EuroAmerican Journal of Applied Linguistics and Languages Special Issue, Volume 5, Issue 2, December 2018, 125-130 ISSN 2376-905X DOI http://dx.doi.org/10.21283/2376905X.9.161 www.e-journall.org © Carbonara 2018. This work is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License. Mazzaferro, Gerardo (Ed.). (2018). Translanguaging as everyday practice. Cham, Switzerland: Springer. VALENTINA CARBONARA*1 Università per Stranieri di Siena Book review Received 5 December 2018; accepted 7 December 2018 ABSTRACT IT In questo contributo viene proposta la recensione del testo Translanguaging as Everyday Practice, curato da Gerardo Mazzaferro (Università degli Studi di Torino) e pubblicato nel 2018 dall’editore Springer. Il libro propone 14 studi che, attraverso approcci metodologici diversi, offrono una profonda analisi del concetto di translanguaging in molteplici contesti. Questa nozione viene esaminata, per esempio, nell’intersezione con fenomeni più ampi quali la costruzione identitaria nelle comunità immigrate o minoritarie, il mantenimento e l’erosione linguistica, l’agency dei singoli soggetti nei contesti educativi. In questa recensione, dopo una breve introduzione sugli obiettivi del testo e sul tipo di audience a cui si rivolge, vengono presentati i contenuti dei singoli capitoli e infine si mettono in luce gli aspetti rilevanti e di pregio del testo, accanto ad alcune lievi criticità che non sottraggono valore a questo ottimo libro. Parole chiave: TRANSLANGUAGING, PLURILINGUISMO, MIGRAZIONE, IDENTITÀ, RICERCA QUALITATIVA EN This manuscript reviews Translanguaging as Everyday Practice, edited by Gerardo Mazzaferro (Università degli Studi di Torino) and published in 2018 by Springer. The book contains 14 studies, drawing on different methodological approaches and implemented in multiple contexts, that contribute to a rich analysis of translanguaging. The concept of translanguaging is explored at the intersection of broader discussions, such as identity construction in immigrant or minority communities, language maintenance and loss, and individual agency in educational contexts. In this review, following a brief overview of the book’s objectives and intended audience, the contents of the individual chapters are presented with commentary on noteworthy and valuable contributions as well as minor critiques, which do not detract from the value of this excellent volume. Key words: TRANSLANGUAGING, PLURILINGUALISM, MIGRATION, IDENTITY, QUALITATIVE RESEARCH ES Este trabajo presenta la recensión del libro Translanguaging as Everyday Practice, editado por Gerardo Mazzaferro (Università degli Studi di Torino) y publicado en 2018 por la editorial Springer. Incluye 14 estudios que, a través de diversos acercamientos metodológicos, ofrecen un profundo análisis del concepto de translanguaging en múltiples contextos. La noción de translanguaging se examina en la intersección con fenómenos más amplios como, por ejemplo, la construcción identitaria en las comunidades migrantes o minoritarias, el mantenimiento y la pérdida de la lengua y la agencia individual en contextos educativos. En esta recensión, después de una breve presentación de los objetivos del texto y el público al que se dirige, se presenta el contenido de cada capítulo y, por último, se resaltan los aspectos relevantes y valiosos del texto, junto con unas críticas que, sin embargo, no le quitan mérito a esta admirable obra. Palabras clave: TRANSLANGUAGING, PLURILINGÜISMO, MIGRACIÓN, IDENTIDAD, INVESTIGACIÓN CUALITATIVA 1. Un approccio multidisciplinare Il libro Translanguaging as Everyday Practice, a cura di Gerardo Mazzaferro ed edito da Springer nel 2018, presenta una raccolta di 14 saggi di carattere multidisciplinare che ruotano intorno al complesso *Contact: carbonara@unistrasi.it http://www.e-journall.org/ CARBONARA E-JournALL 5(2) (2018), pp. 125-130 126 concetto di translanguaging (García & Li Wei, 2014). L’obiettivo del testo è quello di approfondire il concetto di