rilevazioni dirette), nel nostro 
Paese  dovrebbero esserci circa 25 milioni 
di individui con insufficienza renale lieve o 
moderata e la prevalenza degli stadi precoci 
dell’IR è ancora più elevata. 

L’insufficienza renale cronica (IRC) si 
associa a un rischio elevato di danno car-
diovascolare, l’ipertensione arteriosa gioca 
un ruolo fondamentale nello sviluppo di 
complicanze renali. Il rapporto tra la pre-
senza di ipertensione e il danno renale è ben 
noto: i dati del MRFIT (The Multiple Risk 
Factor Intervention Trial) dimostrano che i 
pazienti con pressione arteriosa più eleva-

Figura 1
Stima del costo della 
dialisi nei prossimi dieci 
anni: circa 1,1 trilioni 
di dollari [8]

0

200

400

600

800

1.200

2001-20101991-20001981-1990

1.000

Co
st

o
de

lla
di

al
is

ip
er

de
ce

nn
io

(m
ili

ar
di

di
do

lla
ri)

Anno

Conseguenze dell’ictus [5,6]
Seconda causa di morte nel mondo (oltre 
5 milioni di morti/anno) 
Il 40% dei pazienti colpiti da ictus ri-
chiede una riabilitazione attiva
Il costo per paziente è stimato in 
100.000 dollari
I problemi cor relati comprendono: 
l ’handicap fisico, la depressione, la di-
sfunzione cognitiva











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E. R. Cosentino, E. R. Rinaldi, C. Borghi

ta hanno maggiori probabilità di finire in 
dialisi (Figura 3) [10]. A sua volta questo è 
gravato da una elevata mortalità, 10-30 vol-
te superiore nei pazienti in dialisi che nella 
popolazione generale. 

La sindrome metabolica (SM) è, per de-
finizione, una situazione clinica in cui sono 
presenti vari fattori di rischio. In effetti 
quando tali fattori sono associati, come ap-
punto in questo caso, il rischio aumenta con 
il crescere dei fattori presenti. Si crea quindi 
un circolo vizioso in cui la sindrome meta-
bolica può causare insufficienza renale che 
può a sua volta aggravare la SM.

L’aumento del numero di pazienti che 
necessitano di dialisi è dovuto a due pato-

logie: la nefropatia vascolare e la nefropatia 
diabetica. È stabile il numero delle restanti 
nefropatie. 

Tra la popolazione di pazienti a rischio 
cardiovascolare, una posizione di assoluto 
rilievo spetta certamente ai pazienti diabe-
tici che presentano, in media, un’incidenza 
di complicanze renali  largamente superiori 
a quelle che si osservano nella popolazione 
non diabetica. Il profilo di rischio risulta poi 
particolarmente complicato quando il dia-
bete si associa alla presenza di ipertensione 
arteriosa la quale, peraltro, rende più com-
plesso il quadro clinico in una percentuale 
di pazienti diabetici superiore al 60% (80% 
in presenza di proteinuria). 

0

10

20

30

40

50

Lieve
90-60 ml/min

Moderata Severa Avanzata

Dati europei
Dati USA

Pr
ev

al
en

za
(%

) 31%

42%

4,3% 4,9% 0,2%
(400.000) 0,1%

0,2%
(400.000) 0,1%

Figura 2
Prevalenza 
dell ’insufficienza renale 
nella popolazione 
generale [9]

0

1,0

2,0

3,0

4,0

In
ci

de
nz

a
m

al
at

tia
re

na
le

te
rm

in
al

e
(%

)

1,5

2,5

3,5

Ipertensione stadio II
Ipertensione stadio III
Ipertensione stadio IV

Ipertensione stadio I
PAB normale ma non ottimale
PAB normale elevata

PAB ottimale

0,5

0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 1817

Anni dallo screening

Figura 3
Incidenza di 
insufficienza renale 
terminale nel follow-up  
in rapporto ai valori 
pressori: studio MRFIT 
[10]
PAB = Pressione arteriosa 
basale



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130

La gestione integrata del rischio cardiovascolare

La malattia diabetica rappresenta una 
delle cause principali di insufficienza renale. 
La nefropatia diabetica non è l’unica forma 
di nefropatia che si riscontra in un paziente 
diabetico: in tali soggetti, infatti, sono fre-
quenti le nefropatie vascolari e non infre-
quenti altre glomerulopatie che richiedono 
spesso una valutazione bioptica. 

