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Clinical Management Issues

patologia ipertensiva, tra i quali sovrappeso, 
abbondante uso di sale nella dieta, scarsa at-
tività fisica, inadeguata introduzione di frut-
ta, verdura e potassio nel regime alimentare, 
eccessivo uso di alcolici [1,2].

Al fine di prevenire l’innalzamento dei 
livelli pressori, è importante introdurre del-
le misure di prevenzione primaria per ridur-
re o minimizzare questi fattori di rischio 
nella popolazione, in particolare negli indi-
vidui con pre-ipertensione. Un approccio di 
natura preventiva deve inoltre tenere in de-
bita considerazione l’influenza dei fattori 
psicologici che possono intervenire nell’e-
ziologia della sindrome ipertensiva o che 
possono interferire con un’ottimale gestione 
clinica dell’IA. Il ruolo degli aspetti psico-
logici e di personalità, come l’ansia, la de-
pressione, la personalità di tipo A o D e 

INTRODUZIONE

L’ipertensione arteriosa (IA) è considerata 
secondo l’Organizzazione Mondiale della 
Sanità (OMS) il principale fattore di rischio 
per l’insorgenza di malattie cardiovascolari, 
in quanto presente in circa il 25% della po-
polazione adulta. Si stima che circa 12 mi-
lioni di italiani siano affetti da IA, dei quali 
solo il 30-35% è a conoscenza della condi-
zione clinica e segue una terapia (farmaco-
logica o non) in modo corretto. L’IA è la più 
frequente causa di mortalità e morbilità nei 
Paesi occidentali, risultando più comune dei 
tumori e delle malattie polmonari.

La prevenzione e la gestione dell’IA, per-
tanto, rappresentano una delle maggiori sfide 
della sanità pubblica. Sono stati individuati 
molti fattori di rischio per l’insorgenza della 

Corresponding author
Dott. Franco Rabbia
franco.rabbia@libero.it

Gestione clinica

Abstract
The hypertensive patient is the most stable phenotype in psychosomatic medicine. Hypertensive 
patients represent a vulnerable population that deserves special attention from health care 
providers and systems, and psychosomatic medicine may be an important tool in the management 
of high blood pressure. Depression, anxiety disorders and personality features are often associated 
with elevated blood pressure (BP) and they may have a role in the development of mild high-
renin essential hypertension. Besides, “white coat” hypertension and “masked ” hypertension 
demonstrate how clinic blood pressure could be strongly related to trait anxiety. Hypertension is 
largely asymptomatic, and patients often have little understanding of the importance of achieving 
BP control. Medication adverse effects may become an important factor in poor adherence to the 
treatment and the antidepressant use increases the risk of hypertension. So, the challenge in the 
management of hypertensive patients is the adherence to non-pharmacological and behavioural 
treatments for hypertension.

Keywords: Psychological aspects; Essential hypertension; White coat hypertension; Stress; 
Allostasis
Psychological aspects in the management of patients with essential hypertension
CMI 2012; 6(1): 27-35

1 Dipartimento di Medicina 
e Oncologia Sperimentale, 
Centro Ipertensione, 
Università di Torino, 
Ospedale “San Giovanni 
Battista”, Torino

Maria Luisa Genesia 1, Franco Rabbia 1, Elisa Testa 1, Silvia Totaro 1,  
Elena Berra 1, Michele Covella 1, Chiara Fulcheri 1, Giulia Bruno 1, Franco Veglio 1

Aspetti psicologici nella 
gestione dei pazienti affetti da 

ipertensione arteriosa essenziale



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Clinical  Management  Issues   2012; 6(1)

Aspetti psicologici nella gestione dei pazienti affetti da ipertensione arteriosa essenziale

l’alessitimia è ampiamente supportato dalla 
letteratura e da studi epidemiologici e il co-
strutto di “personalità ipertensiva” è uno dei 
più stabili nella Medicina Psicosomatica [3] 
(Tabella I).

