Berchio_2025_EJ (1) EuroAmerican Journal of Applied Linguistics and Languages E-JournALL, Volume 12, Issue 2, November 2025, 84-89 ISSN 2376-905X http://doi.org/10.21283/2376905X.1.12.2.3479 www.e-journall.org © Berchio 2025. This work is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License. Book Review: Hiratsuka, Takaaki (2024) Native-speakerism and trans- speakerism. Entering a new era. Cambridge University Press. GIULIA BERCHIO Institut de plurilinguisme / Pädagogische Hochschule Graubünden Book Review Received 18 August 2025; accepted 24 September 2025 ABSTRACT IT Questa recensione ha l’obiettivo di descrivere la struttura e i contenuti del volume Native-Speakerism and Trans-Speakerism. Entering a New Era di Takaaki Hiratsuka, edito nel 2024 dalla Cambridge University Press, e di porre in rilievo aspetti salienti della ricerca effettuata dall’autore. In particolare, vengono fatte emergere le ragioni che hanno dato modo all’interesse di ricerca nei confronti delle nozioni di nativismo e di antinativismo di farsi strada, e vengono poste in evidenza le proposte avanzate per far progredire la ricerca e la pratica nel campo dell’educazione linguistica, liberando le persone che operano in questo campo (future/i insegnanti e ricercatrici/ricercatori, insegnanti di scuola secondaria in servizio, docenti d’università) dalla visione dicotomica “parlante nativa/o” vs. “parlante non nativa/o”. La recensione si conclude con alcune riflessioni di chi scrive sui pregi del volume, sulle potenziali criticità e sui possibili gruppi destinatari dei contenuti dell’opera. Parole chiave: NATIVISMO, ANTINATIVISMO, EGEMONIA LINGUISTICA, PARLANTI NATIVE/I, PARLANTI NON NATIVE/I EN This review aims to describe the structure and content of the volume Native-Speakerism and Trans-Speakerism. Entering a New Era by Takaaki Hiratsuka, published in 2024 by Cambridge University Press, and to emphasise the relevant aspects of the study carried out by the author. In particular, it presents the reasons that have driven the research on the notions of native-speakerism and trans-speakerism and it highlights the proposals introduced to advance in the analysis and practice of this subject in the field of Language Education, in an attempt to free those working in this field (future teachers/researchers, secondary school teachers in service, University professors) from the dichotomous perspective of "native speaker" vs "non-native speaker. The analysis concludes with some reflections by the author of the review on the virtues of the volume, including potential criticisms and addressees of the work. Key words: NATIVE-SPEAKERISM, TRANS-SPEAKERISM, LINGUISTIC HEGEMONY, NATIVE SPEAKERS, NON-NATIVE SPEAKERS ES Esta reseña tiene como objetivo describir la estructura y el contenido del volumen Native-Speakerism and Trans-Speakerism. Entering a New Era de Takaaki Hiratsuka, publicado en 2024 por Cambridge University Press, y destacar los aspectos relevantes del estudio realizado por el autor. En particular, se presentan las razones que han impulsado la investigación sobre las nociones de nativismo y antinativismo, y se evidencian las propuestas introducidas para hacer avanzar los análisis y la práctica de estos temas en el campo de la educación lingüística, intentando liberar a las personas que trabajan en este ámbito (futuro profesorado e investigadores/investigadoras, docentes de secundaria y de universidad) de la visión dicotómica de "hablante nativo" vs "hablante no nativo". Se concluye con algunas reflexiones de la autora de la reseña sobre las virtudes del volumen, las potenciales críticas y sus posibles destinatarios. Palabras clave: NATIVISMO, ANTINATIVISMO, HEGEMONÍA LINGÜÍSTICA, HABLANTES NATIVOS/AS, HABLANTES NO NATIVOS/AS * Giulia Berchio, Institut de plurilinguisme / Pädagogische Hochschule Graubünden / Universität Bern giulia.berchio@unifr.ch BOOK REVIEW: NATIVE-SPEAKERISM AND TRANS-SPEAKERISM. ENTERING A NEW ERA. E-JournALL, 12(2) (2025), pp. 84-89 85 Attraverso un lavoro di revisione della letteratura e un’indagine narrativa, la ricerca qualitativa di Takaaki Hiratsuka, presentata nel volume Native-Speakerism and Trans-Speakerism. Entering a New Era, edito nel 2024 dalla Cambridge University Press, si propone di approfondire la nozione di native-speakerism applicata alla lingua inglese e le sue implicazioni per il mondo accademico e per il campo dell’educazione linguistica. Nello specifico