Cultura e Scienza del Colore - Color Culture and Science 64 Cultura e Scienza del Colore - Color Culture and Science | 02/14 In questo libro G. D. dimostra l’influenza che il linguaggio esercita sul pensiero, prendendo come esempio i concetti di spazio, genere e colore nelle diverse lingue e analizzando quanto è stato elaborato scientificamente riguardo ai meccanismi della ereditarietà biologica. Riporta la grande controversia natura- cultura investì le riflessioni sul colore per la relazione tra ciò che l’occhio è in grado di vedere e ciò che il linguaggio è in grado di descrivere; esaminando da una parte le concezioni universaliste, innatiste e dall’altra quelle relativiste, culturaliste che infervorarono il dibattito novecentesco e cioè se la maggior parte della grammatica del linguaggio, ossia tutte le lingue umane, è innata, codificata nel nostro DNA, o se viceversa le strutture grammaticali sono conseguenza dell’evoluzione culturale e dell’esigenza di comunicare in maniera efficiente, come sostiene la concezione relativista. Molte pagine sono dedicate a William Ewart Gladstone (1809 - 1898), politico eminente e importante statista del regno britannico che scrisse nel 1858 un’opera monumentale in 3 tomi: “Studies on A cura di Renata Pompas RECENSIONI Guy Deutscher, La lingua colora il mondo. Come le parole trasformano la realtà. Bollati Boringhieri, Torino, 2013. Homer and the Homeric Age” (Studi su Omero e l’età omerica), dedicando un intero capitolo a “La percezione e l’uso del colore da parte di Omero”. Tramite l’analisi minuziosa dei testi notò molte incongruenze nell’uso dei termini omerici di colore che gli fecero teorizzare una sorta di cecità ai colori e una sensibilità ai valori chiaroscurali e di lucentezza. Dopo di lui altri ricercatori sostennero la teoria dell’evoluzione storica del senso del colore nei termini di uno sviluppo graduale della sensibilità della retina umana nel corso degli ultimi millenni. Lo psichiatra, antropologo e biologo inglese William Halse Rivers (1864 – 1922) dopo le sue spedizioni tra le popolazioni non civilizzate giunse invece alla conclusione che le differenze fra le terminologie di colore non hanno nulla a che vedere con i fattori biologici. 6502/14 | Cultura e Scienza del Colore - Color Culture and Science Nel 1969, in un periodo che conosceva la completa affermazione della visione culturale della visione del colore, due ricercatori di Berkley, Brent Berlin e Paul Kay, pubblicarono – in controtendenza – uno studio che proponeva una gerarchia evolutiva nella sensibilità ai colori, che destò clamore, “Basic Color Terms: Their Universality and Evolution” (I termini basici di colore: la loro universalità ed evoluzione), benché riprendesse la sequenza ipotizzata dal filosofo e filologo tedesco Lazarus Geiger (1829 – 1870) un secolo prima. Infatti Geiger aveva ricostruito una sequenza cronologica completa dell’emergere della sensibilità ai diversi colori prismatici, seguendo lo schema dello spettro visibile: rosso, giallo, verde, blu e violetto dichiarando: “Il fatto che i termini di colore emergano seguendo una successione ben definita, e che questa sia identica dappertutto, deve avere una causa precisa”. Berlin e Kay oltre alla sequenza evolutiva degli 11 colori – bianco, nero, rosso, verde, giallo, blu, marrone, viola, rosa, arancione, viola - intuirono che,al di sotto delle divergenze superficiali, lo schema universale si manifesta nei ‘fuochi’ dei diversi colori, che chiamiamo anche esempi ‘prototipici’, che sono biologicamente determinati e indipendenti dalla cultura. In seguito si risultò che in molte lingue il marrone non viene dopo il blu, che i fuochi principali, pur con molte eccezioni, sono 6: bianco, nero, rosso, verde, giallo e blu. L’unica regola che è rimasta realmente priva di eccezioni è quella che indica nel rosso il primo colore dopo il bianco e il nero a ricevere un nome. Oggi è acclarato che gli individui sono in grado di cogliere le differenze tra i colori senza tuttavia dare loro nomi distinti e i ricercatori sono propensi a ritenere che la nostra lingua madre non limiti né la nostra capacità di ragionamento logico, né la nostra capacità di comprendere idee complesse. Tuttavia, sostiene Deutscher, il linguaggio interferisce con l’elaborazione visiva a un livello profondo e inconscio; giungendo a supporre che il lessico di colore delle diverse lingue del mondo possa essere la causa delle differenze nella percezione del colore.