Humanist Studies & the Digital Age, 2.1 (2012)
ISSN: 2158-3846 (online)
http://journals.oregondigital.org/hsda/
DOI: 10.5399/uo/hsda.2.1.2996
57
Testo Tempo Verità
Domenico Fiormonte
Università Roma Tre
Abstract: This article tries to show the strict interdependence of the concepts
of text, time, and truth in relation to textual transmission. It develops the
thesis that the identity of the text is a function of a series of actors working on
the historic, cultural, religious, and other levels. It offers the example of the
origination of the Old Testament, which is considered the real foundational
act of Western practices of identity construction/reconstruction. This event
generated the metaphysics of the text that produced the overlapping of
theological and philological truth. Nonetheless, the digital dimension seems
potentially able to call into crisis the pact of identity that is based on the
assumed stability of the written document and the idea of time that derives
from it. The present scenario sees a tension between the data
preservation/retrieval paradigm and the creative/performative style of online
writing. We are facing a dialogue and interaction with and between machines
that the methods and traditional tools of the humanist sciences find
increasingly difficult to understand, describe, and map.
In questo articolo si cerca di mostrare la stretta interdipendenza dei concetti
di testo, tempo e verità in relazione alla storia della trasmissione dei testi.
Viene avanzata la tesi che l’identità del testo sia funzione di una serie di attori
che agiscono sul piano storico, culturale, religioso, ecc., e a tale proposito
viene portato l’esempio della nascita dell’Antico Testamento, vero atto
fondativo delle pratiche occidentali di costruzione/ricostruzione dell’identità.
Dalla metafisica del testo generata da questo evento scaturisce la
sovrapposizione di verità teologica e verità filologica. Ma la dimensione
digitale sembra potenzialmente in grado di mettere in crisi il patto identitario
fondato sulla presunta stabilità del documento scritto e sulla concezione
tempo che ne deriva. Lo scenario presente vede una tensione fra il paradigma
della conservazione/retrieval dei dati e quello produttivo-performativo delle
scritture online. Un dialogo e un’interazione con e fra le macchine che i
metodi e gli strumenti tradizionali delle scienze umanistiche fanno sempre
più fatica a comprendere, descrivere, mappare.
[Nisargadatta] Maharaj said quite often that books get written; they are never
written by authors. Only a little thought is necessary to see the truth of what he
meant. He was NOT referring only to books on spiritual matters; he was referring to
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all books. In the overall functioning of the manifested universe, whatever was
necessary as written or spoken words appeared spontaneously …. No credit or
blame could attach to any individual writer for the simple reason that the
individual is a mere illusion and has not autonomous existence.
Ramesh S. Balsekar, Experience of Immortality.
E varrebbe la pena di ripercorrere la storia dell’edizione dei testi in rapporto con le
diverse concezioni di verità, e perciò dell’autorità da conferire ai testi stessi. Qui n
è possibile.
Cesare Segre, Avviamento all’analisi del testo letterario.
Introduzione: Tre giganti incatenati
Pubblico per la prima volta in italiano questo contributo che – in omaggio alla mobilità
che dà il titolo al nostro volume – ha subito nel tempo una serie di modificazioni1. Mi
accingo a connettere insieme tre parole il cui suono fa già tremare i polsi: Testo tempo
verità.
Che cosa unisce, almeno nella mia prospettiva, questi tre giganti incatenati (e non solo
perché privi di interpunzione delimitatoria)? Quello che cercherò di abbozzare è l’origine e
l’ubi consistam della concezione universalista e monologica del testo. Ovviamente è sopra (e
sotto) il testo che troviamo il tempo, senza il quale non esiste né testo né verità. Mi limiterò
a illustrare il legame fra verità testuale e relativa concezione del tempo attraverso l’uso di
alcune “scene,” rinunciando a sostenere un’argomentazione rigorosa, se non nel senso che
gli attribuisce Olivier Reboul, quando definisce l’argomentazione un metodo a metà strada
“fra il necessario e l’arbitrario” (Reboul 102). La mancanza qui e lì di nessi, qualche
interpolazione (vedi esergo) e la presenza di ambiguità espositive, testimoniano che questo
lavoro è e non può che rimanere precario, programmaticamente instabile e aperto.
1. Assalto alla maestà
Manuali e dizionari in genere ci forniscono tre classi di definizioni del – o informazioni
sul – testo:
Un’etimologia: la parola deriva dal latino “textus” che significa tessuto. Si tratta
quindi di qualcosa che sta insieme, le cui parti sono strettamente intrecciate tra
loro;
Un’ipotesi: il testo è anche ciò che viene prodotto e scambiato in una
comunicazione linguistica;
Una definizione: il testo è una produzione linguistica, scritta o orale, realizzata
con l’intenzione e l’effetto di comunicare qualcosa a qualcuno.
