ECJ agosto 4/2006 Materiale protetto da copyright. Non fotocopiare o distribuire elettronicamente senza l’autorizzazione scritta dell’editore. editoriale 4 emergency care journal em er ge nc y ca re jo ur na l - o rg an iz za zi on e, cli ni ca ,r ice rc a • A nn o II nu m er o IV • A go st o 20 06 • w w w .e cj .it Il soccorso sanitario ha assunto, ormai da almeno 10 anni, una dignità inimmaginabile rispetto al pas- sato, mentre la risposta dei sistemi di emergenza e degli ospedali a una grande emergenza in Italia non ha una connotazione precisa e soprattutto non è uni- forme. Vorrei partire da questi due enunciati per stimolare una reazione da parte dei Lettori su questi argomen- ti, che almeno in parte sono scarsamente conosciuti. Ma andiamo per ordine. L’emergenza territoriale Anni fa, in alcune parti d’Italia, è iniziata l’organizza- zione dei soccorsi sul territorio: i sistemi di emergen- za sono nati in modo difforme e dopo alcuni anni hanno raggiunto livelli di operatività standard. Oggi il vocabolo “medicalizzazione” non è più certo un mi- stero come in passato quando, entrando nei locali del Pronto Soccorso, i colleghi ti squadravano e commi- seravano se entravi sporco e sudato dopo un inter- vento sotto il sole estivo. Ma il soccorso “ordinario” ha caratteristiche costanti, al di là delle eccezioni, che è possibile affrontare e ri- solvere, portando il paziente in Pronto Soccorso, ven- tilato, infuso, immobilizzato ed eventualmente seda- to. Un po’ di propofol non si nega a nessuno. Ma cosa avverrebbe se il mezzo di soccorso venisse inviato, come “prima partenza”, verso il luogo di una grande emergenza? Medicina delle grandi emergenze In questo caso le cose sono più complesse: di solito il sistema di soccorso, tramite i propri operatori di centrale, compensa le eventuali carenze inviando molti mezzi e allertando gli ospedali. Ma agli occhi di esperti dell’argomento, il caotico affaccendarsi sul- la scena di operatori senza ordini non è sufficiente per nascondere l’inefficacia dell’intervento. Fin che si scherza si può credere che in Italia esista- no Sistemi 118 che applicano i criteri dottrinali spe- cifici, ma un’attenta osservazione ci svela che pochis- simi sistemi attivano procedure corrette e sperimen- tate in caso di eventi eccezionali. La dottrina esiste, sia da noi sia, soprattutto, all’este- ro, ma purtroppo molti operatori sono ancorati al concetto che basta detenere in un cassetto buste da aprire al bisogno, crogiolandosi nella certezza che bu- ste e protocolli siano sufficienti a cavarli d’impaccio in quei momenti. Il concetto è, purtroppo, profon- damente errato! Esaminiamolo per punti: • alcuni Sistemi 118 hanno adottato procedure im- portate da Paesi stranieri, con la convinzione che ciò che funziona all’estero possa funzionare da noi; in fondo, perché no? Ma la cultura di Paesi diver- si dal nostro si basa su sistemi operativi sperimen- tati, che si avvalgono di criteri categorici di forma- zione e rispetto dei ruoli, inseriti in una catena di comando tipicamente militare (mi riferisco al siste- ma anglosassone MIMMS che contempla un gran- de numero di comandanti sul campo, improponi- bile da noi), dove non è concepibile l’iniziativa personale tanto cara alle nostre latitudini. Non è ragionevole pensare che un sistema “copiato e im- portato” equivalga a un sistema efficace; • altri sistemi utilizzano come strumento operativo la formazione degli operatori, senza farla seguire da procedure conosciute, cioè concretamente praticabi- li. Questa modalità spesso applica sistemi di appren- dimento teorici: mi riferisco al fatto che negli ultimi anni molti Atenei o enti privati hanno attivato Master in Medicina delle Catastrofi, i cui programmi di stu- dio comprendono ore dedicate al BLS, alle suture chirurgiche nei campi profughi cambogiani o alle malattie infettive, che per quanto interessanti non rientrano tra le competenze dei medici che devono affrontare i soccorsi in caso di incidente ferroviario; • molti operatori dei sistemi di emergenza si sono ammantati di un’aura di autoreferenzialità nel campo della medicina dei disastri. Mi riferisco a nomine a sfondo “politico” che nulla hanno da spartire con chi si è costruito un’esperienza ope- rativa o culturale, maturata negli anni, condivisa con colleghi stranieri e convalidata da confronti in campo manageriale e organizzativo, che raramen- te è possibile ottenere in Italia. Credo occorra considerare con attenzione queste cri- L’emergenza territoriale e la medicina delle catastrofi Antonio Morra Direttore S.S.I. Gestione dell’Emergenza - Direzione Generale, ASL 2, Torino Materiale protetto da copyright. Non fotocopiare o distribuire elettronicamente senza l’autorizzazione scritta dell’editore. editoriale 5 em er ge nc y ca re jo ur na l - o rg an iz za zi on e, cli ni ca ,r ice rc a • A nn o II nu m er o IV • A go st o 20 06 • w w w .e cj .it tiche e ricordare che si migliora attraverso la valuta- zione degli errori e il coraggio di attuare i cambia- menti necessari. Vorrei però dire che la “colpa” non è tutta a carico de- gli operatori (responsabili in testa). Una parte di colpa morale è sicuramente da ascrivere agli enti e agli orga- ni istituzionali che devono vigilare e indirizzare i siste- mi operativi verso una reale capacità di intervento, non solo basata sui numeri ma soprattutto sulla qualità. La grande emergenza non può essere affrontata co- me un’emergenza ordinaria, ma necessita di una mentalità specifica che si acquisisce con l’applicazio- ne della dottrina, l’adattabilità delle componenti ope- rative e la verifica dei risultati (verifica vera che spes- so richiede coscienza, coraggio e umiltà, almeno in senso culturale). Il Dipartimento della Protezione Civile, le Regioni, le Aziende Sanitarie e marginalmente il Ministero della Salute devono uscire dal limbo in cui hanno lasciato i Sistemi 118 e gli stessi ospedali per confrontare i risultati ottenuti, attuare le verifiche e promuovere la cultura necessaria per consentire il raggiungimento di quegli standard così scontati ed evidenti all’estero. Il panorama non mi sembra confortante, ma spesso i miglioramenti si hanno dopo molti anni di confronti con sistemi che funzionano o che comunque garan- tiscono la corretta applicazione di quei criteri di dot- trina già esistenti, che se applicati nel modo giusto contribuiscono a rendere più efficace la qualità del nostro lavoro e a mitigare i danni che gli eventi arre- cano alla collettività, di cui noi facciamo parte a pie- no titolo. Schöpenauer ci ricorda l’ovvietà e la ripetitività della vita umana: «Ogni problema riconosciuto attraversa tre stadi: nel primo viene deriso, nel secondo combat- tuto, nel terzo è considerato ovvio». EMERGENCY CARE JOURNAL presenta Le giornate di Medicina d’Urgenza PERCORSI, DECISIONI E RESPONSABILITÀ NELLA MEDICINA D’URGENZA Curare o difendersi? Courmayeur, febbraio 2007