ASPETTI PSICOLOGICI 
E PSICOPATOLOGICI 
DELL’IPERTENSIONE ARTERIOSA

Gli aspetti psicopatologici della depressio-
ne e dell’ansia sono quelli che caratterizzano 
la popolazione di pazienti ipertesi, secondo 
quanto riportato in letteratura [5,6]. Men-
tre la depressione pare essere maggiormen-
te rappresentativa dei soggetti con scarsa 
aderenza alle terapie, di tipo farmacologico 

 

Raccomandazioni per la gestione 
dell’ipertensione arteriosa 

Intervento psicologico

Valutazione diagnostica
 y Misurazione della pressione 

arteriosa
 y Anamnesi familiare e clinica
 y Esame obiettivo
 y Analisi genetica
 y Valutazione del danno d’organo

 y Cuore
 y Vasi arteriosi
 y Rene
 y Fundus oculi
 y Encefalo

Assessment psicologico di 
screening
 y Colloquio psicologico
 y Somministrazione di scale 

e/o questionari psicologici e 
psicopatologici

 y Valutazione della qualità della vita e 
dello stato di salute percepito

 y Batteria neuropsicologica per la 
valutazione del danno encefalico 
(screening)

Strategie terapeutiche 
 y Modifiche dello stile di vita

 y Abolizione del fumo
 y Moderato consumo di bevande 
alcoliche

 y Riduzione dell’apporto di sodio con 
la dieta

 y Altri interventi dietetici
 y Calo ponderale
 y Esercizio fisico

 y Trattamento farmacologico

Strategie terapeutiche
 y Interventi di tipo psico-educazionale 

per migliorare l’aderenza ai 
trattamenti farmacologici e non

 y Interventi di supporto psicologico 
e/o psicoterapeutico in pazienti con 
problematiche di natura psicologica 
che interferiscono con l’efficacia del 
trattamento

Interventi terapeutici in specifiche 
condizioni cliniche
 y Paziente anziano
 y Diabete mellito
 y Patologie cerebrovascolari
 y Malattia coronarica e scompenso 

cardiaco
 y Fibrillazione atriale
 y Nefropatia non diabetica
 y Ipertensione nella donna
 y Sindrome metabolica
 y Ipertensione resistente al 

trattamento

Interventi terapeutici in specifiche 
condizioni cliniche
 y Assessment psicodiagnostico di 

approfondimento
 y Batteria neuropsicologica estesa per 

la valutazione del danno encefalico
 y Interventi di supporto psicologico e/o 

psicoterapeutico
 y Intervento riabilitativo (cognitivo e/o 

comportamentale)

Follow up Follow up

Tabella I. 
Raccomandazioni 
cliniche e psicologiche per 
la gestione del paziente 
affetto da ipertensione 
arteriosa [4]

e non [7], l’ansia nei vari studi sembra es-
sere maggiormente correlata al concetto di 
stress [8-10] e sembra costituire un elemento 
predittore dell’insorgenza di ipertensione ar-
teriosa. Nel 1997 Alexopoulos [11] propose 
che la patologia cerebrovascolare, soprattutto 
quella cronica, legata ad alterazioni dei pic-
coli vasi cerebrali, potesse predisporre, pre-
cipitare o perpetuare una specifica forma di 
depressione a insorgenza nella terza e quarta 
età e ipotizzò che il meccanismo patogene-
tico principale consistesse nel suo impatto 
sui circuiti fronto-sottocorticali. L’ipotesi di 
una “depressione vascolare” come sottotipo 
nosologico autonomo, a 10 anni di distanza 
dalla sua formulazione, appare supportata da 
diverse linee guida di evidenza e ha trovato 
conferma in recenti revisioni sistematiche 
in termini di validità interna, descrittiva, di 
costrutto e predittiva [12].

Per quanto riguarda la componente ansio-
sa della popolazione, si può far riferimento al 
concetto di “carico allostatico” introdotto da 
McEwen [13], che indaga l’effetto a lungo 
termine della fisiologica risposta allo stress. 
Attraverso l’allostasi (capacità di raggiungere 
o conservare stabilità attraverso dei cambia-
menti), il sistema nervoso autonomo, l’asse 
ipotalamo-ipofisi-surrene, il sistema cardio-
vascolare, metabolico e il sistema immuni-
tario proteggono il corpo rispondendo agli 
stress interni ed esterni. Sia gli stress acuti sia 
gli stress cronici, cioè l’accumulo di carichi 
quotidiani di minore intensità, possono avere 
conseguenze a lungo termine. Soprattutto 
due fattori determinano la risposta indivi-
duale a situazioni potenzialmente stressanti: 
il modo di percepire una situazione e lo stato 
generale di salute, determinato non solo da 
fattori genetici ma anche dalle scelte com-
portamentali e dallo stile di vita.