translanguaging in una prospettiva di ricerca multifocale, rileggendo fenomeni identitari e linguistici della società contemporanea globale e post-moderna attraverso la lente prismatica delle pratiche translinguistiche. Il volume si rivolge principalmente al settore accademico e può costituire una guida per dottorandi e giovani ricercatori che si apprestano a studiare il translanguaging in diversi contesti, poiché i saggi presenti offrono una estesa varietà di approcci metodologici. A livello didattico, il libro può essere utile anche a docenti della scuola primaria e secondaria già sensibili e formati su queste tematiche. Il testo, infatti, condensa numerose prospettive teoriche e, seppur marginalmente, anche didattiche, che possono essere comprese principalmente da insegnanti già consapevoli delle implicazioni della pedagogia del translanguaging. 2. Contenuti dei singoli capitoli Il primo capitolo, “Translanguaging as Everyday Practice: An Introduction”, a firma del curatore del volume, Gerardo Mazzaferro, si pone come presentazione dell’opera e dei suoi contenuti, fornendo indicazioni sulla chiave di lettura interdisciplinare del libro. Questo saggio, però, presenta anche una attenta e profonda disamina del concetto di translanguaging, ripercorrendo la nascita del termine e le tappe del suo sviluppo epistemologico, tra teoria linguistica e pratica didattica. Mazzaferro pone la definizione del termine nella cornice più ampia del dibattito relativo alle named languages (Makoni & Pennycook, 2007). L’autore, inoltre, non trascura di menzionare la componente ideologica insita nel concetto di translanguaging, che implica l’idea di inversione dei rapporti di potere nell’attuale epoca neoliberale, tramite azioni di human agency (Li Wei, 2011). Mazzaferro, infine, per contestualizzare il titolo del libro, offre anche una spiegazione dell’idea di translanguaging as everyday practices, sottraendo questo termine all’ambito dell’eccezionale e non ordinario, ma attribuendogli, invece, il ruolo di normale pratica comunicativa non marcata nell’interazione in contesti multilingui. Il secondo capitolo “Translanguaging in a Monoglot Context: Children Mobilising and (Re)Positioning Their Multilingual Repertoires as Resources for Learning”, scritto da Pinky Makoe, presenta uno studio etnografico svoltosi in una scuola primaria pubblica di Johannesburg durante un periodo di quattro mesi. Lo scopo della ricerca consisteva nel confrontare la politica linguistica della scuola, tendenzialmente monolingue, con le strategie comunicative plurilingui degli studenti. Dalle interviste condotte con le docenti, emerge una concezione fortemente monologica del contesto educativo, incentrato sull’inglese, mentre le lingue di origine degli studenti sono percepite come un problema. Estratti di conversazioni avvenute in classe evidenziano l’insistenza dei docenti riguardo l’uso dell’inglese, ma al contempo episodi di translanguaging fra gli studenti che coinvolgono le loro lingue di origine nella co-costruzione della conoscenza e per rafforzare la comprensione. L’autrice del capitolo conclude con una riflessione riguardante l’importanza della legittimazione di pratiche interazionali multilingui nella scuola per supportare il processo di apprendimento. Il terzo saggio, “Translanguaging as Playful Subversion of a Monolingual Norm in the Classroom”, di Teppo Jakonen, Tamás Péter Szabó e Petteri Laihonen, descrive un caso di studio svoltosi in Finlandia all’interno di una classe con metodo CLIL (Content and Language Integrated Learning) di lingua inglese. Gli autori si focalizzano sull’interazione ibrida di uno studente come reazione alla normatività monolingue in L2 imposta dalla docente e presentano alcuni estratti di scambi comunicativi in momenti di transizione della lezione CLIL. L’analisi è condotta su estratti di interazione con la docente o fra studenti e mostra come il bambino oggetto di studio utilizzi la L1 o formule miste assimilabili a translanguaging per violare