La malattia cardiovascolare è infatti la 
principale causa di morte nei soggetti affetti 
da IRC. La grande prevalenza e incidenza 
delle malattie cardiovascolari in corso di 
IRC è la conseguenza della presenza con-
centrata, in questi soggetti, di un elevato 
numero di fattori di rischio cardiovascolare 
sia tradizionali (età avanzata, ipertensione 
arteriosa, dislipidemia, iperglicemia, fumo 
di tabacco, sedentarietà e menopausa), che 
non tradizionali o propri della condizione 
di nefropatico come l’anemia cronica, l’ipe-
romocistinemia, la trombofilia e le anomalie 
del metabolismo fosfo-calcico. Inoltre, anche 
la semplice elevazione della creatinina sierica 
come tale contribuisce ad aumentare sia il 
rischio globale di morte che quello di svilup-
po di malattie cardiovascolari, suggerendo 
come l’identificazione precoce dei soggetti 
che presentano alterazioni della funzionalità 
renale rappresenti un aspetto essenziale della 
prevenzione cardiovascolare ad ampio spet-
tro. Tutto ciò determina il fatto che i pazienti 
che presentano tali alterazioni si collochino 
in un ambito di rischio cardiovascolare com-
preso tra il livello elevato e molto elevato, il  
che corrisponde strettamente alle evidenze 
epidemiologiche. 

PerCezIone deL rIsChIo 
CArdIovAsCoLAre

Il concetto di globalità del rischio car-
diovascolare (CV ) ha ricevuto nel corso di 
questi ultimi anni una grande attenzione 
derivante soprattutto da una maggiore per-
cezione del fatto che una sua valutazione 
mediante strumenti relativamente semplici 
possa tradursi in un enorme vantaggio pre-
ventivo attraverso l’identificazione probabi-
listica di quei pazienti che, nell’ambito della 
popolazione generale, presentano una mag-
giore probabilità di sviluppare complicanze 
cardiovascolari [11]. 

Secondo una definizione operativa, il 
rischio cardiovascolare globale che carat-
terizza ciascuno soggetto è «la probabilità 
complessiva che quel soggetto sviluppi un 
determinato evento CV in un dato inter-

vallo di tempo». Ad esempio, affermare 
che un soggetto ha un rischio del 20% a 10 
anni significa che quell’individuo, nei 10 
anni successivi alla data della valutazione 
del suo profilo di rischio, ha 20 probabilità 
su 100 di sviluppare una complicanza car-
diovascolare. In altre parole significa che, se 
noi consideriamo tutta la popolazione che è 
caratterizzata dal profilo di rischio analogo 
a quello identificato come sopra, possiamo 
essere ragionevolmente certi che 1/5 di tali 
soggetti svilupperà un evento cardiovascolare 
nell’intervallo di tempo previsto. 

Tale aspetto riveste, come ovvio, una ri-
levanza sostanziale e attribuisce al concetto 
di rischio CV la potenzialità di stratificare 
i soggetti nell’ambito della popolazione ge-
nerale, identificando ragionevolmente quelli 
che necessitano di strategie di prevenzione 
più aggressive e nei cui confronti è doveroso 
proporre un maggiore impegno delle risorse 
disponibili. 

Fra i fattori che condizionano la stima del 
rischio CV vanno annoverate le caratteri-
stiche	intrinseche	del	soggetto rappresen-
tate soprattutto da età, sesso e familiarità 
per malattie CV (e probabilmente profilo 
genetico), che condizionano significativa-
mente il profilo di rischio globale, ma nei cui 
confronti le possibilità di intervento sono, 
attualmente, pressoché nulle. Ciononostante 
per il medico di medicina generale la valuta-
zione di tali determinanti del rischio riveste 
un ruolo essenziale, in quanto esse agiscono 
come moltiplicatori del potenziale di rischio 
correlato ad altri fattori modificabili nei cui 
confronti l’aggressività del trattamento può 
risultare, quindi, significativamente diversa 
in concomitanza con il diverso livello cui si 
collocano i fattori intrinseci. In altre parole lo 
stesso livello di pressione o di colesterolemia 
plasmatica può tradursi in un diverso profilo 
di rischio globale a seconda che il paziente 
sia più o meno anziano, sia maschio o fem-
mina o presenti o meno una familiarità per 
le malattie cardiovascolari. 

