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ISSN: 2158-3846 (online) 

http://journals.oregondigital.org/hsda/ 

DOI: 10.5399/uo/hsda.2.1.2981 

 

 

 

 

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Studiare dopo internet 

Alberto Sobrero, Università La Sapienza di Roma 

Abstract: The internet changes our ways of both knowing and thinking. A 

person who has grown up using the internet, whether for school or simply to 

play videogames, tends to extend and reproduce the same model of knowing 

in other instances. The internet replaces a linear and centralized model with a 

circular and diffused framework for self-learning that presents certain familiar 

limits: it demands speed or, at least, not pausing. The internet user is 

omnivorous, in a rush, and develops a memory that is limited to the short 

term. However, there are some positive aspects of circular learning that 

should be emphasized: the possibility of constructing personal paths, 

comparing different opinions, innovating, overcoming old disciplinary 

divisions, surmounting the drawbacks of linear learning that often lead to 

uncritical and purely molecular thinking.  

 La Rete modifica sia il modo di conoscere che di pensare. Una mente 

cresciuta sulla Rete, facendo ricerche per la scuola, o semplicemente 

giocando, tende a riprodurre anche in altre occasioni lo stesso modello di 

conoscenza. A un modello lineare la Rete sostituisce un modello circolare e 

diffuso di autoapprendimento che presenta alcuni noti limiti:  richiede di 

correre, o per lo meno richiede di non fermarsi. L’utente della Rete è onnivoro 

e ha fretta e matura una memoria chiusa nel breve termine. Ci sono tuttavia  

aspetti positivi dell'apprendimento circolare che vanno sottolineati:  la 

possibilità di costruirsi propri percorsi, sondare diverse opinioni, innovare, 

superare vecchie partizioni disciplinari, superando i difetti 

dell'apprendimento lineare che molto spesso induce a un pensiero acritico e 

premente molecolare. 

Io mi colloco fra coloro che hanno incontrato abbastanza presto i problemi 

dell’informatica e coloro che sembrano rifiutare l’idea stessa che il mondo dei nostri studi 

stia radicalmente cambiando; fra quelli che riescono a tenere dietro alla rivoluzione 

permanente della Rete e quei colleghi che si disperano per l’ignoranza dei nostri studenti, e 

si meravigliano che anche i più bravi non abbiano letto Guerra e Pace, l’Ulisse, o Argonauti 

del Pacifico. 

Eppure, diciamo trent’anni fa, mi avevano avvertito. Io ho cominciato a parlare di queste 

cose con tre maestri. E prima di fare alcune riflessioni generali li vorrei ricordare: sono 

Giorgio Cardona, Armando Petrucci e Alberto Cirese. In qualche modo tutti e tre 

anticiparono l’ingresso del computer nelle nostre stanze. 



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Ognuno di loro, in tempi e situazioni diverse, mi ha insegnato qualcosa. Giorgio Cardona 

mi ha insegnato come il linguaggio del computer avrebbe cambiato non solo il modo di 

scrivere, ma principalmente il modo di pensare. Con Armando Petrucci ragionammo sulla 

possibilità e sulle difficoltà di un catalogo unico della letteratura popolare a stampa. La 

letteratura popolare non può definirsi se non nel suo contesto e questo è l’aspetto più 

difficile da formalizzare e che, dunque, rendeva Petrucci scettico sull’utilità del progetto. 

Cirese il computer lo aveva atteso… lavorando con le schede perforate, con repertori, 

regesti, cataloghi. Nel 1979 a Villa Mirafiori entrò il Commodore con 32 K di RAM, poi il 

Commodore 64 e via via macchine sempre più potenti. Un po’ tutti, con le lezioni di Carlo 

Cellucci, avevamo imparato a programmare in Basic. E il merito di Cirese fu quello di 

sottolineare subito la differenza tra un uso attivo e un uso passivo della macchina, la 

possibilità, come aveva scritto, di “comandare a un servo che non ha paura della morte” 

(Cirese). Fino agli ultimi anni Cirese continuò ad aggiornarsi, a studiare manuali. E penso 

che sia rimasto ingabbiato in questa contraddizione. Non si adattò mai all’idea che la 

macchina diventasse sempre più autonoma, sempre più senza padrone, o che il padrone 

fosse collettivo e invisibile. Con il computer voleva avere un rapporto personale, a due: un 

rapporto che finiva per essere inevitabilmente un rapporto con se stesso. Volle gestire il 

computer sfidandolo, come pensava fosse dovere di un intellettuale, ma forse finì per 

gestirlo con la mentalità di un intellettuale di altri tempi. 