volontariamente l’ideologia della separazione fra lingue. Il contributo si conclude con una riflessione di natura pedagogica sull’utilizzo di forme di translanguaging a seconda dei diversi contesti educativi, come la lezione CLIL. Il capitolo 4, “We Know the Same Language and Then We Can Mix Them: A Child’s Perspectives on Everyday Translanguaging in the Family”, i cui autori sono BethAnne Paulsrud e Boglárka Straszer, presenta una ricerca incentrata sull’analisi delle dinamiche di politica linguistica di una famiglia multilingue in Svezia, con un focus specifico su una delle figlie. Le autrici, dopo una attenta e completa literature review, espongono dati triangolati composti da interviste, annotazioni e registrazioni di interazioni raccolte dai genitori e dalle ricercatrici. L’analisi mostra come il soggetto della ricerca, Laura, sia consapevole del suo repertorio linguistico di named (svedese, finlandese, ungherese e tedesco) e non named languages (lingue di gioco e baby talk), ma anche del repertorio linguistico degli altri membri della famiglia. La bambina mostra una forte inclinazione all’uso di pratiche di translanguaging, il cui livello di mixing e le combinazioni di lingue coinvolte variano a seconda dell’interlocutore, del luogo e dello scopo dell’interazione. Le autrici indagano anche la RECENSIONE: TRANSLANGUAGING AS EVERYDAY PRACTICE E-JournALL 5(2) (2018), pp. 125-130 127 componente di consapevolezza metalinguistica e offrono una riflessione finale sulle gerarchie linguistiche dentro e fuori dal nucleo familiare e come l’agency di Laura può riscrivere o meno tali categorizzazioni. Il quinto contributo, “Translanguaging in a Birmingham Chinese Complementary School: Ideology and Identity” di Jim Huang, illustra uno studio longitudinale svoltosi in una scuola di lingua cinese di Birmingham per studenti con background migratorio sinofono. I dati raccolti in un periodo di dieci mesi (osservazioni partecipate, annotazioni, interviste di stampo narrativo, informazioni di tipo documentaristico e fotografie) e analizzati attraverso la metodologia della critical-informed ethnographic discourse analysis, hanno messo in luce diversi atteggiamenti rispetto all’idea di translanguaging. I docenti di origine cantonese, per esempio, manifestano un maggiore attaccamento ad una interazione didattica monolingue in cinese, mentre i docenti di madrelingua mandarina affermano l’importanza di usare anche l’inglese, dato evidenziato da conversazioni con mixing a livello inter e intra-frasale. Questa differenza è dovuta principalmente a dinamiche sociali, migratorie e di appartenenza di classe dei due gruppi di insegnanti. L’autore approfondisce anche aspetti legati alla percezione identitaria del ruolo del docente e il discorso intorno alla Chinese-ness, mettendo in evidenza la componente di negoziazione ideologica nell’uso o meno di pratiche di translanguaging. Il saggio 6, “Language Maintenance and Shift Within New Linguistic Minorities in Italy: A Translanguaging Perspective”, scritto dal curatore del volume, Gerardo Mazzaferro, presenta uno studio relativo alle pratiche comunicative della comunità filippina della città di Torino. L’autore, dopo una attenta disamina dei concetti di language maintenance e language shift, analizza le percezioni valoriali di giovani filippini rispetto alla lingua italiana e alla lingua di origine, mettendole in relazione con il modellarsi della loro identità plurima in riferimento a episodi di translanguaging. L’aspetto più rilevante del contributo risulta nel mettere in evidenza le fluttuazioni culturali e linguistiche all’interno della comunità, non assimilabili ad una scelta univoca fra due identità monolitiche. In questo modo, lo studio si discosta da una visione lineare e unidirezionale dei processi di mantenimento ed erosione linguistica delle comunità immigrate, ma evidenzia gli aspetti di agency e di costruzione attiva e dinamica della propria identità linguistica e culturale da parte dei giovani