Un secondo fattore di grande rilevanza 
nella stima del rischio è rappresentato dal-
l’intervallo	 di	 osservazione che si decide 
di adottare, il quale può variare significati-
vamente condizionando il significato della 
previsione clinica. 

Nonostante nella grande maggioranza 
dei casi il rischio CV venga stimato su un 
intervallo di 10 anni è tuttavia indispensa-
bile che tale aspetto venga opportunamen-
te specificato quando si definisce l’ambito 
di rischio, in quanto, a parità di condizioni 



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131

E. R. Cosentino, E. R. Rinaldi, C. Borghi

di rischio intrinseco, qualsiasi modifica in 
senso riduttivo o estensivo dell’intervallo di 
osservazione è ovviamente destinata a tra-
dursi in un incremento o in una riduzione 
della probabilità di un evento CV. In parti-
colare, se immaginiamo una relazione linea-
re tra tempo e rischio di eventi quale quella 
che spesso caratterizza le complicanze CV, 
possiamo osservare come la probabilità di un 
evento, e quindi il rischio CV del soggetto 
sia direttamente proporzionale alla durata 
del periodo di osservazione (ad esempio un 
rischio di infarto miocardico acuto, IMA, del 
5% a 5 anni e un rischio di ictus del 10% a 
10 anni sono esattamente identici e anche se 
una lettura indipendente dal tempo rischie-
rebbe di attribuire all’ictus un potenziale 
patologico più rilevante). 

Conseguentemente, l’intervallo di osser-
vazione per il medico di medicina generale 
deve sempre essere specificato nella tradu-
zione pratica dell’algoritmo di rischio, per 
ottenere una stima efficace dell’intervallo di 
tempo in cui è possibile applicare con suc-
cesso le strategie di prevenzione. 

Il terzo elemento essenziale per la defi-
nizione più accurata possibile del rischio 
CV è rappresentato dall’identificazione	
dei	determinanti	del	rischio impiegati per 
fornire una stima globale dello stesso, che 
possono essere significativamente diversi 
tra le diverse metodologie impiegate e con-
seguentemente condurre a interpretazioni 
non univoche del profilo di rischio anche 
nello stesso soggetto. 

Un esempio rilevante è certamente rappre-
sentato dalla carta del rischio SCORE [12] 
adottata dalla Società Europea di Cardiolo-
gia che non annovera tra i determinanti del 
rischio CV la presenza di diabete e propone 
pertanto una stima del rischio CV del sog-
getto che manca di un importante elemento 
il cui ruolo viene valutato, in sede di defini-
zione del rischio globale, incrementando la 
stima conservativa che emerge dal calcolo 
attraverso la moltiplicazione della stessa per 
un coefficiente fisso che rappresenta empiri-
camente l’eccesso di rischio conseguente alla 
presenza di malattia diabetica. 

Tutto ciò permette di comprendere chia-
ramente come la scelta dei determinanti 
del rischio da considerare rappresenti un 
momento essenziale in grado di collocare lo 
stesso paziente in una condizione di rischio 
teorico significativamente diversa. 

Per tutti questi motivi, la gestione del ri-
schio cardiovascolare e dei provvedimenti 
ad essa correlati da parte del medico di me-

dicina generale non può essere lasciata ad 
un’interpretazione arbitraria e soggettiva, 
ma deve necessariamente trarre spunto da 
una visione globale del paziente e delle sue 
caratteristiche e da una conoscenza e appli-
cazione obiettiva delle strategie di intervento 
applicabili quali emergono dai risultati de-
gli studi clinici controllati e della disciplina 
delle evidenze. La soluzione più efficace e 
immediata del problema è pertanto rap-
presentata dalla stesura di opportune linee 
guida che, a partire da una base di evidenze 
obiettive, siano in grado di sviluppare stra-
tegie di intervento terapeutico e preventivo 
nelle quali riconoscere quei criteri di ampia 
applicazione che contraddistinguono l’in-
tervento clinico efficace nei confronti di 
una fenomenologia come quella del rischio 
cardiovascolare caratterizzata da dimensioni 
epidemiche. 