La risposta fisica a una variazione, una si-
tuazione di pericolo fisico o psicologico, è bi-
fasica: inizia con una risposta allostatica che 
introduce i cambiamenti adattativi e termina 
eliminando questa risposta quando il peri-
colo è cessato. La risposta più comune coin-
volge il sistema nervoso simpatico e l’asse 
ipotalamo-ipofisi-surrene, con l’attivazione 
del rilascio delle catecolamine, la secrezione 
di corticotropina dall’ipofisi e il successivo 
rilascio di cortisolo. L’inattivazione succes-
siva del sistema riporta il tutto ai livelli ba-
sali. A volte però l’inattivazione può essere 
inefficiente, per cui c’è una sovraesposizione 
agli ormoni dello stress che si mantiene nel 
tempo per cui si determina un carico allo-
statico con conseguenze fisiopatologiche. 



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Clinical  Management  Issues   2012; 6(1)

M. L. Genesia, F. Rabbia, E. Testa, S. Totaro, E. Berra, M. Covella, et al

Diverse situazioni si accompagnano al carico 
allostatico, ma la più frequente è costituita 
dagli stress frequenti: ripetuti aumenti dei 
valori pressori accelerano il processo atero-
sclerotico aumentando il rischio cardiova-
scolare. I sistemi allostatici più studiati sono 
quelli del sistema cardiovascolare con le sue 
connessioni con il sovrappeso e l’ipertensio-
ne [14]. Anche il sistema nervoso centrale, 
soprattutto le strutture dell’ippocampo, che 
hanno un’alta concentrazione di recettori 
per il cortisolo, risulta danneggiato dallo 
stress, sia per l’aumento della secrezione di 
cortisolo nello stress acuto, con soppressio-
ne dei meccanismi che nell’ippocampo e nel 
lobo temporale regolano la memoria a breve 
termine, sia per l’atrofia dei neuroni pirami-
dali a causa di un meccanismo coinvolgente 
i glucocorticoidi e i neurotrasmettitori ec-
citatori rilasciati durante e dopo lo stress; 
questa atrofia è reversibile se lo stress è di 
breve durata, ma stress prolungati nel tempo 
possono uccidere le cellule dell’ippocampo 
[15]. La RMN ha dimostrato che situazioni 
stressanti, quali ad esempio episodi depres-
sivi ricorrenti e patologie post-traumatiche, 
possono essere associate ad atrofia dell’ip-
pocampo [16].

Occorre tuttavia sottolineare che, nei vari 
studi relativi all’associazione tra pressione 
arteriosa e aspetti psicopatologici, i risultati 
ottenuti non sempre sono concordanti, in 
particolare per quanto concerne i disturbi 
dell’umore e quelli depressivi. La maggior 
parte della letteratura evidenzia una cor-
relazione tra ipertensione e disturbi dell’u-
more, depressione e ansia e, in particolare, si 
rilevano elevate percentuali di pazienti che 
manifestano aspetti di natura ansiosa [17,18] 
e frequentemente tali aspetti sono maggior-
mente associati a uno scarso controllo della 
pressione arteriosa [19]. Un esiguo nume-
ro di studi, tuttavia, ha rilevato l’assenza di 
correlazione significativa tra i livelli di valori 
pressori e disturbi dell’umore e d’ansia nei 
soggetti ipertesi [20].

Uno studio recente ha confrontato i valori 
di pressione arteriosa in soggetti con distur-
bi d’ansia e di depressione con un gruppo di 
soggetti di controllo. Licht e collaboratori 
[21] hanno rilevato una più alta pressione 
arteriosa diastolica in soggetti con disturbi 
d’ansia, sebbene il grado di ansia non rag-
giungesse un livello tale da essere considera-
to un fattore di rischio per l’insorgenza della 
IA. I soggetti, invece, con tono dell’umore 
depresso (in corso o in fase di remissione) 
manifestavano una più bassa pressione ar-

teriosa diastolica e sviluppavano con mino-
re probabilità una pressione sistolica isolata 
rispetto ai soggetti di controllo. In partico-
lare, gli Autori hanno osservato che l’uso di 
antidepressivi triciclici era maggiormente 
associato a valori medi pressori più elevati e 
con maggiore probabilità i soggetti in tratta-
mento con tali farmaci avevano un grado di 
IA in stadio 1 o 2. I pazienti in terapia con 
farmaci antidepressivi di tipo noradrener-
gico o serotoninergico, invece, avevano una 
maggiore probabilità di sviluppare una IA di 
grado 1. Pertanto, gli aspetti depressivi, se-
condo quanto rilevato dagli Autori, sembre-
rebbero associati a valori pressori più bassi, 
mentre l’uso di alcuni farmaci antidepressivi 
sembrerebbe associato ad aumentati livelli 
di pressione sanguigna sistolica e diastolica. 