Sin qui nulla che richiami direttamente la nozione di “verità” (indugerò molto in questo
intervento sull’ambiguità fra “verità testuale” e “testo veritiero,” poiché le due espressioni
sono forse logicamente, ma non storicamente distanti). Il problema della “verità” del testo
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infatti viene introdotto a un certo punto della storia, quando la scrittura comincia a
solidificarsi in prodotti stabili – o almeno percepiti come tali (Jaynes 218-249). Il testo cioè
non è più un supporto della comunicazione orale o una funzione di contesti sociali,
religiosi, ecc., ma acquista una sua indipendenza. Come sappiamo questa “indipendenza,”
che è la forza del testo, rappresenta per Platone insieme un pericolo e il suo limite più
grande: e infatti egli attacca “il discorso muto” della scrittura contrapponendolo alla parola
viva (la “verità” si raggiunge solo dialetticamente).
Ma quando accade che la verità smette di essere dialettica e viene consegnata al testo?
Una riflessione che affonda le sue radici negli anni Trenta del secolo scorso (da Walter
Benjamin a Paul Valèry), e che culmina negli anni Cinquanta e Sessanta (da Harold Innis a
Marshall McLuhan) è concorde nell’identificare lo spartiacque nell’invenzione e diffusione
della stampa. Lo stesso concetto di “autore,” che si svilupperà e culminerà nel
romanticismo (Woodmansee 35-55), nasce grazie alla diffusione in più copie identiche dello
stesso oggetto-libro. Insomma riproducibilità, oggi come ieri, è sinonimo di identità
(Mordenti). Tuttavia la nozione di verità del testo, nel senso più puramente teo-filologico,
sembra essere assai più antica e soprattutto più legata alle radici della nostra cultura:
Ora, o re, emana il decreto e fallo mettere per iscritto, perché sia irrevocabile, come
sono le leggi di Media e di Persia che non si possono mutare. (Daniele, 6, 9)
2
I satrapi del regno di Dario sono invidiosi di Daniele, prediletto del re e promosso ad alti
incarichi. L’unico modo per incastrarlo è colpirlo nella pratica della fede: pretesto per
l’accusa diventerà la sua preghiera rituale nel momento in cui si chiede che essa diventi
illegale. È perciò che i nemici di Daniele convincono il Re babilonese a emanare un decreto
in cui si stabilisce che chiunque “rivolga supplica alcuna a dio o uomo all’infuori del re”
deve essere gettato nella fossa dei leoni, ma soprattutto sanciscono che debba essere firmato
perché diventi “irrevocabile.”
Se questa è una delle testimonianze più belle della fondazione della “stabilità” del testo,
l’episodio ne testimonia tutta l’ambiguità e la potenza contraddittoria. Il potere qui si
incarna nel Testo “pubblicato” che diventa sinonimo di “immutabile.” Ma questo stesso
potere è vittima del Testo, cioè di un sé scagliato su un supporto: il Re Dario, che pure ama
e rispetta Daniele, sarà costretto a far eseguire il decreto che ha lui stesso promulgato. La
maestà del Testo è superiore alla maestà della persona. Anche il più potente dei Re, di
fronte al Testo, si deve inchinare. La parola, lontana da chi l’ha proferita, è una condanna.
Ma anche una garanzia per chi l’ascolta.
La lezione dei nemici di Daniele, tuttavia, servì allo scopo. È proprio al tempo della
cattività babilonese (qui reale, là mitema) infatti che gli Ebrei elaborano il loro Testo. La cui
maestà sarà destinata ad avere effetti ben più profondi di una condanna a morte.
Mario Liverani, nel suo Antico Oriente. Storia, società, economia, sintetizza la nota
questione della “composizione” dell’Antico Testamento. Si tratta di una vicenda assai
complessa che riassumerò per sommi capi (lo stesso Liverani la narra in modo più esteso in
Oltre la Bibbia). In sostanza, in seguito alle invasioni assiro-babilonesi del Regno di Israele
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(VIII-VI sec. a.c.), avvengono successive ondate di deportazioni delle élites giudee nei
territori dei conquistatori:
Nabucodonosor espugna Gerusalemme una prima volta, riducendola alla
condizione di regno vassallo (597), e poi una seconda volta ponendo fino
all’autonomia locale (586). ... E mentre i deportati in altre zone assire venivano fusi
(anche forzosamente) alle popolazioni locali, gli esuli giudei in Babilonia
mantennero maggiore coesione e individualità.” (Liverani, Antico Oriente 680-681)
Dunque assistiamo a un doppio movimento di popolazioni, deportati in arrivo, che
“portarono le loro divinità e le loro costumanze” in Palestina (682) ed élites palatine o
templari che cercano di perpetuare nell’esilio babilonese “la purezza della loro lingua, delle
loro costumanze, della loro religione, per difendersi dall’assimilazione” (682). Ivi compresi i
testi sacri. A questo punto però avviene qualcosa di singolare, ovvero gli esiliati tornando
nella loro terra notano che le antiche tradizioni sono scomparse o si sono corrotte, insomma
non la “riconoscono”. E cominciano a considerarsi, in quanto scampati al disastro
nazionale, gli unici eredi legittimi. Essi “restaurano tempio e legge, vietano matrimoni misti
e sincretismo religioso, considerano illegittima la presenza sul territorio di coloro che non
fanno parte della comunità religiosa yahwistica...” (687). È a partire da questo momento che
inizia quella che Liverani chiama la “rifondazione storiografica”, ovvero l’operazione di
riscrittura della storia di Israele in chiave nazional-religiosa:
Ricollocando alle epoche di redazione i singoli interventi testuali che assommati
insieme costituiscono l’Antico Testamento, ci si accorge che la maggior parte di essi
si colloca ... in epoca post-esilica (dunque in età achemenide ed ellenistica) – e in
misura minore proprio ai limiti estremi di essa, in età esilica. Certamente il
complesso dell’Antico Testamento è da valutarsi e da apprezzarsi più nella
prospettiva del secondo tempio che non del primo, più nel quadro del ritorno
dall’esilio che non della formazione e dello sviluppo del regno di Israele, e
costituisce un caso colossale di ripensamento della storia passata, e di una sua
riscrittura, in funzione del presente (un presente assai posteriore alla storia narrata)
(Liverani, Antico Oriente 690).