Queste premesse servono per introdurre alcune considerazioni generali sul tema 

assegnatomi: Studiare dopo internet. Il tema è vastissimo ed è difficile dire qualcosa di 

nuovo. Mi limito a offrire alcuni argomenti di discussione. 

Comincio con il commentare due fra le affermazioni più frequenti intorno a questa 

questione. La prima è l’affermazione secondo la quale la Rete sta modificando il nostro 

modo di pensare e addirittura il nostro cervello. Per molti aspetti è un’affermazione vera, 

per altri meno. L’affermazione può essere assunta in tre versioni. Per capirci direi in una 

versione fortissima, in una versione forte e in una versione debole. Cominciamo non dalla 

prima, ma dalla versione forte, dall’idea che negli individui cambiamenti nella funzionalità 

e nello stesso assetto neurologico possano darsi in presenza di esperienze e sensazioni 

diverse. In questo senso penso che l’affermazione sia vera. L’assetto dei 100 miliardi (o 

quanti sono) di neuroni che abbiamo in testa è quanto mai plastico: e sia nella filogenesi che 

nell’ontogenesi questa è stata la proprietà più significativa del cervello. In antropologia 

cognitiva ci sono molte osservazioni su come le modalità della conoscenza possano 

modificare alcuni aspetti del complesso sistema di modulazione e demodulazione simbolica 

del mondo esterno e interno. E proprio Cardona aveva iniziato in Italia studi in questa 

direzione. Restando al nostro tema si potrebbe supporre, ad esempio, che lavorando con il 

computer per ore e ore si possa sviluppare di più l’emisfero sinistro rispetto al destro, le 

disposizioni analitiche rispetto a quelle di sintesi, l’elaborazione digitale rispetto alla 

percezione analogica. È vero, ad esempio, che alcune forme di memoria spazio-temporale 

tendono a potenziare le aree del cervello preposte all’orientamento spaziale. O molto 

semplicemente che l’esercizio della memoria potenzia i circuiti neuronali interessati al 

trasferimento delle informazioni nella memoria a lungo termine. Direi di più: come vedremo 



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subito, stare molto al computer rende più difficile leggere libri; lo sperimentiamo ogni 

giorno e principalmente lo vediamo nei nostri studenti. 

Ovviamente tutt’altra cosa è la versione fortissima della nostra affermazione, l’ipotesi 

che la macchina cerebrale possa, in relazione ai modi e ai contenuti della conoscenza, 

subire cambiamenti nella sua forma base, reintrodurre, insomma, un’ipotesi di tipo 

lamarckiano. Nel nostro caso, ad esempio, dovremmo dire che, nel lungo periodo, lo 

sviluppo del linguaggio digitale potrebbe diventare fattore selettivo nell’evoluzione della 

specie. E, dunque, che si vada verso la morte del libro per l’incapacità di leggerlo. 

Non mi addentro in problemi evoluzionistici di questa natura. Lo scetticismo rispetto a 

un’interpretazione fortissima del rapporto fra macchina del cervello e modi del conoscere 

mi viene piuttosto da un altro aspetto della questione, dall’osservazione che, non dico il 

computer, ma la Rete è molto meno digitale di quanto normalmente si pensi. Una cosa è il 

metodo di manipolazione e trasmissione dei dati, la riduzione del mondo a un codice 

binario, e questo è il linguaggio del computer, altra cosa sono le disposizioni cognitive che 

dobbiamo mettere in atto per una ricerca in Rete, o davanti, ad esempio, a un testo 

multimediale. 