l’autore, docente e ricercatore nell’ambito delle scienze linguistiche applicate presso la Graduate School of International Studies della Ryukoku University in Giappone e parlante non nativo dell’inglese, affronta il problema della debole presenza di studi teorici o empirici sul tema del native-speakerism inglese condotti da parlanti non-native/i di tale lingua (non-native English speakers, abbreviato in NNES nel testo originale) provenienti, in questo specifico caso, dal contesto giapponese. Come risposta a tale problema viene proposto un cambio di paradigma verso il trans-speakerism, un concetto che permetterebbe alle persone che operano nell’ambito dell’educazione linguistica e della ricerca in e sulla lingua inglese di vedere riconosciute le proprie abilità e competenze in questo settore, indipendentemente dalla propria lingua madre. Il volume è suddiviso in sette capitoli. Il capitolo 1 introduce le premesse dello studio e gli obiettivi. Dapprima l’autore formula una considerazione sulla capacità della lingua madre di stabilire una connessione tra le/i parlanti e la società. Tuttavia, allo stesso tempo sottolinea che la lingua madre può avere un potere limitante, in particolare se confrontata con meccanismi di egemonia linguistica da parte di altre lingue. Nello specifico, le lingue in gioco nel contesto di questo studio sono il giapponese e l’inglese, dove l’inglese ha il ruolo di lingua non nativa nel repertorio di parlanti di lingua madre giapponese che operano nel campo dell’educazione linguistica inglese, sia in qualità di (future/i) insegnanti e ricercatrici/ricercatori di inglese sia come docenti d’università. Per approfondire il problema sollevato, l’autore si è proposto di indagare il vissuto di tali figure. L’obiettivo era quello di ottenere un quadro articolato del modo in cui le loro vite sono influenzate dal concetto di native-speakerism e di ragionare sulle nuove opportunità che un concetto maggiormente flessibile come quello di trans-speakerism potrebbe offrire, soprattutto per ciò che concerne la riduzione dei bias che la dicotomia “parlante nativa/o” vs “parlante non nativa/o” ha contribuito ad alimentare. Il capitolo 2 intende far luce, da una parte, sulla genesi del concetto di native-speakerism e, dall’altra, vuole porre in evidenza ciò che la letteratura scientifica sul tema ha già o non ha ancora detto. Relativamente al concetto di native-speakerism, l’autore pone in evidenza come la globalizzazione abbia dato adito a un incontro più intenso tra parlanti dell’inglese come lingua nativa (NES, ovvero native English speakers) e parlanti dell’inglese come lingua non-nativa in contesti come la scuola. Inoltre, viene rilevato come ciò abbia generato fenomeni di legittimazione del native-speakerism e dell’uso del repertorio e della storia linguistica di un’/un insegnante come metro per misurare le sue competenze in termini pedagogici. Da qui la proposta che questa dicotomia si ammorbidisca e venga valorizzato il continuum tra le due etichette, nel tentativo di conferire maggior dignità alle singole capacità, non esclusivamente linguistiche, di ciascun individuo operante in ambito educativo. Nello stesso capitolo l’autore descrive il processo di revisione sistematica della letteratura sul native- speakerism, per portare a compimento il quale ha utilizzato principalmente Google Scholar e indicato, come termine di ricerca, “native-speakerism”. Inoltre, il protocollo per la revisione prevedeva che della selezione facessero parte esclusivamente contributi a) contenenti tale termine non solo nel testo ma anche nel titolo, b) scritti in inglese, c) in cui l’inglese fosse oggetto di studio (insegnanti di inglese/insegnamento della lingua inglese) e d) pubblicati previo rigoroso processo di peer-review. In tutto, la revisione si è basata su 63 contributi (22 studi teorici e 41 studi empirici) e ha evidenziato come esistano pochi studi che si concentrino su parlanti non native/i dell’inglese (future/i insegnanti e ricercatrici/ricercatori, insegnanti di scuola in servizio, docenti d’università). L’autorevolezza e l’imprescindibilità di tali figure che, attraverso le proprie testimonianze, potrebbero arricchire e far progredire il campo d’indagine che si sviluppa attorno alla nozione di native- speakerism appaiono infatti, in base alla revisione della letteratura sul tema, ancora sottovalutate. Questo porta Hiratsuka a rivendicare un approccio più umano alla ricerca, che