Siamo insomma di fronte a un caso, forse il più eclatante, in cui l’identità del testo è
funzione del suo contesto culturale (religioso in questo caso). Più di due millenni prima di
Google assistiamo a un episodio di manipolazione retroattiva delle forme di (auto)
rappresentazione della realtà – i testi – che avrà conseguenze inimmaginabili nella storia
dell’Occidente. Il tempo del testo diviene il tempo dell’uomo.
2. I rinnegati del testo
Il consolidarsi e rapprendersi dei prodotti dello spirito su un supporto materiale che i
poteri non sono estranei nel rendere sempre più stabile e sempre più fisso (Innis), produce
quella rivoluzione della conoscenza nella quale siamo ancora immersi. Vari secoli dopo la
sua invenzione e diffusione, il testo, può essere così definito da un critico e filologo:
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Se consideriamo i segni grafici (lettere, interpunzione, ecc.) come significanti di
suoni, pause, ecc., e riflettiamo sul fatto che questi segni possono essere trascritti
più volte e in vari modi (per esempio con grafia e caratteri diversi), restandone
immutato il valore, possiamo concludere che il testo è l’invariante, la successione
di valori, rispetto alle variabili dei caratteri, della scrittura, ecc. … Il testo è dunque
una successione fissa di segni grafici. Questi significati grafici sono poi portatori di
significati semantici …; ma occorre insistere in partenza su questa costituzione
originaria. Occorre insistervi, perché le ricchissime, praticamente infinite
implicazioni di un testo, quelle che richiamano lettori ai testi anche per secoli e
millenni, sono tutte racchiuse nella letteralità dei significati grafici. Di qui
l’importanza della filologia, che s’impegna nella conservazione il più possibile
esatta di questi significati. Il fatto che la sopravvivenza dei testi implichi inevitabili
guasti nella loro trasmissione deve sollecitare ancor più lo sforzo di tutelarne la
genuinità. (Segre, Avviamento 29-30; corsivi miei).
3
Tralasciamo per un momento alcune lacune interne di questa lunga definizione (non si
fa accenno, almeno qui, al ruolo autonomo della forma del testo, né alla sua dimensione
pragmatica) e concentriamoci su tre parole chiave: testo come invariante, sua conservazione
e genuinità. Non siamo ancora alla “verità” ma ci stiamo avvicinando (e non solo per
allitterazione).
Immagino che per alcuni apparirà persino troppo scontato (oggi 2012 ma la prima
edizione dell’Avviamento è degli anni Ottanta) che una parola come ‘invariante’ riferita a un
testo rimandi a un mondo sepolto – per analogia e contrasto vengono subito in mente le
“scritture mutanti” della rete. Restando alla definizione, considerare i segni grafici delle
varianti che rimandano a un “valore immutato” vuol dire proiettare il testo in un iperuranio
senza tempo; e d’altronde se, come viene ammesso, il testo può variare, allora com’è
possibile che il suo valore possa rimanere immutato nel tempo? Da dove verrebbe attinta
questa sua intangibilità?
Tuttavia trattare con sufficienza questa definizione sarebbe avventato – e soprattutto
pericoloso. Perché, in realtà, siamo di fronte all’unica concezione del testo riconosciuta
come tale dalla disciplina che al testo ha dedicato immensi sforzi teorici e applicativi,
ottenendo i più grandi e duraturi risultati: la filologia. E questa disciplina, regina delle
discipline storiche e vanto delle scienze umanistiche, per quanto acciaccata e in crisi, è
ancora oggi, a più di un secolo dagli strali di Nietzsche, la dominatrice e custode dei metodi
di rappresentazione, produzione e gestione della conoscenza scritta. Cioè, almeno per la
civiltà occidentale, della conoscenza tout court. Con tutto ciò che consegue a livello sociale,
politico, economico, culturale: leggi e carte costituzionali, contratti di matrimonio e polizze
sulla vita, computer e giornali, reti autostradali e civiltà urbane. Queste conquiste – se così
vogliamo chiamarle – sorgono dal patto fondato sul documento scritto, il corpo-monumento,
che viene inciso, scolpito, reso pubblico, ma raramente vissuto.