Mettiamo da parte la vecchia immagine del cervello che conosce il mondo e 

sostituiamola piuttosto con la nozione di Mente, come fra i primi la intesero Maturana e 

Varela, e in campo antropologico Gregory Bateson, e come la intende ormai tanta scienza del 

Novecento: la Mente come insieme di sistemi che permettono a un organismo di scambiare 

con l’ambiente esterno informazioni, trasformando così se stesso e il proprio ambiente. Una 

pianta e il proprio ambiente formano una Mente, come qui dentro in questa giornata noi 

formiamo una Mente (almeno speriamo). Ogni uomo è il luogo di molte Menti, di molte 

relazioni, di molte storie. E allora si tratta di studiare i linguaggi della Mente, i sistemi di 

comunicazione attraverso i quali i messaggi vivono e si trasmettono all’interno della Mente, 

o meglio all’interno di quella che Bateson chiamava la Creatura, l’insieme delle Menti. 

Non vorrei andare troppo avanti lungo questa pista e del resto sono argomenti ben noti, 

quel che mi interessa sottolineare è che non c’è una conoscenza analogica e una conoscenza 

digitale fra loro separate, ma che da sempre abbiamo comunicato con il mondo grazie a quel 

corpo calloso che lega fra loro i due emisferi e continueremo a pensare, a comunicare e a 

vivere in questo modo; questo è anzi uno dei caratteri precipui della nostra specie nel regno 

animale. I messaggi tra noi e il mondo, i messaggi attraverso i quali entriamo in relazione 

con il mondo e con noi stessi che siamo parte del mondo sono di varia natura, corrono 

lungo strade diverse, ma di certo sono sia analogici che digitali e probabilmente prevedono 

anche qualcosa di più, qualcosa su cui comunque qui non è il caso di fermarci. 

Se la versione forte della nostra affermazione dice che la pratica di un pensiero digitale 

modifica l’assetto plastico del nostro cervello, la versione debole ci dice che questo accade 

da sempre, che da sempre la Mente ha avuto bisogno per comunicare con il mondo del 

linguaggio analogico e del linguaggio digitale, di un emisfero che ci rende parte del 

territorio e di un emisfero che dall’esterno ci costruisce mappe. 

 



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Esclusa la versione fortissima, la versione forte può interessare i neuroscienziati: di certo 

è fondamentale vedere come la struttura plastica del cervello si conforma all’esperienza 

sensibile. Per noi antropologi interessante è piuttosto l’aspetto debole di questa 

affermazione, osservare come le modalità e i contenuti del conoscere siano strettamente 

connessi e come questo passi attraverso tutte le mediazioni e tutti gli strumenti che 

definiscono il rapporto fra noi e il mondo. Tra noi e il mondo c’è la storia della specie, ci 

sono gli altri, c’è la nostra cultura, ma anche la nostra capacità di manipolare il mondo, di 

costruire strumenti che potenziano la nostra presenza: dagli strumenti più semplici ai più 

raffinati. Dentro lo spazio della Mente c’è l’addomesticamento delle piante e degli animali, 

ma anche la stampa, il treno e ora il computer e la Rete. Con ognuna di queste innovazioni 

cambia in qualche modo la dimensione spazio-temporale della nostra Mente. Con molte 

differenze, ma in base ad analoghi principi. 

Non ho bisogno di citazioni varie per dire che, a maggior ragione, l’insieme costituito da 

l’autore, dal testo e dal suo lettore è una Mente e che questa Mente è ovviamente diversa a 

seconda delle mediazioni che attraversa. 

La Rete è una Mente e, come ogni altra Mente, è per sua natura dialogica, plurilogica. 

Che poi la sua configurazione la renda stupida o intelligente, è altra questione. 

La seconda affermazione che vorrei brevemente commentare è quella secondo la quale 

dopo quella della scrittura, la rivoluzione della Rete, negli ultimi dieci-quindici anni, è la 

seconda vera rivoluzione culturale. 