tenga conto delle voci di tutte le persone il cui agire è influenzato (e spesso limitato) da una determinata ideologia. L’autore rileva altresì come oltre ad approcci metodologici più inclusivi manchino anche studi capaci di proporre ideologie alternative. La resistenza al cambiamento nello specifico ambito di questa ricerca viene valutata vieppiù insostenibile, dal momento che le/i parlanti non native/i della lingua inglese nei contesti in cui l’inglese viene insegnato come lingua straniera costituiscono la maggior parte. L’autore prosegue con una critica nei confronti delle/dei parlanti native/i dell’inglese che si esprimono a favore di una riconcettualizzazione del concetto di native-speakerism. Cita, a questo proposito, l’esempio di Rivers (2018), il quale afferma che le categorie estreme esistono solo nella mente di chi crede in queste BERCHIO E-JournALL, 12(2) (2025), pp. 84-89 86 distinzioni, e sottolinea come il proprio pensiero si trovi in contrasto con quest’ultimo: secondo Hiratsuka, infatti, appartenere alla categoria delle/dei parlanti non native/i dell’inglese permette in realtà di percepire in modo netto la distinzione tra le due categorie “native/i” vs “non native/i”, visibile già a partire dalla letteratura scientifica sul tema, dove è più folta la presenza di fonti sulle/sui parlanti native/i. Vengono sollevate, poi, altre criticità, in particolare relativamente alle strategie che le/i parlanti native/i metterebbero in atto per distogliere l’attenzione dal tema della discriminazione di parlanti non native/i dell’inglese negando, di fatto, l’esistenza di esigenze specifiche da parte di questa categoria e la difficoltà che essa incontra nell’ottenere un reale riconoscimento. Riflettendo sull’ampia diffusione del termine native-speakerism, Hiratsuka pensa infine che sia ancora più necessario ponderare il passaggio ad altre terminologie che darebbero maggior dignità alle categorie delle/dei parlanti non native/i dell’inglese. Il prodotto di tale riflessione è la proposta del termine trans- speakerism, approfondito al capitolo 3. L’autore pone l’accento sull’importanza che siano soprattutto le/gli insegnanti di inglese a dover mappare e a far conoscere la realtà vissuta dalle/dai parlanti non native/i dell’inglese, a porre in evidenza le proprie percezioni, così da potersi sentire maggiormente legittimate/i ad agire in quel campo. Il capitolo 3 è dedicato ad approfondire l’obiettivo ultimo del volume, ovvero quello di proporre un cambio di paradigma dalla nozione di native-speakerism a quella di trans-speakerism. Come afferma Hiratsuka, l’avvio di questa riflessione è stato possibile grazie alla lente della pedagogia critica, che permette di ragionare sui temi della riproduzione dei privilegi per certi gruppi, incoraggiando la ricerca di soluzioni che privilegino l’eterogeneità del panorama del mondo dell’educazione – linguistica, in questo caso – e smantellando etichette dicotomiche che alimentano meccanismi nocivi di messa a confronto, passibili di sfociare in atteggiamenti discriminatori. Agendo in questa cornice disciplinare, l’autore spiega di aver indagato, con la collaborazione dei suoi dottorandi, l’impatto della nozione di native-speakerism sulla vita delle persone che lavorano nell’ambito della ricerca e dell’insegnamento dell’inglese come parlanti non native/i di questa lingua e di aver posto le basi per la nascita della nozione alternativa di trans-speakerism. Il consolidamento di questo percorso di ricerca è avvenuto attraverso uno studio multiplo di caso, sul quale si basa il presente volume. Tale studio ha previsto la raccolta (online) audio e video di testimonianze di parlanti non native/i dell’inglese in merito alle loro percezioni, alle emozioni, ai valori e alle esperienze che caratterizzano il loro rapporto con le due nozioni native-speakerism e trans-speakerism. Nel chiarire il proprio approccio al lavoro di indagine l’autore sottolinea l’importanza del paradigma di ricerca come “guide for readers to descern the study’s underlying interpretive framework” (p. 50) e la responsabilità di chi conduce la ricerca di rendere tale paradigma trasparente. In questo caso, il paradigma scelto è quello costruttivista- interpretativo, che prevede un lavoro di co-costruzione del sapere, sapere che non è ricavato dal rapporto gerarchico tra chi ricerca e chi partecipa alla ricerca ma che pone al centro un processo di co-creazione e co- interpretazione. Le/i