filippini. Il settimo contributo, “Translanguaging: A Vital Resource for First Nations Peoples”, di Donna Starks, presenta dati su conversazioni fra adolescenti appartenenti alle popolazioni autoctone dell’odierno Canada, le cosiddette First Nations, raccolti negli anni 80. Dopo alcune pagine di considerazioni teoriche sui concetti di lexical innovation, language attrition, language switching e translanguaging, l’autrice descrive il contesto etnico della ricerca, rappresentato dalle popolazioni native del Canada e illustra alcuni scambi comunicativi fra giovani ragazzi appartenenti alla comunità Cree. L'analisi evidenzia l'uso dell’inglese per colmare la mancanza di determinati termini in lingua Cree, per chiarimenti in casi di lexical attrition, per esprimere emozioni tramite alcune formule di interiezione e in modalità di switching consapevole in precise strutture narrative nel racconto di uno dei partecipanti allo studio. Forme ascrivibili a translanguaging vengono, invece, utilizzate in riferimento ad alcuni prestiti lessicali inglesi, a cui i parlanti aggiungono suffissi derivabili dalla lingua di origine per adattare i termini al contesto culturale Cree. Queste formule ibride, quindi, non sono semplicemente sostitutive o indice di erosione linguistica ma segno di riposizionamento identitario fra le due culture. Il capitolo 8, “Translanguaging and Hybrid Spaces: Boundaries and Beyond in North Central Arnhem Land” di Jill Vaughan, esplora le interazioni linguistiche nella comunità indigena di Maningrida, in Australia, un’area con una notevole diversità linguistica. L’autrice presenta alcuni estratti audio-registrati durante momenti comunitari come la presentazione di un libro e una partita di calcio e, utilizzando una lente translinguistica e il framework concettuale dello spazio ibrido o third space (Bhabba, 1994), offre delle riflessioni sulle scelte linguistiche adottate dai parlanti e sulle dinamiche socio-psicologiche del multilinguismo della regione. L’analisi dimostra un elevato livello di mixing tra inglese e lingua Burarra secondo pattern flessibili e ristrutturabili a seconda dell’interazione, ma allo stesso tempo sedimentati da una pratica condivisa e rinegoziata all’interno della comunità. L’autrice assimila questo genere di scambi comunicativi all’emergere in una “multilingua franca” (Makoni & Pennycook, 2012), ma con una specifica contestuale. Il capitolo 9 “Translinguistic Practices in Global Business. A Longitudinal Study of a Professional Communicative Repertoire”, scritto da Tiina Räisänen, si focalizza sul repertorio comunicativo professionale di un ingegnere finlandese. Gli estratti di scambi interazionali presentati, evidenziano cambiamenti sostanziali nell’arco di tredici anni, seguendo il corso della transizione professionale in altri settori da parte del soggetto analizzato. Oltre all’uso dell’inglese come lingua franca del business, pratiche di translanguaging CARBONARA E-JournALL 5(2) (2018), pp. 125-130 128 emergono in corrispondenza di necessità di chiarimento, per scopi di socializzazione e uso retorico. Il contributo si conclude con una riflessione sull’uso del translanguaging per plasmare il repertorio multilingue individuale e le concezioni valoriali individuali in rapporto allo spazio translinguistico rappresentato dal mondo del lavoro, sempre più influenzato da movimenti globali. Il decimo saggio, “Communicative Repertoires in Advertising Space in Lesotho: The Translanguaging and Commodification Nexus”, di Henry Amo Mensah, esplora il panorama semiotico del regno di Lesotho, con particolare riferimento alle pubblicità nei giornali, nelle insegne e nei volantini, secondo la prospettiva del concetto di translanguaging e di commodification (Bourdieu, 1977). Applicando la Critical Discourse Analysis, l’autore analizza una serie di messaggi pubblicitari mettendo in evidenza l’utilizzo di risorse plurilingui e simboliche, tra cui espressioni gergali giovanili o urbane tratte anche dalla messaggistica. Forme