Un altro aspetto da considerare e che può 
essere presente nella popolazione di pazienti 
ipertesi è il cosiddetto fenomeno “etichetta-
mento”: in altre parole, il fatto di conoscere 
la diagnosi di IA influenza la prevalenza di 
sintomi riportati, di assenteismo sul lavoro 
e di benessere generale. Dopo avere ricevuto 
la diagnosi, quindi, il paziente può sviluppare 
una sorta di “sindrome funzionale somati-
ca” caratterizzata dalla forte convinzione di 
avere una grave malattia, dall’aspettativa che 
la propria condizione possa probabilmente 
peggiorare, per cui si configura una condizio-
ne catastrofica e disabilitante, che influenza 
in modo negativo la qualità della vita legata 
alla salute del paziente [22,23].

CARATTERISTICHE DI 
PERSONALITÀ DEL PAZIENTE 
IPERTESO

Sin dagli esordi della medicina psicoso-
matica, è stata studiata l’associazione tra 
ipertensione arteriosa e aspetti emozionali.

Alexander fu uno dei primi a definire l’IA 
come uno dei disturbi psicosomatici [24], 
differente dal concetto di disturbo conver-
sivo o di nevrosi e la mise in relazione con 
la presenza di alcuni profili di personalità 
e fattori di regolazione delle emozioni, so-
stenendo la necessità di valutare l’individuo 
nella sua globalità senza separare le funzioni 
psicologiche da quelle somatiche. Secondo 
l’Autore, l’IA, così come altre forme di di-
sturbo cardiovascolare, può essere spiegata 
sulla base di un meccanismo di attivazione 
neurovegetativa che viene mantenuto poi-
ché le emozioni profonde vengono inibite 
e non si esauriscono in un’azione efficace. 



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Clinical  Management  Issues   2012; 6(1)

Aspetti psicologici nella gestione dei pazienti affetti da ipertensione arteriosa essenziale

L’organismo, pertanto, rimane in uno sta-
to di preparazione alla lotta o fuga, dove la 
costante attivazione del sistema simpatico 
sollecita le reazioni fisiologiche necessarie 
in uno stato di emergenza, quali, appunto, 
aumento della pressione sanguigna e della 
frequenza cardiaca, e nel soggetto che ini-
bisce l’espressione della propria aggressività 
tali risposte psicofisiologiche si cronicizzano.

Dunbar [25] propose invece un profilo di 
personalità caratteristico del soggetto iperte-
so, definito dalla studiosa stessa “personalità 
cardiopatica” e caratterizzato da ambizione, 
dedizione al lavoro, determinato nel raggiun-
gimento degli obiettivi, con elevata imma-
gine di sé e con tendenza alla soppressione 
delle emozioni. Secondo l’Autrice, la struttu-
ra di personalità si sviluppa nell’infanzia e si 
consolida condizionando le difese corporee, 
predisponendo così l’individuo allo sviluppo 
di determinate patologie.

L’obiezione principale alla teoria formula-
ta dalla Dunbar risiede nel fatto che le sue 
osservazioni corrispondono a correlazioni 
secondarie, poiché si potrebbe presupporre 
che alcuni individui più che altri tendano ad 
assumere ruoli di responsabilità e adottare 
pertanto stili di vita che comportano rispo-
ste corporee che predispongono a danno 
progressivo del sistema cardiocircolatorio. 
Sulla linea di questo filone di ricerca, i due 
cardiologi statunitensi Meyer Friedman 
e Ray Rosenman, alla fine degli anni ’50 
[26], hanno identificato un tipo di perso-
nalità definito di tipo A (simile al profilo di 
personalità coronaropatica della Dunbar) 
come fattore predisponente a disturbi di tipo 
cardiovascolare, avanzando l’ipotesi che tale 
stile comportamentale sia maggiormente as-
sociato a un aumento della colesterolemia, 
del tempo di coagulazione e a un rischio 
elevato di sviluppo di malattia coronarica. 
Secondo gli Autori, il tipo A non va inteso 
come tratto di personalità che si costitui-
sce sulla base di conflitti inconsci (in senso 
psicoanalitico), ma come risposta compor-
tamentale del soggetto in risposta a eventi 
esterni di natura stressante. Il tipo A viene 
così descritto dagli Autori sulla base delle 
seguenti caratteristiche:
 y intensa e prolungata spinta a raggiungere 
gli obiettivi;

