Materiale protetto da copyright. Non fotocopiare o distribuire elettronicamente senza l’autorizzazione scritta dell’editore. editoriale 6 emergency care journal em er ge nc y ca re jo ur na l - o rg an iz za zi on e, cli ni ca ,r ice rc a • A nn o II nu m er o III • G iu gn o 20 06 • w w w .e cj .it L’aiuto umanitario è stato ampiamente definito dalle Convenzioni di Ginevra e dal Codice di autoregola- mentazione della Croce Rossa Internazionale. Le sue caratteristiche principali sono l’indipendenza da qua- lunque partigianeria politica e dunque da strumen- talizzazioni politiche inerenti l’aiuto stesso, l’impar- zialità, cioè la necessità di aiutare senza alcuna distin- zione tutte le vittime civili o militari di un confitto o disastro naturale o provocato, e infine la neutralità dalle eventuali parti in conflitto, che implica anche l’astensione dallo strumentalizzare l’aiuto come pro- paganda di qualunque tipo. Indipendenza, imparzia- lità e neutralità sono, dunque, criteri slegati da ogni considerazione che non sia quella di salvare vite uma- ne. Oggi questa definizione è stata ampiamente ri- messa in discussione nel merito e nel metodo ed è da questa serie di considerazioni che si deve riparti- re per una critica costruttiva alla nuova fase dell’aiu- to umanitario che si è acuita dopo l’11 settembre, ma che è iniziata molto prima. La prima fase di questa mutazione dell’aiuto umani- tario, nel merito della definizione, si ha certamente con l’utilizzo dell’ossimoro “guerra umanitaria” crea- to dal Presidente statunitense Clinton per giustifica- re i bombardamenti sulla Serbia in favore delle po- polazioni kossovare. Le Convenzioni di Ginevra, che non a caso definiscono lo Jus ad bellum e lo Jus in bel- lum, non contemplano la fattispecie “guerra umanita- ria” e ne vengono scosse alle fondamenta. La disarticolazione del diritto umanitario prosegue ancor più in Afghanistan, ove gli aerei militari lan- ciano sui civili alternativamente bombe a grappolo sui Talebani e i loro alleati, e razioni d’emergenza sul- le popolazioni fedeli all’Alleanza del Nord. È l’entra- ta in scena degli “eserciti umanitari”, conseguenza lo- gica del presupposto “guerra umanitaria”. Si calcola che il numero di mutilati conseguenti ai tentativi di recupero di razioni alimentari (colore giallo) che era- no invece bombe a grappolo (colore arancione) sia superiore ai mutilati secondo le leggi coraniche dei Talebani. Le Ong umanitarie non potranno interveni- re se non in aiuto delle popolazioni legate all’Allean- za del Nord, con un chiaro intento di strumentaliz- zazione politica degli aiuti. La commistione tra civile e militare nella gestione degli aiuti porta a una con- fusione endemica che lascia scoperte le Ong in quan- to garanti dell’indipendenza e della neutralità del- l’aiuto, aprendo una scissura profonda anche all’in- terno delle organizzazioni umanitarie che comincia- no a distinguersi tra “embbedded” e indipendenti. L’invasione dell’Iraq ha infine cancellato le caratteri- stiche originarie dell’aiuto umanitario per riscriverlo ad uso e consumo della geopolitica attuale inscritta all’interno della “guerra globale al terrorismo”. I mor- ti di Falluja sono la testimonianza più raccapriccian- te dell’impossibilità per le organizzazioni umanitarie indipendenti di attivarsi in favore delle vittime civili. Ultimo fattore, ma non per ordine di importanza, ri- spetto allo stravolgimento del merito e quindi della definizione di aiuto umanitario, è sicuramente le- gato all’obsolescenza delle restrizioni in merito alle armi permesse. In realtà tutta la gamma delle nuo- ve tecnologie belliche, ad esempio l’uranio impove- rito, non rientra in alcun protocollo umanitario e la negazione continua dell’uso di queste armi, come pure il recente sospetto che si siano messe in cam- po atomiche “tattiche”, non permette di far evolve- re la protezione dei civili e dunque l’aiuto umanita- rio in questo senso. Anche il ritorno massiccio del- la tortura colpisce al cuore il diritto umanitario da- to che le nazioni più importanti, a partire dagli Sta- ti Uniti, non hanno ratificato le convenzioni contro l’uso della tortura né tantomeno quella sul Tribu- nale Penale Internazionale. Ci fermiamo qui per quanto concerne il cambiamento del merito della definizione “aiuto umanitario”, senza ulteriori ap- profondimenti che richiederebbero un dibattito in termini politici ma che, al di là di ogni considerazio- ne su questo piano, gettano un’ipoteca enorme