di translanguaging vengono utilizzate per orientare il messaggio pubblicitario sia a culturale che identitario per raggiungere uno scopo commerciale. Il contributo 11, “Translanguaging and Collaborative Creative Practices: Communication and Performance in an Intercultural Theatre Group”, scritto da Naomi Wells, mette in relazione gli studi di stampo culturale con un approccio di tipo sociolinguistico nella descrizione delle attività comunicative di una compagnia teatrale di Bologna, che organizza workshop rivolti a rifugiati e richiedenti asilo. L’autrice delinea alcune pratiche di interazione riscontrare durante i workshop, tra cui la traduzione, il ricorso esplicito ad alcune named langages e l’utilizzo di ulteriori risorse multimodali come il corpo o l’intonazione. Gli estratti di interviste presentati evidenziano l’impiego di risorse translinguistiche nelle performance, per cui i partecipanti allo studio, recitando testi trasposti dalla propria cultura di origine, non si limitano ad una mera traduzione in italiano, ma propongono delle rielaborazioni creative in cui la componente linguistica si fonde con la resa artistica generando un’espansione di senso. Il capitolo 12, “Translanguaging and Language Creativity in Drama Staging”, di Joëlle Aden e Maria Pavlovskaya, proseguendo nella corrente tematica del saggio precedente, presenta una ricerca su giovani studenti bilingui provenienti da famiglie russe che vivono in Francia. Questi giovani hanno partecipato a workshop teatrali sperimentali in cui vengono coinvolte tutte le lingue del loro repertorio. Basandosi su un compito di realtà, cioè l’interpretazione di un testo drammaturgico rivolto a un pubblico di lingua francese e di lingua russa con nessuna competenza nell’altra lingua, le autrici analizzano una sequenza comunicativa in cui gli studenti utilizzano le loro risorse linguistiche e gestuali per negoziare decisioni quali la divisione dei ruoli e per costruire in modo cooperativo la performance. Il contributo si conclude con una riflessione sull’importanza di promuovere un approccio pedagogico basato sulla non separazione fra cognitivo ed emotivo, mente e corpo e abilità linguistiche. Il tredicesimo saggio, “Translanguaging and the Negotiation of Meaning: Multilingual Signage in a Swiss Linguistic Landscape”, di Edina Krompák e Stephan Meyer si colloca nell’ambito degli studi relativi al linguistic landscape, esponendo una ricerca sul panorama semiotico del quartiere Kleinbasel a Basilea. Gli autori utilizzano un approccio metodologico plurimo che comprende, oltre alla raccolta etnografica visiva di fotografie di cartelli e insegne, anche interviste e focus groups condotti con coloro i quali potenzialmente ricevono i messaggi collocati nello spazio urbano del distretto. Ad un primo gruppo di partecipanti, definiti expert translanguagers, e ad un secondo gruppo di translanguagers meno consapevoli è stata presentata una serie di immagini tratte dal linguistic landscape multilingue di Kleinbasel. I soggetti, mettendo in atto processi di creazione di significato per analizzare i messaggi, dispiegano le proprie risorse linguistiche e semiotiche individuali e collettive. Utilizzando un’analisi basata sulla Grounded Theory (Charmaz, 2006) e sulla linguistica interazionale, vengono messi in luce gli aspetti intersoggettivi e intrasoggettivi della negoziazione translinguistica dei significati. Il capitolo 14, che conclude il libro, si intitola “What Shapes Everyday Translanguaging? Insight from a Global Mental Health Project in Northern Uganda” ed ha come autori Jane Andrews, Richard Fay e Ross White. Il contributo presenta uno studio condotto nell’area di Lira, nel nord dell’Uganda, che analizza un gruppo di ricercatori di tipo socio-sanitario il cui scopo è migliorare la salute mentale degli abitanti, da anni sottoposti a conflitti. Gli autori illustrano gli scambi comunicativi fra il team di ricerca anglofono e quello locale, in cui vengono utilizzate pratiche translinguistiche