 y profonda inclinazione e brama di com-
petere;

 y persistente desiderio di riconoscimento e 
avanzamento di ruolo;

 y esagerata ambizione, precisione, puntua-
lità e aggressività;

 y costante paura di non avere abbastanza 
tempo a disposizione.
La correlazione tra il pattern comporta-

mentale di tipo A e il rischio di insorgenza di 
patologie cardiovascolari è stata confermata 
da numerosi studi negli anni ’70, cosicché il 
National Heart, Lung and Blood Institute ha 
riconosciuto ufficialmente il tipo A come un 
fattore di rischio indipendente nelle patolo-
gie coronariche [27]. Uno studio condotto 
su pazienti con infarto miocardico [28] ha 
dimostrato che il pattern di tipo A è un 
importante predittore di rischio a sei mesi 
dall’evento acuto tra i pazienti con le miglio-
ri condizioni cliniche. Fava e Rafanelli [29] 
hanno inserito i criteri diagnostici per il pat-
tern comportamentale di tipo A all’interno 
dei Diagnostic Criteria for use in Psychosomatic 
Research (DCPR), che comprendono pe-
raltro demoralizzazione, ansia per la salute, 
umore irritabile, comportamento di tipo A 
e negazione di malattia.

In uno studio condotto da Rafanelli e col-
leghi [30] su un campione di 61 pazienti che 
hanno avuto un recente infarto del miocar-
dio, è stato osservato che circa il 30% di essi 
presentava un pattern di tipo A.

Una recente metanalisi [31] riguardante i 
trattamenti psicologici nei pazienti affetti da 
patologie cardiovascolari ha sottolineato che 
il fatto di porre come scopo dell’intervento 
stesso il trattamento del pattern di tipo A 
si rivela più efficace rispetto ad altri tipi di 
trattamento con obiettivi diversi.

Recentemente è stato proposto un nuo-
vo costrutto di personalità, definito tipo D 
(distressed personality), ed è stata osservata 
una prevalenza di soggetti con tale pattern 
comportamentale pari a circa il 53% [32]. Il 
soggetto con personalità di tipo D è caratte-
rizzato da una tendenza a esperire emozioni 
negative e a inibire le emozioni evitando il 
contatto sociale con gli altri. La frequente 
comorbilità tra pazienti con questo tipo di 
personalità e l’aumentato fattore di rischio 
cardiovascolare sottolinea l’importanza di 
esaminare sia gli stati psicopatologici acu-
ti (per esempio la presenza di depressione 
maggiore) sia quelli cronici (per esempio la 
presenza di determinate caratteristiche di 
personalità) nei pazienti particolarmente a 
rischio di eventi vascolari. Entrambe le di-
mensioni che caratterizzano la personalità 
di tipo D (affettività negativa e inibizione 
sociale) sono associate a un più elevato livel-
lo di cortisolo, che potrebbe altresì spiegare 
l’associazione tra questo tipo di costrutto e 
il rischio cardiovascolare [33,34].



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Clinical  Management  Issues   2012; 6(1)

M. L. Genesia, F. Rabbia, E. Testa, S. Totaro, E. Berra, M. Covella, et al

Recentemente Hausteiner e collaboratori 
(2010) [35] hanno indagato la presenza dei 
tratti caratteristici della personalità di tipo 
D nella popolazione generale e le relazio-
ni con i fattori di rischio cardiovascolari, 
compresi quelli di natura psicopatologica, e 
hanno identificato il tipo D come un fattore 
di rischio prognostico in diverse condizioni 
cardiovascolari. Gli Autori hanno osservato 
una prevalenza del 23,4% di pattern D nelle 
donne e del 26,9% negli uomini. Un pattern 
di personalità di tipo D è quindi presente in 
circa un quarto della popolazione generale, 
dato comparabile con i classici fattori di ri-
schio cardiovascolari e rappresenta, secon-
do gli Autori, un rilevante e indipendente 
marker di rischio nella comunità, ragion per 
cui dovrebbe ricevere la giusta attenzione da 
parte dei clinici.