partecipanti a questo studio di caso sono tutte/i residenti in Giappone e parlanti dell’inglese come lingua non nativa: quattro insegnanti di scuola secondaria, quattro future/i insegnanti di scuola secondaria o ricercatrici/ricercatori e quattro docenti d’università. Per effettuare il campionamento, l’autore riporta di aver scelto il metodo maximum variation samplying, che permette al campione di essere il più possibile diversificato, qui nello specifico in termini di età, genere, formazione ed esperienze vissute in ambienti anglofoni. Il livello di inglese delle/dei partecipanti allo studio è stato autovalutato. I dati sono stati analizzati attraverso un procedimento induttivo (raccolta dati, estrazione dei temi e spiegazione teorica dei temi estratti), tenendo sempre costante l’obiettivo di co-creazione delle storie di ciascuna/ciascun partecipante. Nei capitoli 4, 5 e 6 l’autore si concentra sui risultati, dedicando ogni capitolo a un gruppo target. Ciascun capitolo presenta la stessa struttura: in linea con la tipologia di ricerca qualitativa adottata – l’indagine narrativa – vengono in un primo momento presentate le testimonianze dei singoli componenti di ciascun gruppo target. Si tratta di quattro estratti di intervista per ogni capitolo, intitolati con il nome (fittizio) della persona intervistata, dai quali emergono aspetti delle esperienze personali e formative in relazione alla lingua inglese e alle nozioni di native-speakerism e trans-speakerism. I due paragrafi successivi alle serie di narrazioni di ciascun gruppo target contengono un commento dell’autore sui contenuti di tali narrazioni, prima sul concetto di native-speakerism, poi di trans-speakerism. Seguono un paragrafo dedicato alla cornice concettuale che emerge dalle testimonianze di ogni gruppo e le considerazioni conclusive per ciascuno di essi. Il capitolo conclusivo del volume si divide in tre sezioni. Nella prima vengono riprese le considerazioni dell’autore sui risultati dell’indagine per ciascuno dei tre gruppi target. In generale, viene posta in evidenza la necessità di riflessioni sistematiche sul tema del native-speakerism e del trans-speakerism, le quali BOOK REVIEW: NATIVE-SPEAKERISM AND TRANS-SPEAKERISM. ENTERING A NEW ERA. E-JournALL, 12(2) (2025), pp. 84-89 87 permetterebbero a tutti i gruppi di orientarsi maggiormente nel dibattito terminologico e ideologico, accrescendo le possibilità di inserirvisi in modo agentivo. Per quanto riguarda il gruppo delle/degli insegnanti di scuola secondaria in servizio, lo studio ha ad esempio rilevato la necessità di sviluppare materiali didattici maggiormente inclusivi dal punto di vista dei gruppi rappresentati, ovvero delle persone che parlano l’inglese, così da avere un’idea più diversificata di questa lingua e delle sue/dei suoi parlanti. Seguono le conclusioni relative al gruppo delle future e dei futuri insegnanti e ricercatrici/ricercatori, dove le misure prospettate per contrastare l’opposizione tra native-speakerism e trans-speakerism consisterebbero, ad esempio, in una nuova distribuzione dell’importanza degli obiettivi nell’ambito della formazione. Nello specifico, Hiratsuka sottolinea qui l’importanza di considerare alla pari concetti quali la precisione linguistica, l’efficacia comunicativa e la qualità della vita di queste figure. Infine, relativamente al gruppo delle e dei docenti d’università rileva la necessità che queste/i agiscano come promotrici e promotori del nuovo paradigma trans-speakerism e che il loro lavoro di divulgazione venga reso più sostenibile dalle case editrici e da tutte le figure che lavorano nel campo dell’editoria, che dovrebbero essere orientate a proporre politiche linguistiche di pubblicazione più inclusive e meno anglocentriche. Nella seconda parte delle conclusioni vengono illustrati i limiti dello studio e conseguentemente proposte nuove vie di ricerca. Nello specifico, viene posto l’accento sul fatto che per poter validare il concetto di trans-speakerism e comprendere quali ostacoli potrebbero impedirne la diffusione dovrebbero essere potenziate le linee di ricerca in questo ambito. In particolare, si incoraggiano nuovi studi condotti con ampi campioni provenienti da diversi contesti: ad esempio, viene segnalata l’importanza di prevedere confronti non inclusi nella presente indagine, in particolare quello tra insegnanti locali di inglese (LTA, cioè local teachers of English), ovvero appartenenti al contesto