Complessivamente, pertanto, l’identifi-
cazione del profilo di rischio di un soggetto 
ha grande rilevanza clinica per il medico 
di medicina generale, ma anche estrema 
importanza in termini economici e di ge-
stione razionale delle risorse disponibili 
per la prevenzione, in quanto permette di 
indirizzare una quota maggiore delle stesse 
per attuare una prevenzione efficace in quei 
soggetti che ne possono trarre un maggiore 
beneficio.

Le dIMensIonI deL ProbLeMA

Per un’integrazione sinergica tra profes-
sionisti coinvolti nella gestione del rischio 
CV, al medico	di	medicina	generale spetta 
il compito della prima diagnosi e della pri-
ma impostazione della terapia, oltre che la 
verifica dell’efficacia, tollerabilità e aderenza 
al trattamento (Tabella I). 

Il ruolo dello specialista invece prevede 
il supporto diagnostico alla prima diagnosi, 
il controllo dei fattori di rischio di diffici-
le sorveglianza e la gestione delle eventuali 
complicanze. 

Nella gestione dei fattori di rischio car-
diovascolare, il passaggio dalla semplice 
prescrizione al coinvolgimento del paziente 
nel problema costituisce una delle maggio-
ri peculiarità e novità del ruolo del medico 
generalista. 

John Murtagh, saggio medico australiano, 
fornisce alcune possibili risposte in merito a 
cosa possa essere utile, nella pratica, a stimo-
lare e mantenere l’attenzione del paziente sul 
problema dell’ipertensione [13]:



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132

La gestione integrata del rischio cardiovascolare

Ruolo del medico di 
medicina generale

Prima diagnosi e prima impostazione della terapia
Verifica dell’efficacia, tollerabilità 
e aderenza al trattamento
Specificità del ruolo: dalla semplice prescrizione al 
coinvolgimento






Ruolo dello specialista Supporto diagnostico alla prima diagnosi
Ipertensione secondaria/in gravidanza
Ipertensione di difficile controllo
Crisi ipertensiva






fare uso di tessere, diari o tabelle in cui 
riportare i valori misurati a domicilio e/o 
in ambulatorio;
distribuire opuscoli, dépliant, handout con 
materiale educativo;
elaborare schemi posologici chiari, sem-
plici e comprensibili, tenendo conto del 
“sovraffollamento terapeutico” dei sog-
getti anziani;
effettuare una programmazione adeguata 
dei controlli sia domiciliari sia ambula-
toriali.









tabella I
Ambiti di competenza 
della medicina 
territoriale e di quella 
ospedaliera/specialistica. 
Si tratta di una 
ipotesi di lavoro che, se 
rispettata, consentirebbe 
una gestione integrata 
senza confusione di ruoli

Da parte del medico di 
medicina generale

Cenni sulla storia clinica
Motivo della richiesta
Quesiti o dubbi diagnostici e/o terapeutici





Da parte dello specialista Risposte ai quesiti
Motivazioni alla base delle risposte
Prescrizione di ulteriori indagini
Proposta di successivi controlli






tabella II
Scheda di flusso 
informativo tra medico 
di medicina generale e 
specialista

La letteratura conferma l’importanza del-
l’intervento del medico nel rendere concreti 
e utili le indicazioni relative a un adegua-
to stile di vita. Lo studio DEW-IT (Diet, 
Exercise, and Weight Loss Intervention) ha 
evidenziato come soggetti sottoposti a stile 
di vita corretto (alimentazione, perdita di 
peso e attività fisica), dopo un anno di ad-
destramento, mostravano una significativa 
riduzione della pressione arteriosa, rispetto 
al basale (Figura 4 A e B), mentre il gruppo 
di controllo (Figura 4 C e D) non presenta-
va alcuna modificazione. Questa riduzione, 
misurata con il monitoraggio ambulatorio 
della pressione delle 24 ore, era significativa 
sia per la sistolica (Figura 4 A e C) che per 
la diastolica (Figura 4 B e D) [14]. 