Numerose evidenze indicano che i pa-
zienti affetti da patologie cardiovascolari con 
personalità di tipo D hanno un maggiore ri-
schio di morbilità e mortalità legata a eventi 
vascolari. I pazienti con questo stile compor-
tamentale presentano inoltre una maggiore 
vulnerabilità psicologica, caratterizzata da 
un aumento dei rischi psicosociali e ridotta 
qualità della vita e sembrano beneficiare in 
maniera ridotta dei trattamenti medici [36].

Jula e colleghi [37] hanno preso in con-
siderazione vari aspetti psicologici al fine 
di valutare l’eventuale associazione con l’i-
pertensione. Nello studio venivano valutati 
vari aspetti, quali l’espressione della collera, 
l’ansia, l’ostilità, la depressione e l’alessiti-
mia, e si è visto che solo quest’ultima con-
dizione sembrava correlata all’ipertensione 
e poteva differenziare il gruppo di osserva-
zione rispetto ai controlli. In realtà gli altri 
sintomi di disturbo psichico possono flut-
tuare con il tempo e le circostanze, mentre 
l’alessitimia, cioè la difficoltà nell’esprimere 
e identificare le emozioni e nel distinguere 
gli affetti dalle sensazioni corporee [38], è 
generalmente considerata una caratteristica 
stabile della personalità, spesso associata al 
sesso maschile, al basso livello culturale, al 
basso livello socio-economico, e debolmente 
associata all’avanzare dell’età. Diverse sono le 
teorie psicologiche al riguardo, e vi sono an-
che teorie neurobiologiche che suggeriscono 
che questa condizione possa essere correlata 
all’interruzione della comunicazione limbi-
ca-neocorticale, o che possa risultare da un 
deficit nella comunicazione interemisferica 
o da una disfunzione dell’emisfero destro.

Recenti indagini di imaging funziona-
le hanno confermato che le strutture della 

corteccia cingolata mediofrontale e anteriore 
erano meno attivate da stimoli intensi negli 
individui alessitimici rispetto a quelli non 
alessitimici, particolarmente quando veni-
vano impiegati stimoli sperimentali nega-
tivi [39,40].

Indipendentemente dalle cause, l’alessiti-
mia riflette un deficit nel processo cognitivo 
e nella regolazione delle emozioni, ragion 
per cui la scarsa capacità di prendere con-
sapevolezza delle emozioni e di farvi fronte 
renderebbe gli individui alessitimici vulne-
rabili agli stress continui.

Studi recenti hanno evidenziato un’elevata 
frequenza di alessitimia in soggetti con nuo-
va diagnosi di IA [41]. Todarello e collabo-
ratori [42] nel loro studio hanno trovato una 
percentuale pari a circa il 55,3% di soggetti 
ipertesi (n = 114) alessitimici, contro il 16,3% 
dei pazienti non ipertesi (n = 130). I risulta-
ti ottenuti dallo studio supportano l’ipotesi 
che si possa riscontrare una prevalenza di 
alessitimia in pazienti con patologie che un 
tempo venivano caratterizzate come disturbi 
“psicosomatici classici”. Gli Autori, inoltre, 
ipotizzano che il deficit di processamento 
cognitivo e di modulazione dell’affettività 
sia caratteristico del paziente alessitimico e 
predisponga il soggetto a una maggiore at-
tivazione simpatica, che condurrebbe a sua 
volta allo sviluppo di IA.

IPERTENSIONE DA “CAMICE 
BIANCO”: IL RUOLO DELLA 
COMPONENTE PSICOLOGICA

La white-coat hypertension (ipertensione 
da camice bianco) fornisce un’ulteriore prova 
di come la pressione arteriosa possa essere 
legata agli aspetti psicologici. Si definisce 
white coat hypertension o “ipertensione cli-
nica isolata” la presenza di valori pressori 
persistentemente elevati nell’ambulatorio 
medico, ma normali in altre occasioni [4,43].