Si comprende dunque perché sempre Segre, che pure venti anni prima aveva definito il
testo come “un concetto limite,” (Segre, Avviamento 362) scrive nel 2001:
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Il testo è tutto il nostro bene; nessuna nostra escogitazione per quanto brillante o
suggestiva può valere e significare di più del testo nella sua maestà. Questa maestà
coincide con la verità, che è nostro dovere perseguire con impegno, nel testo e
ovunque. Potrebbe essere questo il primo comandamento in una specie di
giuramento di Ippocrate dei critici letterari. E non mi dispiace che
nell’imperversare irrefrenabile dei mass media, nel trionfo della virtualità,
nell’assordante sovrapposizione di voci e parole ormai dissanguate del loro senso,
ci siano discipline che contengano un insegnamento, oltre che metodologico, anche
deontologico. (Segre, Ritorno alla critica 99)
Ecco è apparsa “la verità”. Però non riluce, non illumina e sembra anzi piuttosto
minacciosa. Il testo diventa il solo orizzonte etico, anzi si incarna e si identifica con l’etica
stessa. Siamo ben oltre la ricostruzione della “verità testuale”. Chi è fuori dal testo, non solo
non possiede la verità (letterale e a questo punto spirituale del testo), ma è bandito dal
consorzio umano. È un rinnegato. È questa l’inevitabile parabola della religione del testo:
imbastire alla contemporaneità il processo per eresia.
Luciano Canfora ha dedicato un pamphlet al problema della condanna della critica
testuale da parte della chiesa cattolica (ma problemi analoghi si riscontrano in altre
confessioni), legando i destini della filologia alla possibilità stessa di esercitare il pensiero
critico. Titolo e sottotitolo del saggio sono già una tesi: Filologia e libertà. La più eversiva
delle discipline, l’indipendenza di pensiero e il diritto alla verità. Ma anche in questo caso
si parla di verità: certo si tratta di una verità costruita, almeno idealmente, nel confronto
libero delle opinioni e attraverso studi rigorosi, storicamente fondati. Alla fine però il
rischio è che si tratti di un atto di fede ontologicamente affine; come nell’Antico
Testamento, terreno di lotta fra due verità, quella critico-testuale e quella teologica
(Barbaglia, “La rilevanza ermeneutica”; Prato, “Gli scritti biblici”).
Sarebbe ingiusto negare ai filologi il desiderio di libertà o attribuirgli un eccesso di
conservatorismo. Ciò di cui parlano Segre e Canfora è naturalmente l’accettabilità e
l’accertabilità di un testo. E accettabilità non vuol dire verità. Tuttavia l’accettabilità
presuppone un circuito che a sua volta comporta l’introduzione di gerarchie, sistemi di
valutazione (la falsificabilità dell’esperimento) e in definitiva giudizi. E la filologia in fondo
non è altro che una teoria del giudizio. Dunque il problema della verità teologica, uscito
dalla porta, rientra dalla finestra: chi stabilisce, infatti, le gerarchie? Chi dovrebbe garantire
la democraticità e scientificità dei metodi, se non un’altra comunità, che nel corso tempo si
potrà costituire inesorabilmente come casta? Il metodo, il percorso, non è mai neutrale. E
persecutori e perseguitati alla fine si ritrovano intrappolati nello stesso labirinto seriale.
3. Tempus digitale
A dire il vero, anche all’interno della filologia, qualcuno aveva iniziato a reagire
all’orizzonte apocalittico prospettato poco sopra. La filologia della “frattura e degli scarti”,
invocata da Corrado Bologna, e il rispetto per la “verità dei fruitori”, di cui parla Roberto
Antonelli (“Spazio, tempo e testualità”), sono un onesto tentativo di salvare il salvabile,
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ovvero la varietà storica del documento, legata al contesto dinamico della cultura in cui quel
documento nasce e si “sviluppa”. Grazie a questi e altri studiosi
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è emersa, attraverso uno
studio più attento dei supporti e degli elementi visuali e materiali della scrittura (Storey),
una concezione dinamica del testo, che non viene più solo considerato come un prodotto,
ma come un processo. Partendo da considerazioni simili, ma confrontandosi più
esplicitamente con l’antropologia culturale, Benozzo propone di fondare un’etnofilologia,
ovvero lo studio dell’insieme dei processi e dei contesti che conducono alla fissazione
dell’artefatto culturale (35-63). Credo non sia sbagliato ipotizzare che la comparsa del
supporto digitale abbia fornito un potente stimolo a queste riflessioni. E il problema del
“riconoscimento e della costruzione” del dato (Bologna 50), nell’incontro con l’informatica,
diventa l’atto stesso di fondazione di una nuova disciplina neo-(post?)filologica:
l’informatica umanistica. Di fronte alla constatazione che l’informatica implica un
ripensamento del nostro rapporto col dato, e di conseguenza del nostro modo di fare ricerca,
è chiaro che il progetto di questa disciplina non potesse essere altro che quello di elaborare
un nuovo quadro epistemologico. Già alla fine degli anni Ottanta alcuni filologi, tra cui
ricordo Raul Mordenti, Philip Brockbank, Peter Robinson e Francisco Marcós Marín,
avevano cominciato a esprimere insoddisfazione per gli strumenti e le metodologie
tradizionali della critica testuale, elaborando da diverse prospettive teoriche e culturali,
modelli e prototipi di edizione elettronica. E nel mondo anglo-americano a partire dai primi
anni Novanta si sfornano a ritmo continuo prodotti e risorse che si pongono dichiaratamente
non solo oltre l’edizione critica (McGann), ma anche oltre il testo.