Anche in questa affermazione c’è indubbiamente molto di vero: la scoperta della stampa 

ha avuto una rilevanza sociale e culturale enorme e forse decisiva nel passaggio alla 

modernità, ma, in fondo, era un estremo perfezionamento della scrittura. E così per il 

computer nelle sue prime fasi. In ambedue i casi si trattava solo di uno sviluppo, per quanto 

immenso, delle capacità della memoria, un’estensione del deposito del sapere e della 

velocità della sua diffusione. Direi di più: c’è stato un breve periodo, pochi decenni, nei 

quali, rispetto alla scrittura, l’oralità sembrava destinata a recuperare il terreno perduto. La 

comunicazione sembrava scommettere più sulla radio, sui registratori, o sul telefono, che 

non sulla stampa o sulle fotocopie. Il passaggio alla rete ha segnato una svolta qualitativa: la 

Rete permette di sapere diversamente. E, a differenza di quanto è accaduto per la scrittura, 

nel caso della Rete la svolta è stata improvvisa. In questo senso non mi sembra esagerato 

usare il termine rivoluzione. Tutto vero, e sul quel sapere diversamente ci torneremo subito. 

Ma, anche in questo caso credo che rimanga valido quel principio di Marshall McLuhan 

secondo cui “il ‘contenuto’ di un medium è sempre un altro medium” (McLuhan 16). È un 

principio che può essere interpretato in molti modi, ma che proporrei di intendere non nel 

senso che il mezzo di comunicazione tecnologicamente più avanzato fagocita il precedente, 

né nel senso che lo sostituisce, ma semplicemente nel senso che sul piano della 

comunicazione i diversi sistemi di trasmissione ridefiniscono le loro postazioni e i loro 

campi di influenza, disegnano diversamente i loro confini: in molti casi si accostano 

semplicemente l’uno all’altro, in altri si escludono, si sovrappongono, o si fondono. 



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Parliamo pure di rivoluzione, ma è bene sottolineare che anche in questo caso non c’è 

una linea evolutiva unica. Per dirla con l’immagine tradizionale non stiamo di fronte a un 

albero, ma a un cespuglio, a un moltiplicarsi e intrecciarsi di linee e possibilità di 

comunicazione. Quello che è ormai acclarato per l’evoluzione nel suo tratto biologico, vale 

anche nel tratto culturale. In questo senso proprio lo stesso studio della letteratura popolare 

insegna molto: come diceva una grande esperta della materia, la studiosa francese 

Geneviève Bollème, la letteratura popolare a stampa è una letteratura scritta da chi non sa 

scrivere per chi non sa leggere. E come nel caso della letteratura popolare bisogna intendere 

l’opposizione oralità versus scrittura in un senso molto debole, così si può osservare come 

nella Rete il rapporto fra i diversi sistemi di comunicazione sia quanto mai intrigato. Per 

certi versi è come se si fosse ingranata la marcia indietro. La stampa aveva superato i testi 

dei copisti, aveva escluso il rischio di errori, di falsificazioni, di correzioni, l’idea delle 

possibili varianti. I testi collaborativi della Rete ci riportano a prima della stampa, possono 

cambiare in continuazione, non sono mai definitivi. Ma questo è solo un primo passo, poi 

c’è il secondo; il ritorno, appunto verso l’oralità: come nei Forum e in Wikipedia. 

Una cosa che consiglio sempre, a chi consulta Wikipedia, specie nei casi di voci 

apparentemente più neutre, è quella di cliccare sullo spazio Discussione. Ci sono voci 

corrette centinaia e migliaia di volte. Interventi che dissentono, che propongono, che 

rimandano ad altre voci, ad altri punti di vista. Alla formazione di Wikipedia collaborano, 

oggi 8 gennaio 2012, 703mila persone. 

Si dice sempre del paradosso per il quale in Wikipedia gli argomenti più complessi sono 

quelli che faticano a trovare un equilibrio e quindi sono apparentemente trattati nel modo 

più neutro e quasi anonimo, ma bisogna appunto andare all’origine di quell’apparente 

anonimato, alla Discussione di cui la voce è il prodotto. 