Ogedegbe e colleghi hanno descritto il 
processo di condizionamento ipotizzato 
che potrebbe condurre all’innalzamento 
dei livelli pressori nell’ambito della situa-
zione clinica [44]. Le teorie psicologiche 
che spiegano il fenomeno dell’ipertensione 
da camice bianco sono principalmente due.

La prima, la teoria dell’ansia generaliz-
zata, afferma che un individuo che presen-
ta un’ansia di tratto (ansia come elemento 
stabile della personalità) ha la tendenza con 
maggiore probabilità a ricevere una diagnosi 
di ipertensione da camice bianco. Parecchi 



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Clinical  Management  Issues   2012; 6(1)

Aspetti psicologici nella gestione dei pazienti affetti da ipertensione arteriosa essenziale

studi, tuttavia, hanno fallito nel trovare delle 
correlazioni tra la misura dell’ansia di tratto 
e il valore della pressione arteriosa ambula-
toriale [45].

La seconda teoria, riconducibile al mo-
dello del condizionamento classico, fornisce 
un’utile alternativa alla comprensione della 
causa dell’innalzamento dei valori pressori 
e del possibile rischio di una diagnosi erra-
ta. Tale teoria suggerisce che i soggetti con 
ipertensione da camice bianco sono stati 
precedentemente esposti a stimoli spiacevoli, 
come una diagnosi medica indesiderata e/o 
procedure mediche dolorose (stimoli incon-
dizionati), in una o più situazioni mediche, 
che possono aver condotto a un’ansia transi-
toria e a un innalzamento della pressione ar-
teriosa (risposta incondizionata). In seguito 
a ripetute esposizioni, i segnali associati allo 
stimolo incondizionato, per esempio il cami-
ce bianco del clinico o la struttura della sala 
medica, sono potenziali stimoli condizionati 
che hanno il potere loro stessi di suscitare 
risposte di ansia e di elevazione dei livelli 
pressori [46]. Tale teoria permette anche di 
spiegare meglio il fatto che i valori pressori 
tendano a modificarsi rapidamente in rela-
zione al cambiamento dello stimolo, mentre 
la teoria relativa all’ansia generalizzata non 
permette di spiegare questo aspetto [47].

CONCLUSIONI E PROSPETTIVE

I pazienti ipertesi rappresentano una po-
polazione vulnerabile, che merita un’atten-
zione speciale da parte della sanità pubblica e 

la medicina psicosomatica potrebbe rivestire 
un ruolo importante nella gestione clinica di 
questi pazienti. L’IA è spesso asintomatica 
e i pazienti hanno scarsa consapevolezza ri-
spetto all’importanza dell’ottimale controllo 
dei valori pressori, data la possibile presenza 
di spiacevoli effetti collaterali dei farmaci 
ipertensivi, con conseguente ricaduta sull’a-
derenza ai trattamenti proposti.

I fattori psicologici e di personalità gioca-
no un ruolo chiave nella presa in carico del 
paziente, poiché attraverso la comprensione 
di tali aspetti il clinico può instaurare con 
il paziente l’alleanza terapeutica necessaria 
per un’adeguata gestione della patologia. Sa-
rebbe pertanto importante una valutazione 
degli aspetti psicologici e di personalità dei 
pazienti, condotta da specialisti nel settore, 
attraverso colloqui clinici, interviste, scale 
di valutazione e tecniche di osservazione 
[48,49]. Attraverso un’accurata valutazione 
del paziente iperteso è possibile eventual-
mente impostare dei percorsi di cura e di 
trattamento individualizzato che tengano in 
considerazione le caratteristiche specifiche 
del paziente stesso.

La sfida nella gestione del paziente iper-
teso e nella prevenzione del danno cardiova-
scolare consiste proprio nel miglioramento 
dell’aderenza ai trattamenti farmacologici 
e non farmacologici e, allo stesso tempo, 
nell’ottica della salutogenesi, nell’identifica-
zione e potenziamento dei fattori protettivi a 
livello individuale, sociale ed economico per 
prevenire il disagio psicologico determinato 
da una condizione di malattia cronica.