che comprendono l’inglese, la lingua Lango e altri codici linguistici, senza rigide compartimentazioni. I ricercatori utilizzano le varie lingue, anche quelle che non appartengono saldamente al proprio repertorio, per instaurare relazioni e socializzare. Inoltre, il saggio propone un interessante parallelismo tra l’ideologia del translanguaging e la metodologia di intervento psicosociale DIME (design, implementation, monitoring e evaluation), che pone come base di ogni misura diagnostica o intervento, l’adattamento di questi ultimi al contesto dove si opera, al contrario della tendenza RECENSIONE: TRANSLANGUAGING AS EVERYDAY PRACTICE E-JournALL 5(2) (2018), pp. 125-130 129 occidentale, che solitamente non considera i fattori situazionali. Gli autori presentano e analizzano, quindi, anche estratti di considerazioni dei ricercatori sull’intersezione fra il concetto di translanguaging e la metodologia DIME nel loro vissuto come operatori socio-sanitari. 3. Valutazioni conclusive Translanguaging as Everyday Practice è un testo rilevante nell’ambito degli studi di linguistica applicata, in particolare per chi si occupa o intende occuparsi di translanguaging. Uno degli aspetti più significativi del libro è la pluralità di approcci metodologici utilizzati nei vari studi, in cui si spazia dall’etnografia all’analisi della conversazione, dallo studio di caso all’analisi del discorso. Un altro elemento degno di nota è la varietà di contesti presentati: scuola, famiglia, settore professionale, mondo artistico e performativo, paesaggi urbani, comunità immigrate, minoritarie e indigene. I saggi inclusi nell’opera sono per la maggior parte di tipo descrittivo. Questo aspetto, da un lato è fondamentale per approfondire epistemologicamente il concetto di translanguaging e conferirgli autonomia concettuale rispetto ad altri termini utilizzati per descrivere pratiche linguistiche multilingui, ed è altresì importante per far emergere schemi percettivi o reali legati alle politiche linguistiche individuali, familiari, educative e della società. Dall’altro lato, è rilevante ricordare la componente politica di agency insita nel translanguaging, che non dovrebbe essere limitata solo alla sfera dei docenti o dei singoli individui, ma estesa ai ricercatori: tramite attività di ricerca-azione trasformativa (Garcia & Kleyn, 2016), l’università può contribuire a costruire contesti educativi democratici ed ecologici (Hult, 2013), in linea con l’impegno civile che l’accademia dovrebbe esercitare nella società. Un altro aspetto molto positivo del libro risiede nell’aver saputo raccogliere studi provenienti da diversi contesti internazionali ed europei e averli disposti in modo coerente all’interno del testo, che risulta essere un’opera coesa e ben strutturata. Il curatore è sicuramente ben consapevole che nel contesto italiano, a parte alcuni recenti studi (Carbonara & Scibetta, in stampa; Coppola & Moretti, 2018; Firpo & Sanfelici, 2015), il tema risulta ancora poco esplorato, pertanto il libro non include lavori italiani. Ci auguriamo che questo volume, dalla paternità italiana, possa conferire una spinta intellettuale allo sviluppo di una corrente di studi sul translanguaging anche in Italia. Riferimenti bibliografici Austin, Jennifer, Blume, María, & Sánchez, Liliana (2015). Bilingualism in the Spanish-speaking world: Linguistic and cognitive perspectives. Cambridge, United Kingdom: Cambridge University Press. Bloomfield, Leonard (1993). Language. London, United Kingdom: George Allen and Unwin. Bhabba, Homi (1994). The location of culture. London, United Kingdom: Routledge. Bourdieu, Pierre (1977). The economics of linguistic exchange. Social Science Information, 16(6), 645-668. Carbonara, Valentina, & Scibetta, Andrea (in stampa). Il translanguaging come strumento efficace per la gestione delle classi plurilingui: il progetto L’AltRoparlante. RILA, Rassegna Italiana di Linguistica Applicata. Charmaz, Kathy (2006). Constructing grounded theory. A practical