Pur essendo queste posizioni fra le più avanzate nel settore e pur avendo prodotto
importanti risultati pratici e teorici, il processo di digitalizzazione implica traumi assai più
profondi del riassetto della textual scholarship. La comunicazione digitale (di ciò stiamo
parlando: perché il testo è stato costretto a cedere un po’ della sua “maestà”), va oltre
l’orizzonte di ricostruzione storico-critica. Il progetto che ho dedicato qualche anno fa a
Valerio Magrelli è un esempio di che cosa può accadere nel momento in cui si avvia, nella
cornice digitale, una qualsiasi procedura per la creazione di un oggetto di comunicazione
complesso (e ciò anche al di là delle mie intenzioni iniziali). La Magrelli Genetic Machine
5
non è infatti solo un modo di rappresentare la genesi di un testo già pubblicato, già scritto
(le differenti manifestations come le chiama Shillingsburg, ma un oggetto indipendente, un
nuovo inter-testo. Forse un testo che mentre si guarda, si riscrive. Si tratta forse di una
‘ipotesi di lavoro’, come venivano definite alcune edizioni critiche? Ma l’edizione critica era
ed è ideologicamente legata alla ricostruzione dell’originale perduto o della volontà
autoriale. Lì il filologo scandaglia l’origine ed elabora cronologie6, qui l’autore si liquefà nel
mare delle varianti; fluttua7, come dire, su sé stesso. Se l’autore è uno, le scritture-letture
sono molteplici. Quale delle due (o delle tre) è illusione? Oggi tali identità liquide vanno
ben oltre l’orizzonte post-filologico e s’incarnano nelle forme di mashup
8
e remix del Web
2.0, dove la nostra traccia si espande in una miriade di micro-testi alfanumerici: dai “Mi
piace” di Facebook ai commenti ai blog, dai tweets alle etichette (folksonomies) con i quali
descriviamo le risorse o i siti che visitiamo o archiviamo, ecc. Una miriade di para, micro e
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meta-testi che ci de-scrivono e dai e attraverso i quali siamo rappresentati (Fiormonte,
“Pragmatica digitale”).
Parallelamente a questa quotidianità pervasiva abbiamo le forme “native” della scrittura
digitale: spazi dove la scrittura, quella delle macchine e quella dell’uomo, si fanno azione
nel tempo. Sono un esempio le rappresentazioni interattive (costa fatica chiamarli
videogame) come Façade (http://www.interactivestory.net/) di Michael Mateas o le
centinaia di sperimentazioni che ricadono sotto l’instabile definizione di digital literature
(Hayles; Riva).9 Una delle opere che mettono in scena performativamente questa
processualizzazione, Screen (http://www.noahwf.com/screen/index.html), è stata realizzata
da Noah Wardrip-Fruin presso la Brown University. Su una delle tre pareti (alle spalle non
c’è nulla) viene proiettato e allo stesso tempo letto da una voce un testo poetico. Dopo poco
comincia l’interazione. Parole singole o frasi intere si staccano dalle pareti come una
pellicola e ci vengono incontro fluttuando. Pur avendo visto e interagito con l’opera
confesso che è difficile descriverne a parole l’intensità semiotica, aurale e cinetica.
Dall’altra parte abbiamo il lavoro di edizione dei testi che viene in qualche modo
“illuminato” e al contempo scosso da queste forme post-testuali. Le tecnologie di
produzione non sono più disgiunte da quelle di conservazione. È come se il riflesso delle
forme native di comunicazione digitale si riverberasse all’indietro, colpendo al cuore
l’antico sistema di “valori”: modi, sguardi, metodologie.
L’edizione critica e la sua (le sue) verità non crollano per effetto della digitalizzazione,
ma perché questa ha fatto nascere forme di comunicazione, come accade ad esempio nella
script act theory di Peter Shillingsburg (40-78), che “relativizzano,” o meglio circoscrivono
la (le) “verità” di quelle precedenti, mostrandone i limiti – il bias culturale. È il processo
descritto da Innis, e poi da McLuhan, più di cinquanta anni fa.
