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Clinical Management Issues

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Ivana Nannini 1

La relazione medico  
di base-paziente migrato

L’importanza di una comunicazione com-
plessivamente “efficace” tra medico e pazien-
te è un fatto che tutti considerano “evidente”. 
La capacità di relazionarsi in modo adeguato 
con il proprio assistito non include soltanto 
una comunicazione chiara, né unicamente 
l’ascolto delle esigenze specifiche espresse 
dal malato, né solo la raccolta anamnestica, 
essenziale per indirizzare il percorso dia-
gnostico e terapeutico, ma implica anche la 
consapevolezza del fatto che si tratta di una 
relazione, appunto, non esente da dinamiche 
di potere, da aspettative reciproche, e che 
coinvolge due soggettività, due soggetti, di 
cui uno è portatore di una domanda di cura 
non sempre così chiaramente espressa. 

Questa relazione è cruciale per garantire 
quella che viene definita la compliance del 
paziente. La problematicità della relazione 
con il paziente diviene tanto più marcata nel 
momento in cui il medico si trova di fronte 
a cittadini provenienti da paesi extracomu-
nitari, migrati, rifugiati, ecc, soggetti sempre 

più presenti nelle grandi città così come nei 
piccoli centri. 

La presenza dei migrati fa emergere nu-
merose problematiche, non soltanto dal pun-
to di vista sociale, ma anche in una prospet-
tiva assistenziale, in ambito socio-sanitario; 
certamente, infatti, essi sono portatori di un 
disagio reale e psicologico, che non è ricon-
ducibile solamente alla “nostalgia”. 

Alcuni dei problemi che il medico in-
contra nella risposta al paziente migrato (o 
rifugiato, ecc) possono derivare dalla diffi-
coltà complessiva di comunicazione con il 
paziente, intendendo con questo non soltan-
to quelle dovute alla scarsa conoscenza della 
nostra lingua (che sovente questi pazienti, al 
contrario, padroneggiano piuttosto bene), 
ma anche quelle scaturite dai differenti co-
dici espressivi e dalle diverse concezioni di 
salute e malattia. 

Può inoltre accadere che il medico si  “av-
vicini troppo” al paziente o che lo assecondi 
totalmente, cercando di soddisfare alla let-

Editoriale

1 Psichiatra, ASL3, Torino

	 Corresponding	author
 Dott.ssa Ivana Nannini
 nannini.to@libero.it

Alcuni fattori che influenzano la salute dei pazienti immigrati
Problema della lingua 
Diverse abitudini alimentari
Assenza di supporto familiare allargato, separazione dai figli, frammentazione 

  del nucleo famigliare
Clima diverso 
Degrado abitativo
Difficoltà dell ’accesso ai servizi sanitari, specie nei centri non metropolitani 
Mancanza di lavoro e di reddito o sottoccupazione in lavori rischiosi e non tutelati
Grande investimento emotivo nel progetto migratorio che si scontra con le difficoltà reali 
Aspettative economiche dei famigliari rimasti nel paese d ’origine
Assimilazione massiva della cultura ospitante o atteggiamento troppo difensivo

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Editoriale

tera tutte le esigenze espresse, o immagina-
te, del paziente, senza riuscire a conservare 
quella giusta distanza che consente una cor-
retta relazione di cura. Così facendo, potreb-
be anche accadere di trascurare alcune pa-
tologie, poco comuni in Italia, ma frequenti 
nei paesi di origine.

La complessità della relazione con que-
sto paziente “altro”, diverso, può condurre, 
come risultato, a una scarsa compliance del 
malato ai trattamenti: infatti talvolta i sog-
getti migrati “rispondono” non recandosi agli 
appuntamenti successivi alla prima visita o 
non eseguendo alcuni esami prescritti, in 
modo apparentemente incomprensibile per 
il medico italiano, il quale si trova spesso 
impreparato, o perplesso, con il dubbio di 
non avere gestito questi malati nel modo 
più adeguato.

La descrizione di un caso esemplificativo 
può essere utile per chiarire questa com-
plessità.

La ConsuLtazIonE dI una 
sIgnora MaroCChIna prEsso 
IL proprIo MEdICo dI basE 

La signora A.F., 38 anni, di origine ma-
rocchina, si reca presso il proprio medico di 
base (presso cui risulta regolarmente iscritta) 
a causa di gastropatie, coliche, dolori addo-
minali e occasionale vomito mattutino, tutti 
sintomi di cui soffre da qualche tempo. Si 
prepara per questa visita fin dal mattino e 
si veste in modo tradizionale, cosa che di 
solito non fa quando svolge il suo lavoro di 
badante. 