giapponese (in questo caso) e assistenti madrelingua inglese (ALT, cioè foreign assistant language teacher). Secondo l’autore, i risultati dovrebbero poi poter confluire agevolmente nei moduli per la formazione delle/dei future/i insegnanti, contribuendo a mitigare visioni monolitiche e normative della competenza linguistica derivate dal successo, fino al giorno d’oggi, della nozione di native-speakerism. La terza sezione della parte conclusiva è fermamente ancorata alla storia personale dell’autore. Il volume termina infatti con la descrizione del suo percorso accademico, culminato nel 2023 portandolo a rappresentare, come chairperson, il convegno sull’educazione linguistica più grande del Giappone (JALT). Per l’autore, questo ruolo diventa carico di significato e sintomo di un passo concreto verso un cambio di paradigma, quello dal native-speakerism verso il trans-speakerism, considerato come possibile solo se ad essere allenata e applicata è anche la nozione trasversale di growth mindset. Secondo Hiratsuka, infatti, una “mentalità di crescita” permetterebbe a chi agisce nel settore dell’educazione linguistica di vedere il proprio profilo identitario e il proprio ruolo di parlante, studentessa/studente o insegnante sempre in divenire, in costante evoluzione e orientato alla resilienza, alla perseveranza, all’individuazione delle opportunità di crescita, intellettuale e personale. In generale, il pregio di questo volume consiste, a parere di chi scrive, nella capacità dell’autore di analizzare in profondità il proprio ruolo di docente e ricercatore, riflettere sulle proprie esperienze in relazione alla nozione di native-speakerism e individuare i bisogni non solo della propria categoria ma di tutte le figure il cui profilo formativo e professionale si sviluppa entro il contesto accademico di cui l’autore fa parte. Come parlante non nativo dell’inglese e formatore di future/i insegnanti di inglese della scuola secondaria e di ricercatrici/ricercatori, Hiratsuka appare infatti consapevole delle conseguenze causate dalla visione dicotomica “parlante nativa/o” vs “parlante non nativa/o” e non si attarda nel proporre delle alternative ideologiche che conferirebbero maggior dignità all’agire pedagogico di ciascuna attrice e di ciascun attore del mondo dell’educazione linguistica. Inoltre, dal punto di vista metodologico appare cosciente di possibili bias nel suo approccio alla ricerca (ad esempio, a p. 22 vi è un’autocritica nei confronti della scelta del termine di ricerca “native-speakerism” nel corso della revisione della letteratura, che può aver limitato l’accesso a contributi altrettanto pertinenti anche se privi di quel termine nel titolo), della limitatezza dello studio e delle sue possibilità di sviluppo (p. 141), che potrebbe nel futuro coinvolgere un maggior numero di gruppi target da contesti diversi da quello giapponese, permettendo così di soppesare meglio le probabilità che la nozione di trans-speakerism abbia successo. Un aspetto critico del lavoro, non tanto in termini di struttura o di metodologia ma di prodotto della ricerca, potrebbe consistere invece nel fatto che, nonostante siano state coinvolte le figure sulle quali il concetto di native-speakerism appare esercitare il suo effetto più diretto, la riflessione sul cambio di paradigma verso il trans-speakerism rischia di rimanere perlopiù su un piano ideologico (e idealista). Il lavoro di Hiratsuka, come già sottolineato, ha dato una voce a parlanti non native/i dell’inglese che operano nell’ambito della ricerca e BERCHIO E-JournALL, 12(2) (2025), pp. 84-89 88 dell’insegnamento delle lingue, alle e ai quali la ricerca, come rilevato dalla revisione della letteratura sul tema, non aveva finora dedicato uno spazio adeguato. Tuttavia, seppur l’autore sia riuscito a elicitare, da un lato, il loro malcontento nei confronti dell’egemonia del native-speakerism e, dall’altro, a individuare gli elementi che permetterebbero di raggiungere un riconoscimento maggiore (puntare di più sulla consapevolezza interculturale, sulla professionalizzazione delle e degli insegnanti e sul concetto di Global Englishes), rimane il dubbio relativo al se e al quanto tempestivamente l’augurio di un cambio di paradigma possa essere tradotto in azioni concrete. Certamente, alcuni spunti vengono forniti direttamente dall’autore, che sottolinea come siano state già prese alcune iniziative in ambito accademico (come precedentemente menzionato, il