Occorre a questo punto chiarire che quando parliamo di “limiti” del testo, non stiamo
parlando soltanto di limiti intrinseci al medium o ai suoi prodotti – la letteratura. Edward
Morgan Forster diceva che i limiti della letteratura sono negli occhi con cui osserviamo la
realtà (Foster 165). Ma purtroppo la vista di questi “occhi nuovi” viene stroncata sul
nascere. La proiezione del passato sul futuro, incarnata nel paradigma della conservazione
(oggi prevalente anche nelle Digital Humanities), è dal punto di vista etico l’inverso del
continuo patteggiamento al quale è sottoposto ogni atto comunicativo (ivi inclusa la lettura
di un testo). Dietro la conservazione vi è lo “spirito sistematico”, al quale Giorgio Colli
attribuisce il “disseccamento”10 della filosofia, che ha scelto come suoi strumenti la
scrittura e oggi continua il suo dominio attraverso un’interpretazione teologico-tipografica
della comunicazione digitale. Non può essere un caso che il risultato della maggiore libertà
di scambio – di comunicazione – nella Rete ha prodotto legislazioni ancora più repressive di
quelle del mondo della carta (vedi la European Copyright Directive o il Digital Millenium
Act negli USA).
Non nego il rischio che si può correre accogliendo in modo radicale queste tesi – né
l’accusa di relativismo decostruzionista. Insomma, il pericolo dell’oblio. Ma d’altra parte
non serve negare la possibilità dell’oblio per poterlo sfuggire. L’oblio non si fugge, si supera.
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Attraverso forme di rappresentazione che facciano vivere (e rivivere) il passato. Perché se
davvero il passato non è più in grado di parlarci, non possiamo dare la colpa al “balbettio
dei [nuovi] media” o alla deperibilità dei supporti. Perché non c’è colpa nel cambiamento.
Ma è tempo di concludere lì dove abbiamo iniziato.
4. Epilogo. Non c’è più Tempo
La notte dell’assassinio di Fëdor Pàvlovič Karamazov, il figlio Mitja, con le mani e il
volto imbrattati di sangue, corre a casa di Agrafena Aleksàndrovna (Grùšen’ka), dove,
sgomento, riceve la notizia che l’amata è partita per la vicina cittadina di Mòkroe. In questi
e nei successivi minuti Mitja matura la “decisione improvvisa” che lo porterà a costruire,
con le sue stesse mani, il castello di accuse che ne sancirà la condanna. Mitja Karamazov, in
preda alla più grande eccitazione, decide di spendere in baldoria il resto dei tremila rubli
ottenuti con l’inganno da Katerina Ivànovna. Si reca dunque alla bottega di Plòtnikov e qui
ordina Champagne e ogni sorta di ben di Dio, dopodiché, affittate due carrozze, una per lui e
una per i viveri, corre il più veloce possibile a Mòkroe. Ma mentre nella locanda del paese si
fa festa e Mitja riconquista Grùšen’ka, in città si sparge la voce dell’assassinio di Fëdor
Pàvlovič. In poco tempo viene organizzata una spedizione per raggiungere e interrogare
Mitja, principale sospettato. A Mòkroe giungono fra gli altri il giudice istruttore Nikolàj
Parfènovič, l’ispravnik Michaìl Makaryč e il sostituto procuratore Ippolìt Kirìllovič.
Dostoevskij divide il serrato interrogatorio in cinque capitoli: Tribolazione I, II e III, Il
procuratore prende in trappola Mitja, Il grande segreto di Mitja. Le beffe. Ed è quest’ultimo
quello che ci interessa. Giunti a quel punto dell’interrogatorio tutti i presenti sono convinti
della colpevolezza di Mitja, ma egli crede di giocare il tutto per tutto raccontando ciò che
ritiene il suo segreto più grave, ovvero la complessa dinamica del “furto” dei tremila rubli ai
danni di Katerina Ivànovna. Dopo aver raccontato come aveva ottenuto il denaro, Mitja
spiega che nonostante ciò che affermano molti testimoni egli non aveva speso tutti i tremila
rubli, ma ne aveva conservati millecinquecento. Enumera dunque una serie di casi in cui la
colpa, a suo parere, ne sarebbe risultata attenuata: per esempio nel caso avesse restituito
subito metà dei soldi o se al contrario li avesse sperperati tutti immediatamente. Entrambe
queste eventualità appaiono agli occhi di Mitja meno gravi di aver conservato i soldi. Tale
atto gli sembra insopportabile perché denota da parte sua un calcolo, oltre che il protrarsi
della sua impotenza: “è un mese intero che non riesco a decidermi, ecco! Ebbene, è una
bella cosa secondo voi, è una bella cosa?” Tuttavia i giudici di fronte a queste spiegazioni
rimangono freddi (“ma lasciamo da parte… queste sottigliezze”): al procuratore interessa
piuttosto l’uso che il sospettato avrebbe fatto di quei millecinquecento rubli. Ed ecco allora
Mitja prorompere con la sua teoria:
Ah, sì, infatti! – gridò Mitja, battendosi la fronte. – Perdonatemi, io vi faccio perdere
tempo e disperare e intanto non vi spiego la cosa più importante, se no avreste
capito subito, perché l’infamia è appunto nello scopo che avevo! Vedete: il vecchio,
il defunto, continua a insidiare Agrafena Aleksàndrovna, e io ero geloso, allora
credevo che lei fosse incerta fra lui e me. … Allora tirai via, a malizia, metà dei
tremila rubli e li cucii dentro un pezzetto di stoffa, li cucii a sangue freddo, per
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calcolo, li cucii prima di ubriacarmi, e poi, quando li avevo già cuciti, con l’altra
metà andai a fare baldoria! No, è una bassezza! Avete capito ora? …
Per tutto il tempo che ho portato addosso quei millecinquecento rubli, cuciti e
attaccati al collo, tutti i giorni, a tutte le ore io mi dicevo: “Sei un ladro, sei un
ladro!”