guide through qualitative analysis. Los Angeles, California: Sage. Coppola, Daria, & Moretti, Raffaella (2018). Valorizzare la diversità linguistica e culturale. Uno studio di caso. In Carmel Mary Coonan, Ada Bier, & Elena Ballarin (Eds.), La didattica delle lingue nel nuovo millennio. Le sfide dell’internazionalizzazione. Venezia, Italia: Edizioni Ca’ Foscari. Firpo, Elena, & Sanfelici, Laura (2016). La visione eteroglossica del bilinguismo: Spagnolo lingua d’origine e Italstudio. Milano, Italia: Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto. García, Ofelia, & Li Wei (2014). Translanguaging: Language, bilingualism and education. New York, New York: Palgrave Macmillan. García, Ofelia, & Kleyn, Tatyana (Eds.). (2016). Translanguaging with multilingual students: Learning from classroom moments. New York, New York: Routledge. CARBONARA E-JournALL 5(2) (2018), pp. 125-130 130 Hult, Francis (2013). Ecology and multilingual education. In Carol Chapelle (Ed.), Encyclopedia of applied linguistics (Vol. 3) (pp. 1835-1840). Malden, Massachusetts: Wiley-Blackwell. Li Wei (2011). Moment analysis and translanguaging spaces: Discursive construction of identities by multilingual Chinese youth in Britain. Journal of Pragmatics, 43(5), 1222-1235. Makoni, Sinfree, & Pennycook, Alastair (2012). Disinventing multilingualism: From monological multilingualism to multilingua francas. In Marylin Martin-Jones, Adrian Blackledge, & Angela Creese (Eds.), The Routledge handbook of multilingualism (pp. 439-472). London, United Kingdom: Routledge. Makoni, Sinfree, & Pennycook, Alastair (Eds.). (2007). Disinventing and reconstituting languages. Clevedon, United Kingdom: Multilingual Matters. Valentina Carbonara, Università per Stranieri di Siena carbonara@unistrasi.it IT Valentina Carbonara è assegnista di ricerca presso l’Università per Stranieri di Siena. Ha conseguito un Dottorato di Ricerca in Linguistica e Didattica della Lingua Italiana a Stranieri presso l’Università per Stranieri di Siena nel 2017 sulla progettazione di un programma di educazione bilingue in una scuola dell’infanzia in Turchia. I suoi interessi di ricerca sono il bilinguismo, l’apprendimento precoce delle lingue, la metodologia CLIL e il translanguaging. È co- responsabile del gruppo LEND di Siena. Dal 2016, insieme ad Andrea Scibetta, coordina il progetto L’AltRoparlante, supervisionato dalla Prof.ssa Carla Bagna, che mira all’implementazione di pratiche orientate alla pedagogia del translanguaging in diverse scuole primarie e secondarie italiane. EN Valentina Carbonara is a research fellow at the Università per Stranieri di Siena. She obtained a Ph.D. in Linguistics and Didactics of Italian Language for Foreigners from the Università per Stranieri di Siena in 2017 after designing a bilingual education program in a Turkish kindergarten. Her research interests include bilingualism, early language learning, CLIL methodology, and translanguaging. She is the co-chair of the LEND group in Siena. Since 2016, together with Andrea Scibetta, she has coordinated the L'AltRoparlante project, supervised by Dr. Carla Bagna, which seeks to implement pedagogical practices that support translanguaging in several primary and secondary Italian schools. ES Valentina Carbonara es investigadora postdoctoral en la Università per Stranieri di Siena. Se doctoró en Lingüística y Didáctica del Italiano para Extranjeros de la Università per Stranieri di Siena en 2017 con un proyecto sobre el diseño curricular de un programa bilingüe en una escuela infantil en Turquía. Sus intereses de investigación incluyen el bilingüismo, el aprendizaje precoz de lenguas, la metodología AICLE y el translanguaging. Es la co-directora del grupo LEND de Siena. Desde 2016 coordina, junto con Andrea Scibetta, el proyecto L’Altroparlante, gestionado por la profesora Carla Bagna, que se centra en la implementación de prácticas orientadas a la pedagogía del translanguaging en diversas escuelas primarias y secundarias italianas.