Vi inviterei, per esempio, a confrontare la voce bunga-bunga nell’edizione in inglese e in 

quella in italiano. In inglese: 

Bunga bunga is a phrase of uncertain meaning that dates from 1910 if not earlier. By 

2010 the phrase had gained popularity in Italy and the international press as well, 

when it was used by the Italian Prime Minister Silvio Berlusconi to refer to his 

alleged sex parties, which caused a major political scandal in Italy.
1
 

In italiano, dopo lunga discussione e votata a maggioranza: 

L'espressione XIX secolo, in particolare nella letteratura odeporica e nella manualistica 

botanica, prevalentemente come toponimo dell'Australia o come usanza aborigena della stessa 

nazione. Il termine è stato poi ripreso nel 1910, nell'ambito di un celebre scherzo, durante il 

quale ne è stata volutamente fatta intendere un'origine africana, con l'attribuzione di un 

significato incerto.
2
  

È noto, del resto, come Nupedia, la prima Wikipedia, sia fallita proprio perché le voci 

venivano “controllate” da un team di esperti. Il passaggio da Nupedia a Wikipedia era il 

passaggio da una forma di scrittura pre-stampa, a qualcosa che assomiglia molto ai modi 

della comunicazione orale. 



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La rivoluzione della Rete va intesa quindi non come un taglio netto, uno spartiacque fra 

il prima e il dopo, ma come un moltiplicarsi dei supporti e dei modi della comunicazione e 

un loro riassestarsi in confini ed equilibri diversi. 

Facciamo esempi più seri. La voce Evoluzione. La voce inglese, prevede 279 references, 

un archivio di qualche centinaia di pagine di discussione, i pro e i contro, le prove, l’analisi 

dei testi, una catena infinita di rinvii etc. In questo caso anche la versione dell’edizione 

italiana (fatta se capisco bene da Telmo Pievani) ha suscitato dal 2005 un discreto dibattito, 

tecnico e ideologico. Ma prendiamo un’altra voce Cultura. Nel dizionario inglese, la voce 

prende varie pagine e la discussione dal 2004 a oggi è ininterrotta e archiviata anno per 

anno. Nella versione in italiano il testo è una versione ridotta della voce inglese, ma senza 

nessuna discussione. 

Quel che spesso noi docenti non sappiamo fare e insegnare è non tanto saltare il baratro 

fra la comunicazione della lezione orale o del testo scritto e il nuovo flusso comunicativo 

della Rete, ma non vedere i ponti fra la vecchia e la nuova oralità, fra la vecchia e la nuova 

scrittura, all’interno della Rete. I molti possibili collegamenti e attraversamenti fra i diversi 

flussi di comunicazione. Molte cose sono cambiate, ma molte sono rimaste uguali e non 

potranno cambiare più di tanto, ma richiedono una gestione diversa. 

È chiaro che, contrariamente a quanto di solito si pensa, l’interesse di Wikipedia sta 

spesso proprio nella molteplicità dei suoi linguaggi, nella pluralità delle fonti, nella non 

chiusura dei testi, più che nel testo finale. Più in quello che non appare che in quello che 

appare. 

Noto solo un altro aspetto fra i tanti possibili. Se cercate, poniamo Lévi-Strauss in 

italiano, trovate un paio di pagine, delle quali, per esperienza, riconosco, o credo di 

riconoscere l’autore. La discussione è inesistente. Se andate nella pagina francese vi trovate 

ovviamente un articolo molto più significativo, ma principalmente se cliccate sullo spazio 

della discussione siete rinviati ai diversi progetti, in questo caso al projet d’anthropologie, 

dove Wikipedia nell’edizione francese è approfondita e adeguatamente francesizzata, come 

contenuti e come discussioni. Non è difficile vedere dietro l’impostazione dell’edizione 

francese di Wikipedia una politica culturale e una comunità scientifica che nell’edizione in 

italiano sembra del tutto assente. 

Veniamo ora brevemente alla fruizione del mezzo da parte degli studenti. Wikipedia è 

nata se non sbaglio nel 2001 e le reti sociali – le varie MySpace, Facebook, etc. – si sono 

moltiplicate a partire dalla metà del passato decennio, e, dunque, gli studenti di oggi sono 

grosso modo la prima generazione nata culturalmente nella Rete. 

Premetto che della crisi dell’università gli studenti sono davvero gli ultimi responsabili, 

né penso che la colpa si possa dare alla Rete. Sta di fatto che la Rete ha modificato tempi e 

modi dello studio e, in primo luogo, il rapporto con il libro. Sono cose che sappiamo bene, 

di cui si è discusso molto e di cui tutti abbiamo esperienza. 