sul- l’attualità della definizione originaria come contem- plata dalle Convenzioni di Ginevra. Per quanto riguarda il metodo con il quale gli aiuti vengono portati, invece, fatto salvo il dibattito ineren- te la definizione, è necessario affrontare un’altra di- Crisi umanitarie e aiuto umanitario Raffaele K. Salinari Presidente Terre des Hommes International Materiale protetto da copyright. Non fotocopiare o distribuire elettronicamente senza l’autorizzazione scritta dell’editore. editoriale 7 em er ge nc y ca re jo ur na l - o rg an iz za zi on e, cli ni ca ,r ice rc a • A nn o II nu m er o III • G iu gn o 20 06 • w w w .e cj .it storsione, che possiamo chiamare “falso umanitario” o “emergenza endemica”, tutte quelle situazioni cioè che, pur definite di crisi umanitaria, sono invece le- gate a situazioni evitabili e prevedibili che sono state deliberatamente lasciate degenerare per i più svariati motivi, tra i quali appunto la creazione di “crisi uma- nitarie” pilotate. Non vi è dubbio infatti che dalla ca- duta del muro di Berlino, e dunque dalla fine della “terza guerra mondiale”, la guerra fredda, le cosiddet- te emergenze umanitarie siano ampiamente cresciu- te in numero e volume di persone colpite e che il “gi- ro” degli aiuti umanitari abbia ampiamente sorpas- sato quello della cosiddetta cooperazione allo svilup- po. Esiste dunque non solo un problema di definizio- ne degli aiuti umanitari ma anche del loro utilizzo. Per quanto concerne la definizione abbiamo già det- to che si tratta di una questione squisitamente politi- ca che non affrontiamo in questo articolo, ma anche in merito all’uso degli aiuti umanitari va fatta una se- rie di riflessioni. Cosa intendiamo per crisi umanitaria? Certamente una situazione di pericolo imminente per un nume- ro imprecisato di esseri umani che per essere salva- ti devono essere oggetto di un aiuto esterno, poco importa se portato da soggetti locali o internazio- nali. Le grandi crisi umanitarie sono comunque, per definizione, situazioni nelle quali entrano in gioco aiuti multinazionali provenienti da altri Paesi. Ora, e sempre più, queste crisi riguardano, e non a caso, Paesi poveri o impoveriti, all’interno dei quali le in- frastrutture di emergenza sono inesistenti o debolis- sime. Asia, Africa e America Latina sono infatti i continenti più colpiti dalle crisi umanitarie, ma dobbiamo notare che anche in questi casi la geopo- litica gioca un ruolo fondamentale sia nella defini- zione della crisi sia nella sua gestione. Negli ultimi anni infatti la posizione del continente africano, in particolare, si è tragicamente aggravata, basti pensa- re alla crisi permanente del Darfur, oppure agli ol- tre quattro milioni di rifugiati in Congo, alle ricor- renti guerre di bassa intensità che hanno devastato la Liberia, la Sierra Leone, le varie guerriglie del- l’Uganda, la situazione somala e il conflitto Eritrea- Etiopia. Ognuna di queste situazioni ha prodotto e produce crisi umanitarie ricorrenti che però sono note nelle cause e potrebbero essere trattate politi- camente consentendo, se non la soluzione, almeno un significativo ridimensionamento del numero dei casi realmente umanitari. In realtà possiamo dire, ed è sicuramente il caso del- la regione dei grandi laghi ma anche del Darfur, che sono situazioni deliberatamente lasciate incancreni- re dall’occidente per poi intervenire al fianco di po- polazioni stremate con un intervento che di umanita- rio non ha che la facciata. L’uso strumentale delle cri- si umanitarie è infatti sempre più frequente e gli ope- ratori del sistema umanitario dovrebbero riflettere su questo, proprio perché, paradossalmente, l’interven- to in questi contesti permette simultaneamente di non risolvere il problema alla radice e di fare bella fi- gura con le proprie opinioni pubbliche. L’occidente dunque si serve dell’aiuto umanitario per abdicare al- le sue responsabilità politiche e di sviluppo verso questi Paesi impoveriti e in preda a guerre spesso pi- lotate dal mondo ricco; inoltre, attraverso i media e la riproposizione ossessiva di immagini degli aiuti, con- vince la sua opinione pubblica che “qualcosa di buo- no stiamo facendo”. Gli operatori umanitari devono dunque porsi un problema etico, se cioè il salvare delle vite in certe occasioni non porti a condannarne molte di più o, peggio, a cronicizzare l’emergenza rendendola endemica. In altri termini, devono chie- dersi se una vera azione umanitaria non sia la denun- cia pura e forte della