Il procuratore scoppiò in una gran risata… (Dostoevskij 986-987).
Il cuore della toccante quanto inutile contro-requisitoria di Mitja è costituito da questa
confessione. Il discorso auto-accusatorio ruota intorno a alla relazione fra scopo del crimine
e tempo (i giorni, le ore) lungo il quale il danno, per così dire, si estende. Egli è colpevole
perché ha rubato, ma lo è di più perché ha continuato a rubare: non fu solo l’atto di rubare a
costituire il danno, ma i mesi passati senza reagire. Lo scorrere della vita è colpa. In altre
parole Dmitrij Karamazov enuncia il principio che l’etica è funzione del tempo. Più il tempo
si dilata, più si restringe lo spazio dell’etica. Scontata la reazione negativa dall’autorità
giudiziaria, che ribatte infastidita e addirittura si fa beffe delle preoccupazioni di Mitja. È
qui che Dostoevskij offre una geniale rappresentazione di ciò che avviene quando la legge è
chiamata a interpretare e applicare la norma in base alla realtà vissuta. L’incomprensione
dei gestori del “tempo fisso” della legge si riflette e si lega all’accanita ricerca di una verità
che può scaturire solo da un’analisi dei fatti e da una valutazione delle prove; per l’autorità
giudiziaria è irrilevante per quanto i rubli siano stati attaccati al collo del sospettato. Tali
fatti e prove però sono “staccati” dal tempo perché la legge, applicandosi a tutti casi
concreti, non può che astrarre da essi e dunque esistere fuori dal tempo. Ciò che la legge
non può comprendere, e anzi rifiuta o censura, non è semplicemente l’ossessione bislacca di
un probabile criminale, ma la dinamicità dei processi temporali. Il tempo è in grado di
generare l’etica, ma la legge può condannare solo il fatto ingabbiato nel tempo statico del
suo giudizio trascendentale, fissato una volta per tutte nel testo.
L’armatura Testo-tempo-verità emerge dunque nella sua rilucente potenza: la metafisica
del testo, incarnata nella filologia – come dice Segre, “il testo non ha una natura materiale”
(Segre, Avviamento, 378) – opera una semplice sostituzione: dalla verità teologica a quella
filologica. Non si tratta dunque di nemici ma di alleati: entrambe lavorano per la ricerca
della verità e la filologia, come il fratello Diritto, si nutre di prove e indizi. Tale verità però è
già data nel momento in cui si postula che da qualche parte, al di fuori del tempo vissuto,
essa esista e sia indirettamente o direttamente attingibile. Nello stesso gelido empireo del
tempo chiuso stanno assise la Verità e il suo prodotto, il Testo. Le scienze umanistiche sono
state, finora, le principali alleate di questa visione – secondo Canfora, “solo dopo aver
ricostruito il testo si dovrebbe approdare (eventualmente) a scoprire quale verità esso
contenga” (Canfora 11) – come se l’operazione di ricostruzione fosse del tutto asettica.
Spero che ormai sia chiaro lo scopo di questa conclusione: ricordare come i conflitti che
sorgono nella produzione, uso e gestione dei contenuti digitali non siano esclusivamente di
natura economica o sociale. Dietro l’incomprensione o la difficoltà ad affrontare i problemi
scatenati dalla digitalizzazione del testo vi è una colossale rimozione del tempo vivo della
comunicazione.
11
Bachtin parla della “interrelazione dinamica” e della “lotta” fra i due
Humanist Studies & the Digital Age Domenico Fiormonte
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momenti che determinano “il testo come enunciazione: il suo progetto (intenzione) e
l’attuazione di questo progetto”. Il rapporto con il senso di qualsiasi comunicazione per
Bachtin è sempre dialogico:
La stessa comprensione è già dialogica… L’evento della vita del testo, cioè la sua
autentica essenza, si svolge sempre sul confine tra due coscienze, tra due soggetti.