Una prima opposizione che spesso si sente ripetere è quella fra un apprendimento 

lineare e un apprendimento circolare. Il nostro tempo di studio era lineare, congeniale alla 



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forma libro: come in un libro c’era un inizio e una fine, un sapere propedeutico, degli 

strumenti e un linguaggio di cui impossessarsi, e c’era un momento in cui si poteva dire di 

essere padroni di un certo argomento. Il percorso era per tutti uguale e confrontabile. E 

anche l’organizzazione della cultura e della società procedeva per via lineare: la divisione 

del lavoro fra chi scriveva un libro e chi lo leggeva, fra chi insegnava e chi apprendeva, i 

passaggi generazionali.  

A un modello lineare la Rete sostituisce un modello circolare e diffuso di 

autoapprendimento, ma prima che nella Rete il tempo lineare viene meno nella società. 

Sono cose sulle quali c’è ormai una bibliografia vastissima. E sono noti i difetti del modello 

di apprendimento attraverso la Rete. L’apprendimento circolare richiede di correre, o per lo 

meno richiede di non fermarsi. L’utente della Rete è onnivoro e ha fretta; a ogni incrocio 

bisogna scegliere, ogni volta si scoprono possibilità e strade impreviste. Se provate a 

domandare a un vostro studente perché non ha letto questa o quell’opera di un certo peso, 

una delle risposte più frequenti è: “non ho tempo.” La risposta suona bene, è quella famosa 

del matematico Galois: con la differenza che Galois il giorno dopo aveva un duello, mentre 

per lo più il nostro studente al massimo starà preparando un microesame. 

Ma quella dello studente è una risposta sincera. Non c’è un inizio e non c’è una fine 

della ricerca; tutto è parte di un insieme senza confini. La ricerca potrebbe andare avanti 

all’infinito e dimenticare completamente il punto di partenza. 

La Rete non dà la misura di quanto non si sa, come può capitare entrando in una 

biblioteca; è piuttosto una terra di mezzo fra il non sapere e il sapere. Basta andare in Rete! 

La psicologia della Rete è, del resto, un po’ quella che accompagnava la nostra acquisizione 

di fotocopie: una volta fatte erano anche un po’ studiate! Le conoscenze dei manuali (e 

magari i riassunti dei romanzi) sono tutte là, sempre disponibili e facilmente reperibili. La 

mediocrità, il carattere impersonale, la parcellizzazione, la fretta, sono caratteri connaturati 

alla logica della Rete. 

Gli aspetti positivi sono l’altra faccia dei difetti. Da una parte il rischio di un pensiero 

acritico e molecolare, dall’altra la possibilità di costruirsi propri percorsi, sondare diverse 

opinioni, innovare, superare vecchie partizioni disciplinari, saperne più dei docenti. 

Lo strumento della conoscenza, come dicevo, modifica non solo il modo di conoscere, 

ma anche il modo di pensare. Si pongono subito due problemi. Il primo riguarda la 

memoria. Tutti avrete notato come i nostri studenti dimentichino presto quel che hanno 

studiato. Il passaggio dalla memoria di lavoro, a quella a lungo termine dipende da due 

fattori: un adeguato tempo di esposizione allo stimolo e la capacità di elaborazione dello 

stesso, la possibilità di collocare il dato elaborato all’interno di un quadro di riferimento o, 

meglio all’interno di una storia già presente. La questione è molto più complessa: è 

interessante, ad esempio, notare che si memorizzano più facilmente i dati e le esperienze 

che si ritengono più utili, o che le esperienze e le notizie piacevoli o spiacevoli si 

memorizzano in maniera diversa. E questo accade anche per le nozioni, considerate più o 

meno interessanti. 



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Anche limitandoci a una presentazione generale della questione, è chiaro che una lettura 

veloce e frammentaria come quella della pagina in Rete, ne rende difficile la 

memorizzazione. Tanto più che ogni pagina tende a essere indipendente e autosufficiente e, 

anzi, per lo più si tratta di frammenti troppo piccoli e troppo numerosi perché possano 

essere momentaneamente depositati nella memoria di lavoro ed essere elaborati, 

considerando, come è noto, che la memoria a breve termine più di tanto non può contenere. 

Gli esperimenti in questo senso sono numerosi e tutti arrivano alla stessa conclusione. 