crisi e delle responsabilità che vi sono dietro, dichiarando l’impossibilità di operare in certi contesti. Anche in caso di disastri naturali la geopolitica inter- viene costringendo le organizzazioni umanitarie a porsi problemi di ordine nuovo. Il caso dello Tsuna- mi, ad esempio, è apparso come una grande opera- zione di marketing dell’occidente nei confronti di un’area geografica strategica. Oltre all’intervento del- le organizzazioni realmente umanitarie, infatti, si è assistito a un susseguirsi di speculatori che, messi in salvo i contadini o i pescatori delle zone colpite dal maremoto, e fotografati i profughi nelle loro ten- de o case nuove, si sono poi affrettati a ricomperar- ne le terre a poco prezzo per consegnarle spesso a re- ti internazionali di alberghi per turisti occidentali. In questo contesto il vero aiuto umanitario è consistito non solo nel salvare le vite ma anche nel sostenere i pescatori e i contadini nelle loro richieste di “presi- diare” i territori di loro stanzialità, proprio per evi- tare di vederseli espropriati. L’ultima riflessione sull’evoluzione dell’aiuto umani- tario riguarda i mezzi economici messi a disposizione delle crisi. Sempre più risorse vengono sottratte allo sviluppo per essere convogliate verso l’aiuto, e a fron- te di una scomparsa di politiche di lungo periodo si rincorrono crisi umanitarie in luoghi che oramai ve- dono l’occidente intervenire solo in questi casi. Que- sto spostamento massiccio di risorse ha radici in una volontà di non risoluzione di certi problemi, molto spesso perché un’instabilità tenuta sotto “controllo umanitario” è meglio, per gli interessi dell’occidente, di una stabilità che poi chiama democrazia e rispetto dei diritti umani. Paradossalmente, ma non troppo, possiamo dire che oggi l’intervento umanitario è di- Materiale protetto da copyright. Non fotocopiare o distribuire elettronicamente senza l’autorizzazione scritta dell’editore. editoriale 8 em er ge nc y ca re jo ur na l - o rg an iz za zi on e, cli ni ca ,r ice rc a • A nn o II nu m er o III • G iu gn o 20 06 • w w w .e cj .it ventato, se permanente, una delle peggiori forme di violazione dei diritti umani e che, da questo punto di vista, tenuto conto dell’evoluzione del quadro geo- politico internazionale, le Ong umanitarie devono ri- pensare modalità, definizioni e mezzi per agire ripri- stinando non solo il ruolo dell’aiuto umanitario, co- me previsto nell’originale definizione delle Conven- zioni di Ginevra, ma anche estendendo il concetto di aiuto umanitario a quello di prevenzione dei disastri e dei conflitti. E considerando che la guerra è sem- pre la forma peggiore di disastro umanitario, un in- tervento che sia realmente umanitario e preventivo non può muovere che dal rifiuto della guerra come arma di risoluzione dei conflitti. Alla guerra perma- nente globale si deve contrapporre un disarmo globa- le come intervento umanitario preventivo. EMERGENZA IN RADIOLOGIA dalla A alla Z Autori Erskine J. Holmes, Rakesh R. Misrasgfdgdne Traduzione a cura di Enrico Bernardi Pronto Soccorso, Azienda Ospedaliera di Padova Simona Burzi Dipartimento di Radiologia, Azienda Ospedaliera di Padova Giuseppe Ricciardi Pronto Soccorso, Azienda Ospedaliera di Padova Questo libro è stato studiato appositamente per clinico che, alle prese con un paziente acuto, deve saper coniugare la gestione dei vari processi patologici con gli aspetti pertinenti al- la diagnostica per immagini. Il testo è diviso in sezioni di facile consultazione: testa e collo, rachide cervicale, torace, addome, arto su- periore ed inferiore. Nell’ambito di ciascuna di queste unità sono state affrontate le situazioni che più frequentemente si propongono allo specialista in Medicina d’Urgenza durante la pratica quotidiana, cer- cando di discuterne nel dettaglio le caratteristiche, gli aspetti clinici e radiologici e la gestione. SCHEDA TECNICA • formato 17 x 24 cm • 176 pagine • 155 figure • 3 algoritmi DESTINATARI Questo libro può essere utile non solo agli studenti di medicina e ai medici, quale che si il loro livello di addestramento, ma anche a tutto il personale infermieristico e sanitario coinvolto nell’assistenza ai pazi- enti nell’ambito del Pronto Soccorso e della Medicina d’Urgenza PREZZO DI LISTINO € 39,00 COME ACQUISTARE CEDOLA ALLEGATA: compilare e spedire a C.P. 3232 - Via Marsigli - 10141 Torino TELEFONO: 011.37.57.38 FAX: 011.38.52.750 E-MAIL: cgems.clienti@cgems.it SITO INTERNET: http://www.cgems.it/?art=54794