… È un incontro di due testi: di quello pronto e di quello che si crea in reazione al
primo, quindi un incontro di due soggetti, di due autori. Il testo non è una cosa.
(Bachtin 295; corsivo mio)
Un nuovo tempus digitale scaturisce da un duplice processo di scrittura-lettura
identitaria della rete: l’interazione e dialogo con e fra le macchine (Sordi). Ma la
digitalizzazione fino ad oggi è stata prevalentemente interpretata come controllo, recupero e
gestione del dato: e il dato, come Mitja, può essere solo processato. Ai giudici-teologi della
digitalizzazione, interessa l’uso. Trovare, gestire, controllare. E condannare. Di qui
un’interpretazione prevalentemente chiusa del testo, trattato appunto come cosa, com’è
negli archivi, nelle biblioteche e nei relativi motori di ricerca. L’alleanza fra mondo teo-
filologico e logica del computer (il processore come “agente onniscente isolato”) è stata sin
qui salda. Ma nell’immersività simbiotica di esperimenti come il citato Screen, come
nell’uso quotidiano dei social media, il testo sfugge, “si evolve cooperativamente,” così
come ci insegna l’etnografia (Tyler), e noi scriviamo e leggiamo insieme alle macchine,
lasciando tracce che vengono surrogate da altri, manipolando e rifondendo contenuti (ma gli
altri chi o cosa?). L’autorialità collettiva, la co-autorialità delle macchine, non sono più solo
una simulazione. E la risata del procuratore Parfènovič, benché ancora riecheggi sinistra nei
corridoi dove si decidono i destini e i contorni delle nostre identità, è destinata a spegnersi
“nell’assordante sovrapposizione di voci e parole” della Rete.
1
Vi sono alcune persone che hanno visto nascere questo scritto e senza le quali non avrei
mai avuto il coraggio di dargli forma. Le ringrazio tutte, ma un pensiero particolare va a B.R.
Infine, mi sia permesso ricordare il Maestro Vedanta Ramesh Balsekar, scomparso a Bombay
il 29 settembre 2009 all’età di 92 anni. Tuja Namo (Mi inchino a te). Una versione
precedente del contributo è apparsa in Fiormonte, “Tiempo Texto Verdad.”
2
Il contesto storico del passo biblico è la divisione in satrapie a opera di Dario I di Persia
nel 521 a.C.
3
La precettistica segriana (il suo sembra un manuale per novizi: “guai a guastare la purezza”
ecc.) è il risultato pratico del processo sociale e storico che vede la stabilizzazione del testo
come base per la moderna religione del prodotto. Non è un caso che nel più ambizioso e
influente progetto educativo occidentale mai concepito (e in parte realizzato), quello di
Wilhelm von Humboldt, la filologia avrebbe sostituito la teologia (Vega 265-266).
4
Si veda il filone della semiotica retorico-ermeneutica, incarnato da François Rastier, il
quale critica la “concezione metafisica” del testo della linguistica: “Al di là della
complessità che caratterizza la testualità in quanto tale, infatti, i testi utilizzano non soltanto
lingue, generi e stili ma anche sistemi grafici e tipografici…. La semiotica ha in genere
trascurato tutti questi aspetti, al pari dei linguisti che si limitano allo studio della
morfosintassi.” (Rastier 110).
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5
Vedi la sezione dedicata a Magrelli su:
6
“Cosicché, attraverso l’ingenuità delle cronologie, si verrebbe fatalmente ricondotti verso
un punto sempre più remoto, mai presente in nessuna storia; questo punto non sarebbe altro
che il proprio vuoto; e a partire da esso tutti gli inizi non potrebbero essere altro che delle
riprese o delle occultazioni …. Non bisogna rimandare il discorso alla lontana presenza
dell’origine; bisogna affrontarlo nel meccanismo della sua istanza” (Foucault 34-35).
7
Uno degli strumenti di visualizzazione disponibili sul sito è stato battezzato infatti floating
variants.
8
Si veda l’esperimento realizzato da Paolo Sordi, “Io sono”, un sito che si alimenta
esclusivamente dei contenuti generati dai social media usati dall’autore:
http://iosono.infolet.it.
9
Vedi anche l’antologia disponibile su
.
10
“Così nasce la filosofia, creatura troppo composita e mediata per racchiudere in sé nuove
possibilità di vita ascendente. Le spegne la scrittura, essenziale a questa nascita. E
l’emozionalità, a un tempo dialettica e retorica, che ancora vibra in Platone, è destinata a
disseccarsi in un breve volgere di tempo, a sedimentarsi nello spirito sistematico” (Colli
116).
11
Tale incomprensione si ricollega alla teoria standard della comunicazione, che
descrivendo la comunicazione come un “passaggio,” scambia il “corpo morto” della
comunicazione, l’oggetto, per il suo corpo vivente, “la conversazione” (Ronchi 193-198).
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