suo ruolo al convegno JALT del 2023 costituirebbe già un segnale di cambiamento). Dall’altra parte, però, anche se sembra vi sia il virtuoso intento di preparare un terreno adatto alla crescita del dibattito non solo all’interno del contesto universitario, il volume non sembra fornirci elementi a sufficienza per valutare quante possibilità esso potrebbe avere di permeare sistematicamente il mondo della scuola e di trovare risposte a domande quali, ad esempio: in che modo si possono costruire reti virtuose tra il mondo della ricerca e della pratica, accrescendo così le probabilità di circolazione delle idee e l’instaurarsi dei dibattiti nati in accademia anche all’interno della scuola? Come si può aumentare la partecipazione di insegnanti non native/i dell’inglese a eventi scientifici, divulgativi e formativi come il citato JALT, frequentato non solo da figure dell’accademia ma anche da insegnanti che, come afferma Hiratsuka, sono tuttavia principalmente native/i dell’inglese? In conclusione, la natura metodologica di questo studio, che pone in evidenza, per mezzo di narrazioni, le esperienze e le percezioni di gruppi target che agiscono nell’università e nella scuola (insegnanti, future/i insegnanti e ricercatrici/ricercatori, docenti d’università non native/i dell’inglese) in merito alle nozioni di native-speakerism e trans-speakerism, rende il testo una lettura indicata a tutte le persone che, agendo con tali ruoli nell’ambito dell’educazione linguistica e delle scienze linguistiche applicate, si confrontano quotidianamente con dinamiche che pongono al centro il valore delle lingue (sia come veicolo comunicativo sia come oggetto di studio) e vorrebbero saperne di più su come etichette ben acclimatate come quella di native- speakerism (estendibile ad altre lingue oltre all’inglese) possano influenzare il proprio pensiero, le proprie azioni pedagogiche e il proprio approccio alla ricerca. L’ampia gamma di attrici e attori dell’educazione rappresentata nel volume costituirebbe inoltre un incentivo, a parere di chi scrive, per avvicinare settori in parte diversi e con esigenze diverse allo stesso dibattito, gettando così basi utili alla creazione di un terreno comune di contenuti sul tema affrontato; una premessa, quest’ultima, di fondamentale importanza nell’ottica di stabilire connessioni tra la ricerca e la pratica (Becker, 2024). Bibliografia Becker, Anna (2024). Applied linguistics communities of practice: Improving the research practice relationship. Applied Linguistics (45)2, 272–286. https://doi.org/10.1093/applin/amad010 Rivers, Damian J. (2013). Institutionalized native-speakerism: Voices of dissent and acts of resistance. In Stephanie A. Houghton and Damian J. Rivers (Eds.), Native-speakerism in Japan: Intergroup dynamics in foreign language education (pp. 75–91). Multilingual Matters. BOOK REVIEW: NATIVE-SPEAKERISM AND TRANS-SPEAKERISM. ENTERING A NEW ERA. E-JournALL, 12(2) (2025), pp. 84-89 89 Giulia Berchio, Institut de plurilinguisme / Pädagogische Hochschule Graubünden giulia.berchio@unifr.ch IT Giulia Berchio è attualmente collaboratrice scientifica presso l’Alta Scuola Pedagogica dei Grigioni e l’Istituto di plurilinguismo di Fribourg, dove si occupa di progetti di ricerca e sviluppo e dell’organizzazione di eventi relativi all’apprendimento e all’insegnamento delle lingue. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze del linguaggio presso l’Université de Fribourg con una tesi sulla struttura informativa di parlanti adulti bilingui italiano/svizzero-tedesco. EN Giulia Berchio is currently a research associate at the Graubünden University of Teacher Education and the Institute of Multilingualism in Fribourg, where she works on research and development projects and organises events related to language learning and teaching. She obtained her PhD in Language Sciences from the Université de Fribourg with a thesis on the information structure of bilingual Italian/Swiss German adult speakers. ES Giulia Berchio es actualmente colaboradora científica en la Escuela Pedagógica de los Grisones y en el Instituto de Multilingüismo de Friburgo, donde se ocupa de proyectos de investigación y desarrollo, y de la organización de eventos relacionados con el aprendizaje y la enseñanza de idiomas. Obtuvo el doctorado en Ciencias del Lenguaje por la Universidad de Friburgo con una tesis sobre la estructura informativa de hablantes adultos bilingües italiano/alemán suizo.