Durante la lettura di una pagina scritta si registra un’attività cerebrale decisamente superiore 

a quella registrata durante la lettura di pagine in Rete, si ricorda molto di più quando si 

legge da un libro che quando si legge nella Rete, e mentre nel primo caso si è in grado di 

ricostruire il contenuto della lettura nell’ordine in cui è esposto, nel secondo caso il ricordo 

oltre ad essere decisamente inferiore è anche del tutto disorganizzato. Si tende anzi, a 

ricordare come quando si ricordano i sogni: ognuno ricorda a proprio modo, ma tutti 

ricordiamo a partire dall’ultima pagina per tentare di risalire alla prima. 

Non posso approfondire la questione, ma è chiaro che siamo in presenza di due memorie 

completamente diverse, e una mente cresciuta sulla Rete, facendo ricerche per la scuola, o 

semplicemente giocando, tende a riprodurre anche in altre occasioni lo stesso modello di 

conoscenza. Leggere un libro diventa faticoso, specie se si tratta di un romanzo, di una 

storia lunga e che non può essere frammentata più di tanto. I romanzi pretendono una 

lettura profonda e sembrano incompatibili con la Rete. 

Ma c’è un ultimo aspetto della questione che vorrei almeno sfiorare, è l’interrogativo che 

si è posto Aime in un recente libretto, Il dono al tempo di Internet. Come sapete si tratta di 

un argomento molto trattato in antropologia: qual è il significato di un dono? Perché si 

dona? Da Mauss in poi il dibattito è stato intenso. Quali sono le motivazioni che spingono a 

contribuire allo scambio di file, di conoscenze, di competenze culturali? Quali sono le 

motivazioni che portano a condividere, a mettere in Rete gli appunti di una lezione, o a 

rispondere alla richiesta di aiuto sul passaggio di un testo, sulla miglior traduzione di una 

certa frase idiomatica, o semplicemente sull’uso di una parola? 

In Italia non abbiamo ancora in ambito antropologico una riflessione sul rapporto fra 

antropologia e informatica analoga a quella che hanno i filologi, o progetti complessivi come 

quelli degli storici (Bologna). In Italia pochissimi antropologi, docenti o studenti che siano, 

collaborano, per esempio, a Wikipedia. Molto ridotta è anche la produzione di software 

specifici, quasi esclusivamente dedicati alla catalogazione del patrimonio culturale (Bravo-

Tucci, Costa). In linea di massima i siti e i portali di cattedre, dottorati, musei, riviste, come 

Antropologie (Clemente), Fareantropologia (Dei) o come Anthropolis, sono pagine non 

molto ricche. 

E solo da poco si è assunto il mondo della Rete come possibile terreno di ricerca 

etnografica e di riflessione antropologica (Bitti, Dei). 

Il limite di queste riflessioni mi sembra quello di utilizzare troppo genericamente il 

termine Rete, o termini come File sharing etc. Bisognerebbe a mio avviso fare alcune 

distinzioni. Anche se accettiamo una definizione di dono molto più vicina a quella di 



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Derrida che non a quella di Mauss e quindi diciamo che lo scambio in Rete è uno scambio 

generalizzato e allargato, un dono fatto anonimamente a una comunità anonima, senza 

pensare di poterne avere una qualche restituzione immediata e senza contabilizzare il dare e 

il ricevere, dobbiamo, tuttavia, fare alcune distinzioni in base ai contenuti scambiati e alle 

comunità coinvolte. Distinguerei decisamente fra comunità senza confine, come nel caso di 

Wikipedia, e comunità definite, o per interessi, o in riferimento a confini esterni. La 

differenza è notevole. 

Diverso è il caso dei Forum free studenteschi. Prendo ad esempio il Forum degli studenti 

del Corso di Laurea di antropologia di Lettere alla “Sapienza” di Roma. Quasi tutti gli 

studenti dichiarano di entrare nel Forum, di prendere sul serio le indicazioni che vi 

trovano, di collaborare con loro opinioni. E questo penso capiti un po’ per tutti i corsi di 

laurea. È un materiale che meriterebbe una qualche attenzione. Perché uno studente perde 

tempo (fra virgolette) a spiegare a un altro studente i sistemi fondamentali della parentela o 

la nozione di rappresentazione perspicua in Wittgenstein? Penso ad alcune risposte 

possibili. 

