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Clinical Management Issues

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Oscar Alabiso 1

L’etica dell’appropriatezza,  
in oncologia e in medicina

L’avvento dei cosiddetti “farmaci biologici” 
ha ingenerato in molti oncologi l’idea che 
stia per cominciare una nuova era.

Questi farmaci, pochi per ora, ma desti-
nati ad aumentare in breve, hanno mutato 
positivamente in alcune neoplasie solide la 
sopravvivenza dei pazienti, con tossicità mi-
nore rispetto a quella dei comuni antineopla-
stici. Sta avvenendo adesso, nel campo delle 
neoplasie solide, ciò che era già avvenuto in 
campo ematologico.

Questi farmaci però costano e noi tut-
ti siamo ormai consapevoli di vivere in un 
mondo di risorse “non infinite”. L’avvento 
dei farmaci biologici ha acuito questa con-
sapevolezza, ponendo gli oncologi nel mezzo 
di un dilemma etico alimentato dall’impatto 
psicologico della malattia oncologica, ampli-
ficato dai media e da internet.

La tutela della salute è un diritto fonda-
mentale della persona ed è interesse della 
collettività, garantita dalla Costituzione.

Oggi però non si può pensare di tradurre 
tale diritto nella pratica clinica e organiz-
zativa consentendo l’accessibilità totale e 
incondizionata di tutti i cittadini a tutte le 
possibili cure e a qualsiasi livello di cura. La 
conseguenza sarebbe di fatto l’impossibilità 
di fornire cure efficaci a tutti; forse persino 
l’impossibilità di fornire cure.

Da qui la necessità dell’appropriatezza, 
prescrittiva e organizzativa.

L’appropriatezza consiste nell’erogazione 
di un intervento (terapeutico, diagnostico, 
riabilitativo, preventivo) solo se esso se è 
realmente efficace e fornito a persona che 
davvero ne possa trarre vantaggio, secondo 
la modalità assistenziale più congrua. Ero-

gare un intervento sanitario (prescrivere un 
farmaco) in modo appropriato significa in-
terpretare correttamente il quadro clinico, 
applicando correttamente le indicazioni per 
le quali detto intervento (o detto farmaco) si 
siano dimostrati efficaci, nel momento giusto 
e secondo un regime organizzativo idoneo. 

L’appropriatezza è sia clinica sia orga-
nizzativa. Nel primo caso si tratta di utiliz-
zare un intervento efficace in pazienti che, 
in rapporto al quadro clinico, realmente ne 
possano trarre beneficio. L’appropriatezza 
organizzativa attiene al contesto organizza-
tivo, che deve essere adeguato e congruente 
con le caratteristiche di complessità dell’in-
tervento erogato e con il quadro clinico del 
paziente.

Si tratta di un processo che vede (deve 
vedere) il medico protagonista. Non può il 
medico delegare questa responsabilità ad 
altri, in misura più o meno rilevante, sia per 
l’aspetto più prettamente organizzativo sia 
per l’aspetto eminentemente clinico.

è un richiamo non improprio. Infatti, pur 
non sottovalutando l’importanza dell’espe-
rienza, il medico è eticamente chiamato a 
compiere le proprie scelte, condivise con il 
paziente, sulla base dell’evidenza scientifi-
ca: è accaduto talvolta che questo principio 
basilare sia stato ignorato, ma gli operatori 
devono comprendere che oggi ciò è non più 
lecito. La responsabilità etica e morale di 
una equa possibilità di accesso dei cittadini 
alle cure più adatte nel momento più adat-
to e al livello più adatto poggia soprattutto 
sui medici. 

In campo oncologico, quanto sopra ri-
portato, in rapporto all’impatto psicologico 

Editoriale

1 Direttore della Cattedra 
di Oncologia Medica 
dell’Università degli Studi 
del Piemonte Orientale 
“Amedeo Avogadro”. 
Direttore del Dipartimento 
Oncologico dell’Azienda 
Ospedaliera “Maggiore 
della Carità”, Novara

	 Corresponding	author
 Prof. Oscar Alabiso
 oscar.alabiso@libero.it



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Editoriale

e sociale della malattia, rende la questione 
cogente.

Vale la pena ricordare che nella pratica 
clinica dell’oncologo non è purtroppo in-
frequente che la scelta terapeutica possa 
esitare nella decisione di non procedere a 
cure specifiche.

Diventa essenziale allora non cedere (per 
tacitare la coscienza o le richieste di quanti 
siano erroneamente condotti alla falsa con-
cezione che una soluzione esista sempre) 
all’idea di effettuare terapie da cui razional-
mente non ci si aspetta nulla, se non disagi 
e forse sofferenze.

Ma la persona non deve essere abbando-
nata. Si deve trovare il modo di comunicare 

con lui, consapevoli che curare non significa 
“dispensare medicine”.

Questi sono forse i momenti più alti della 
professione medica, quelli in cui la tensione 
etica si fa più forte e acuta.

Ancora: la questione dei farmaci off-label. 
Questo problema non riguarda solo l’onco-
logia, certo, ma in quest’ambito è facile che 
i farmaci trovino rapidamente un amplia-
mento delle proprie indicazioni, non corro-
borato dai dati “ufficiali”, ma sostenuto dalle 
evidenze scientifiche. 

Anche in questo caso si deve scegliere se-
condo etica e non esitare, se il quadro clinico 
lo consente, a procedere secondo scienza e 
coscienza, che è poi da sempre l’imperativo 
del medico.