Appena entrata in studio, la donna dice 
subito al medico di avere pochissimo tempo, 
perché deve tornare subito al lavoro.

Riferisce al medico, in un discreto italiano 
parlato velocissimo, tutti i sintomi gastroin-
testinali (vomito, coliche, ecc) e anche di 
aver dormito molto poco ultimamente, con 
un sonno disturbato da incubi, e di sentir-
si molto stressata e stanca. Il medico asse-
conda la fretta della malata, concludendo 
rapidamente la visita e prescrivendo analisi 
di routine, gastroscopia e un blando ipnoin-
duttore in gocce. Invita quindi la paziente a 
ripresentarsi la settimana successiva.

Dopo due mesi A.F. ritorna presso lo 
studio del suo medico di base, accompa-
gnata però da una volontaria, membro di 
un gruppo di sostegno per donne migranti: 
consegnano gli esiti degli esami prescritti a 
suo tempo dal medico. 

Gli esami stupiscono sfavorevolmente il 
medico, che domanda alla paziente come 
mai abbia atteso tanti giorni a ripresentarsi. 
La volontaria riferisce che A.F. vive in con-
dizioni terribili e che lavora moltissime ore 
al giorno senza sosta e alla sera è distrutta; 
quando l’hanno incontrata, non solo le con-
dizioni fisiche della paziente erano scadenti, 
ma la donna viveva in un’abitazione in de-
grado, quasi in uno stato di abbandono, e 
la sua alimentazione era quasi interamente 
composta da cibi in scatola. 

Dagli esami emerge infatti che la donna 
è affetta da anemia e da una gastrite grave. 
Inoltre, sempre dal racconto della volontaria, 
il medico apprende la difficile situazione fa-
migliare in cui si trova A.F.: i figli vivono in 
Marocco e il marito vuole divorziare.

La donna, con scolarità media, lavora 
come badante in una grande città del nord 
in cui risiede ormai da diversi anni con re-
golare permesso di soggiorno. La sua at-
tività consiste nell’assistenza a un malato 
terminale anziano, lavoro molto faticoso 
sia dal punto di vista fisico che emotivo e 
che spesso finisce per prolungarsi ben oltre 
l’orario concordato inizialmente. La signo-
ra si trova inoltre in una difficile situazione 
economica, poiché invia regolarmente dena-
ro ai figli, ma deve anche sostenere pesanti 
condizioni locative.

A.F. è pertanto provata dal punto di vista 
psicologico, così come da quello economi-
co, e si è progressivamente isolata: all’ansia 
derivante dal trovarsi in una situazione di 
lavoro faticosa e al contempo precaria, si 
assomma la difficoltà reale in cui vive, in un 
paese straniero, lontana dai propri famigliari 
e in una cultura così differente dalla propria, 
dovendo comunque garantire un aiuto eco-
nomico ai figli. 

Il medico, rendendosi conto, grazie ai rac-
conti della volontaria, dei problemi psicolo-
gici e della necessità di sostegno di A.F., la 
indirizza a un servizio territoriale, dove una 
psicologa l’ascolterà per aiutarla. La donna 
non troverà però gratificante il rapporto con 
la psicoterapeuta che, a suo dire, “non la ca-
pisce”, così preferirà orientarsi verso un’altra 
associazione che le è stata segnalata dalla pri-
ma, in cui può incontrare anche altre donne 
del suo stesso paese, sede in cui stabilisce del-
le relazioni positive e progressivamente mi-
gliora (riesce a dormire e ad avere cura della 
casa). La prima associazione l’aiuta inoltre 
a risolvere i problemi burocratici legati alla 
sua situazione (il rinnovo del permesso di 
soggiorno, la ricerca di un nuovo lavoro in 



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I. Nannini

seguito al decesso del primo anziano da lei 
assistito, la stipulazione di un contratto di 
lavoro regolare, ecc.) e l’accompagna anche 
dal medico di base per proseguire la cura 
della gastrite e dell’anemia.

ossErvazIonI 

Il caso descritto consente di evidenziare 
i molteplici problemi che si possono cela-
re dietro alla richiesta di visita medica da 
parte un immigrato, e in particolare di una 
donna migrata.