Trasformare le indicazioni in merito al cor-
retto stile di vita in un reale cambiamento di 
abitudini da parte del paziente non è sempli-
ce. Ad esempio è facile dire ai soggetti iper-
tesi ad alto rischio CV di eseguire maggiore 

attività fisica: è però compito del medico di 
medicina generale contestualizzare questo 
messaggio traducendolo in un tragitto reale 
che consenta agli ipertesi ad alto rischio di 
camminare per 30-60 minuti al giorno. 

Un altro aspetto dell’attività del MMG 
riguarda la durata della visita. Alcune visi-
te si possono risolvere in pochi minuti nel 
caso della compilazione di una ricetta o per 
una prescrizione routinaria di esami clinici. 
A fronte di queste, altre possono richiede-
re invece 20-30 minuti. Altre variabili che 
condizionano la durata della visita sono 
l’eventuale presenza di nuove problematiche 
cliniche, che richiedono un tempo maggiore 
per essere esaminate, e la presenza di pazienti 
anziani, che presentano maggiori problemi 
aperti. Nel tempo di una visita il MMG deve 
ascoltare, prevenire, diagnosticare, prescrive-
re, decidere e consigliare. 

Frequente è inoltre la necessità da parte 
del MMG di richiedere un consulto a uno 
specialista. Vanno distinte due situazioni: 
quella del paziente inviato allo specialista 
per il problema ipertensione e quella del 
paziente inviato per una patologia conco-
mitante, nella quale l’ipertensione arteriosa 
si presenta come un problema trasversale. 
In ogni caso, il medico di medicina generale 
dovrebbe inviare una specie di check-list allo 
specialista; il documento dovrebbe riportare 
il dosaggio dei farmaci, le misurazioni della 
pressione arteriosa, l’aderenza alla terapia, le 
indagini diagnostiche e le eventuali notizie 
sullo stile di vita. Dall’altra parte lo spe-
cialista dovrebbe indicare se vi sono state 
discrepanze fra le misurazioni cliniche am-
bulatoriali ed extra ambulatoriali, se vi sono 
stati messaggi contraddittori sul significato 
dell’ipertensione arteriosa, provenienti da 
ambienti non professionali, se l’accesso al-
l’ambulatorio specialistico è stato agevole e 
il tempo disponibile per il paziente adeguato. 
Un buona comunicazione è alla base di una 
corretta e serena integrazione professionale 
(Tabella II). 

Una possibile, ma determinante, risoluzio-
ne verso una corretta integrazione tra ospe-
dale e territorio nella gestione del soggetto 
ad elevato rischio CV è quella di migliorare 
l’organizzazione dell’assistenza. La moderna 
organizzazione di lavoro deve prevedere una 
medicina di gruppo, di rete o in associazione, 
un ambulatorio adatto per le patologie più 
complicate, servizi di telemedicina e servizi 
di telecomunicazione avanzati.



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133

E. R. Cosentino, E. R. Rinaldi, C. Borghi

Accertamenti 
diagnostici di II livello

Procedure  
concordate di gestione:
flussi informativi adeguati
messaggi sempre univoci
definizione degli ambiti





Paziente  
condiviso

Scelta adeguata 
(motivo della 
condivisione)

Espletamento 
procedure burocratiche 

(esenzioni)

Coordinamento  
fra più specialisti

PuntI ChIAve deLL’InteGrAzIone osPedALe-terrItorIo:  
IL PAzIente CondIvIso

Figura 4
Risultati dello studio 
DEW-IT [14]

110

120

130

140

150

Pr
es

si
on

e
ar

te
rio

sa
si

st
ol

ic
a

(m
m

Hg
)

Ore
46 8 10 12 14 16 18 20 22 0 2

Gruppo stile di vita

60

70

80

90

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Gruppo stile di vita

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Clinical  Management  Issues   2008; 2(3)
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La gestione integrata del rischio cardiovascolare

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