Di certo, in primo luogo, per un bisogno di appartenenza, per il bisogno di affermare la 

propria presenza all’interno di un gruppo. Di solito gli interventi sono seri, rispettano i 

principi della netiquette, raramente trovo meccanismi espliciti di competizione. Ed è un 

bisogno di presenza tanto più grande quanto più l’istituzione universitaria è lontana e 

silenziosa. Non ci si aspetta alcun ritorno, e non mi sembra ci sia una vera circolarità. A 

rispondere sono sempre un gruppo di nickname evidentemente più preparati, per i quali 

segnare la propria presenza competente confina in molti casi con la necessità di conferma, 

di autostima, e magari con un evidente e salutare narcisismo. 

C’è poi una seconda motivazione che mi sembra decisiva. Preso nel suo complesso 

questo genere di scambio configura non tanto un’opposizione tra logica del mercato e logica 

del dono, come nel caso di Wikipedia o di altre forme di condivisione p2p, quanto 

un’opposizione alla logica dell’istituzione in quanto tale, una sorta di alleanza tattica contro 

il sistema. Il linguaggio, per quanto rispettoso, rivela una guerriglia semantica più vicina 

alle tattiche subalterne di resistenza studiate da De Certeau che non a un progetto politico 

generale di contestazione. 

In qualche modo difetti e pregi della Rete si riflettono nella psicologia della nuova 

generazione (o ne sono riflesso). Sono i caratteri dei recenti movimenti studenteschi: 

l’assenza di grandi ideologie, l’assenza di progetti alternativi, un procedere a volte confuso, 

ma, al tempo stesso, la capacità di non farsi intrappolare in schemi e partiti, di inventare 

percorsi nuovi, l’idea di prendere possesso della città dirigendosi improvvisamente verso la 

periferia piuttosto che marciare verso il centro. 

Quel che voglio dire è molto semplice: dobbiamo ripensare le forme del nostro 

linguaggio, più di quanto non si sia fatto fino adesso, e fare pendere la bilancia dalla parte 

degli aspetti positivi della Rete. Non è detto, ma è solo un esempio, che un romanzo di 

cento o cinquecento pagine vada letto solo in modo lineare: si può insegnare a smontarlo e 

rimontarlo, a identificare percorsi diversi, a scoprirne le parentele in altri romanzi, a 



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ipotizzare altri finali. Non è questa del resto, la vera natura del romanzo? Quello che 

chiedevano di fare tanti romanzieri, da Cervantes e Diderot in poi? E così la lettura di un 

saggio può attraversare molti altri saggi, girare nella Rete, arricchirsi, riempirsi di ipotesi 

alternative, sperimentare nuove forme di rappresentazione. E questo è forse più importante 

nelle nostre discipline umanistiche che non nelle discipline scientifiche. 

Se vediamo così le cose, i problemi non sono quelli che ci tormentano da dieci anni: il 

rapporto fra crediti e numero di pagine, le richieste di programmi in “non più di cinque 

righe, con traduzione in inglese, dei risultati attesi,” o stupidaggini simili. Si può portare 

all’esame anche un solo romanzo o un solo saggio, ma lo si può far esplodere nelle più 

impensate direzioni. Come accade nella Rete, le cento pagine possono diventare mille. Si 

tratta, per così dire, di marcare percorsi lineari all’interno di sistemi complessi, fino a 

imparare a leggere l’intero romanzo proustiano, o fino a studiare Le strutture elementari 

della parentela, insegnando il piacere di quella lettura, leggendo ogni pagina come un 

passaggio inatteso. 

 

                                                

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 http://en.wikipedia.org/wiki/Bunga_bunga [9 gennaio 2012]. 

2

 http://it.wikipedia.org/wiki/Bunga_bunga [9 gennaio 2012]. 

http://en.wikipedia.org/wiki/Bunga_bunga
http://it.wikipedia.org/wiki/Bunga_bunga


Humanist Studies & the Digital Age  Alberto Sobrero 

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Wikipedia. "Bunga bunga” Wikipedia, L'enciclopedia libera, 2011-2012. Web. 9 gennaio 2012. 

 