Secondo la classificazione di Meichenbaum 
e Turk [50], le variabili associate alla minor 
aderenza terapeutica sono molteplici: varia-
bili relative al paziente, alla malattia, al trat-
tamento, all’interazione medico-paziente. In 
particolar modo, soffermandoci sulla prima 
classe di variabili, quelle cioè relative alla per-
sona, si osserva una maggiore vulnerabilità 
nei pazienti con IA che presentano proble-
matiche relative a scarso supporto sociale, 
disturbi psichiatrici, depressione e ansia e in 
quelli che presentano maggiori difficoltà nel 
riconoscimento della condizione di malato o 
nella necessità di trattamento (evidente so-
prattutto nei soggetti ipertesi ma asintoma-
tici) [51]. Numerosi studi hanno dimostrato 
che il trattamento psicologico determina un 
aumento del 50% dell’aderenza dei pazienti 
alla terapia [52].

La visione di malattia proposta, pertan-
to, è volta a superare il dualismo tra psiche 
e soma e, secondo il modello biopsicoso-

zazione di sé ed esplorazione del nuovo 
[53] (Figura 1).

DISCLOSURE

Gli Autori dichiarano di non avere conflit-
ti di interesse di natura finanziaria in merito 
ai temi trattati nel presente articolo.

Fattori sociali e ambientali
• Fumo/alcol
• Stress
• Comportamento alimentare 

alterato (quantitativamente e /o 
qualitativamente)

• Stile di vita sedentario

Fattori psicologici
• Ansia
• Depressione
• Rabbia
• Alessitimia
• Pattern comportamentale di tipo A
• Pattern comportamentale di tipo D

Fattori biomedici
• Danno vascolare
• Aumento del tono simpatico
• Sensibilità dei barocettori
• Variabilità pressoria

Innalzamento 
della pressione arteriosa

Figura 1. L’ipertensione 
arteriosa nel modello 
biopsicosociale. 
Modificata da [54]



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Clinical  Management  Issues   2012; 6(1)

M. L. Genesia, F. Rabbia, E. Testa, S. Totaro, E. Berra, M. Covella, et al

ciale, la malattia è intesa come interazione 
dinamica di fattori multipli (biologici, psi-
cologici e sociali) che devono essere tenu-
ti in considerazione nel processo di dia-
gnosi medica. Si tratta pertanto di un 
modello integrativo che si orienta verso la 
salute globale della persona nel suo am-
biente, con un’enfasi particolare sulla pro-
mozione della salute, intesa come realiz-

zazione di sé ed esplorazione del nuovo 
[53] (Figura 1).

DISCLOSURE

Gli Autori dichiarano di non avere conflit-
ti di interesse di natura finanziaria in merito 
ai temi trattati nel presente articolo.

Fattori sociali e ambientali
• Fumo/alcol
• Stress
• Comportamento alimentare 

alterato (quantitativamente e /o 
qualitativamente)

• Stile di vita sedentario

Fattori psicologici
• Ansia
• Depressione
• Rabbia
• Alessitimia
• Pattern comportamentale di tipo A
• Pattern comportamentale di tipo D

Fattori biomedici
• Danno vascolare
• Aumento del tono simpatico
• Sensibilità dei barocettori
• Variabilità pressoria

Innalzamento 
della pressione arteriosa

Figura 1. L’ipertensione 
arteriosa nel modello 
biopsicosociale. 
Modificata da [54]

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	Appropriatezza 
dei test diagnostici
	Francesco Cipollini 1

	Ipertensione arteriosa e dislipidemia in un paziente
HIV-positivo in terapia antiretrovirale
	Alessandro Maloberti 1, Paolo Villa 1, Dario Dozio 1, Francesca Citterio 1, 
Giorgia Grosso 1, Mauro Betelli 1, Francesca Cesana 1,2, Cristina Giannattasio 2

	Uno strano caso di perdita di coscienza: quando un cervello epilettico fa rallentare il cuore
	Giovanni Assenza 1, Federica Assenza 1, Giovanni Pellegrino 1, Mario Tombini 1

	Effusione endotimpanica persistente verosimilmente sostenuta da biofilm in un paziente pediatrico affetto da immunodeficienza comune variabile
	Sara Torretta 1, Lorenzo Pignataro 1

	Aspetti psicologici nella gestione dei pazienti affetti da ipertensione arteriosa essenziale
	Maria Luisa Genesia 1, Franco Rabbia 1, Elisa Testa 1, Silvia Totaro 1, 
Elena Berra 1, Michele Covella 1, Chiara Fulcheri 1, Giulia Bruno 1, Franco Veglio 1

	Ringraziamento dei referee 
(marzo 2011 – marzo 2012)