La visita medica si rivela cruciale, sia come 
momento di segnalazione di un malessere 
(che, benché fisico, è in realtà dovuto a mol-
teplici motivazioni), sia come inserimento 
del soggetto dentro a una “rete di senso” che 
riconferisce valore alla sua persona, alla sua 
identità, anche come donna, pur se come 
portatrice di sofferenza, cioè “al negativo”. 

Pertanto, il fatto che il primo consulto si sia 
concluso in modo così veloce, con una quasi 
automatica richiesta di esami da parte del me-
dico di base, è indicativo della difficoltà che 
i medici incontrano ad affrontare situazioni 
di questo tipo in modo non medicalizzante. 
Sarebbe certamente stato più utile invitare la 
donna a dedicare a se stessa più tempo, alme-
no quello di una visita medica. Il desiderio di 
assecondarla, nella sua fretta, ha impedito al 
professionista di conoscere la situazione com-
plessiva della paziente che avrebbe rivelato, 
forse, quali fossero le sue reali condizioni di 
vita, consentendo al medico di valutare in 
modo più opportuno le fonti di ansia e di de-
pressione che potevano aver innescato anche 
le manifestazioni fisiche di malattia. Molti 
immigrati, infatti, si trovano in situazioni di 
abbandono, di isolamento, di lavoro precario, 
ma anche in condizioni di sfruttamento o di 
forte soggezione, che possono essere indagate 
dal medico se egli si pone in una condizione 
di “giusta distanza” dal paziente. 

In pratica è utile dedicare più tempo e 
attenzione al racconto del malato, non solo 
per raccogliere le informazioni anamnestiche 
in modo “scientifico”, ma anche per racco-
gliere elementi sulla condizione complessiva 
(famiglia, ambiente lavorativo e sociale, ecc) 
oltre che sul vissuto dell’individuo in merito 
al proprio progetto migratorio.

Da non sottovalutare, inoltre, altri aspet-
ti: accade spesso che il malato stesso non 
conosca i propri diritti nei confronti delle 

prestazioni erogate dal Sistema Sanitario 
Nazionale e che quindi abbia difficoltà a 
eseguire gli esami prescritti dal medico o 
ad acquistare i farmaci poiché non sa se 
deve pagarli o meno. Il medico, pertanto, 
potrebbe essere un punto di riferimento 
anche per fornire un supporto in tal senso. 
Peraltro alcuni pazienti hanno resistenza 
verso certi esami, per fattori da indagare 
volta per volta, correlati a elementi cultu-
rali o di genere.

Il caso descritto evidenzia un altro ele-
mento importante: per molti di questi pa-
zienti si rivela cruciale l’aiuto offerto dalle 
associazioni. È quindi essenziale sottolineare 
l’importanza di un lavoro comune, di una 
rete integrata tra associazioni di volonta-
riato, mediatori culturali, servizi sociali e 
medici di base.

Dal canto loro i medici di famiglia, come 
emerge da numerosi interventi sull’argo-
mento e dall’attenzione che vi è dedicata 
anche all’interno di congressi, desiderano 
una maggiore informazione e formazione 
che consenta loro di far fronte alle proble-
matiche legate ai pazienti immigrati. 

Inoltre sarebbe utile dotare i medici di 
una serie di informazioni sulle associazioni 
e sulle strutture esistenti sul territorio (ad 
esempio tramite la distribuzione di opportu-
ni opuscoli informativi, da fornire ai migrati 
stessi al momento della visita). 

Certamente la rete dei servizi in risposta 
ai soggetti migrati, rifugiati, richiedenti asilo, 
minori migrati soli, ecc, comprendenti i cen-
tri d’accoglienza e informazione (non quelli 
di accoglienza temporanea!), di ascolto e di 
orientamento, è in gran parte ancora da co-
struire e si presenta frammentata, anche se 
molto si sta facendo. 

Nella prospettiva transculturale, che è 
quella che ci troviamo a vivere quotidiana-
mente, è perciò auspicabile che il medico di 
base, punto di riferimento eletto, scelto dal 
paziente, divenga sempre più capace di co-
gliere nel proprio assistito migrato quei segni 
di difficoltà, oggetto della domanda d’aiuto e 
di cura, ascoltandolo in modo adeguato, alla 
dovuta distanza.

Il ruolo del medico di base, nella piena 
consapevolezza della complessità dei pro-
blemi della migrazione, è innegabilmente 
cruciale e va dunque anche ben oltre una 
funzione squisitamente “scientifica”, poiché 
la medicalizzazione dei bisogni non è la mi-
gliore risposta alla domanda di cura.


