Il dilemma etico dei pet: tra bestie, animali e persone 5 Is sn 2 2 8 0 -9 9 5 3 beyond anthropocentrism 1 • January 2013 Inside the Emotional Lives of Non-human Animals A Minding Animals International Utrecht 2012 Pre-conference Event Special Issue (Genoa, Italy, 12-13 May, 2012) Edited by M. Andreozzi, R. Bennison, A. Massaro, S. Tonutti Capabilities Approach and Animal Bioethics • Michele Panzera Animals and our Emotions. How to Approach the Study of an Interspecific Community? • Sabrina Tonutti Advocacy and Animal Rights • Kim Stallwood The Emotional Lives of Animals: a Christian Perspective • Alma Massaro – Gianfranco Nicora Animalia: Ontology and Ethics in Weak Antispeciesism • Leonardo Caffo The Contemporary Debate on Experimentation • Susanna Penco – Rosagemma Ciliberti Non-human Animals and Genetic Engineering • Arianna Ferrari The Relationship between Humans and Other Animals in European Animal Welfare Legislation • Paola Sobbrio Human’s Best Friends? • Matteo Andreozzi elationsRE L A T IO N S . B E Y O N D A N T H R O P O C E N T R IS M 1 • 2 0 1 3 R 10.1 June 2022 Animal Ethics, Ethology, and Food Ethics Edited by Francesco Allegri StudieS and ReSeaRch contRibutionS Korsgaard’s Duties towards Animals: Two Difficulties 9 Nico Müller Ethology of the Freed Animal: Concept, Paradigm 27 and Implementations to the Moral Status of Non-Human Animals Marco Celentano - Dario Martinelli Il dilemma etico dei pet: tra bestie, animali e persone 47 Matteo Andreozzi Being There: If the Pairing of the Birdwatchers Affects the Pairing 59 of the Birds Evangelina W. Uskoković - Theo W. Uskoković - Vuk Uskoković commentS, debateS, RepoRtS and inteRviewS Vegetarianism and Veganism from a Moral Point of View 85 Francesco Allegri Author Guidelines 93 Relations – 10.1 - June 2022 https://www.ledonline.it/Relations/ - Online ISSN 2280-9643 - Print ISSN 2283-3196 https://www.ledonline.it/Relations/ https://www.ledonline.it/Relations/ Relations – 10.1 - June 2022 https://www.ledonline.it/Relations/ - Online ISSN 2280-9643 - Print ISSN 2283-3196 https://www.ledonline.it/Relations/ 47 Il dilemma etico dei pet Tra bestie, animali e persone Matteo Andreozzi Independent Scholar doi: https://dx.doi.org/10.7358/rela-2022-01-andr matteo.andreozzi@gmail.com AbstrAct The main aim of this paper is to demonstrate the need to discuss the moral status of pets, showing how this can even offer an opportunity to rethink the entire set of rela- tionships between humans and non-human nature. I start by asking “who” or “what” pets are and why they should be treated morally different from other “beasts”. I also show how both anthropocentric and animal ethics are unable to solve the dilemma. In conclusion, I explore two possible coordinates to use in order to solve the dilemma: “interest” and “appropriate relational partiality”. I claim that these two key concepts could also be useful to show the need to find a mutual theoretical and conceptual framework toward which both anthropocentric and non-anthropocentric environmental ethics could refer. Keywords: animal rights; animal welfare; companion animals; contextual eth- ics; impartialism; intrinsic value; partialism; pets; relational ethics; special duties. 1. Le coordinAte di un diLemmA LAtente Sebbene il dibattito etico sulle responsabilità umane verso gli animali non umani (d’ora in poi “animali”) sia in continuo fermento, la discussione di settore contiene un’evidente omissione. Il quantitativo di testi filosofici dedicati allo studio dello status morale degli animali ha iniziato a crescere esponenzialmente a partire dagli anni ’70. Da allora a oggi, tuttavia, so- lo pochissimi filosofi si sono soffermati su quel particolare rapporto che intercorre tra gli esseri umani e i pet, nonostante l’evidente importanza che questi animali ricoprono all’interno della vita di moltissime persone e famiglie. Relations – 10.1 - June 2022 https://www.ledonline.it/Relations/ - Online ISSN 2280-9643 - Print ISSN 2283-3196 https://dx.doi.org/10.7358/rela-2022-01-andr mailto:matteo.andreozzi@gmail.com https://www.ledonline.it/Relations/ Matteo Andreozzi 48 L’antropologo Edmund Leach parla dei pet come di “uomini-anima- li” (man-animals): una categoria ontologico-concettuale situata in un luo- go intermedio tra ciò che è umano e ciò che, poiché “animale”, umano non è (Leach 1996, 45). Quest’ambigua e fuorviante dualità tra umano e animale ricalca molto bene il confine che separa il paradigma etico della tradizionale filosofia antropocentrica da quello delle più diffuse filosofie animaliste contemporanee: se per queste ultime tutti gli animali (esseri umani compresi) sono dotati di un medesimo valore non strumentale, per la prima soltanto gli umani – o per meglio dire le persone – sono soggetti morali dotati di valore intrinseco. Da tale dicotomia non dovrebbero, a rigore di logica, sfuggire nemmeno i pet. “Chi” o “cosa” sono, dunque, questi animali? “Bestie”, come tutti gli altri animali, o “animali”, proprio come noi esseri umani? Il loro indefinito status morale rappresenta anco- ra oggi un dilemma etico tutt’altro che risolto. Scopo di questo articolo è esplorare il dilemma e le sue più importanti implicazioni, mostrando come un suo approfondimento offra persino l’occasione di ripensare l’in- tero insieme di relazioni che intercorrono tra gli esseri umani e la natura non umana. Prima di procedere con la trattazione è importante precisare che il termine pet verrà qui inteso come una categoria ontologico-concettuale rappresentante un vasto insieme di animali: un insieme che, sebbene includa i cosiddetti “animali da compagnia”, non è a mio avviso ridu- cibile a essi. In quasi totale accordo con le proposte teoriche di Debo- rah Barnbaum (1998) e Gary Varner (2002), suggerisco di associare alla definizione di pet cinque condizioni, complessivamente necessarie e sufficienti. Un pet è un animale (prima condizione) il quale, per costri- zione esterna o per sua apparente volontà, vive in un’area che è signifi- cativamente sotto il controllo o l’influenza umana (seconda condizione). Questo animale appartiene a una specie diversa da quella umana (terza condizione) ed è dotato di interessi il cui totale o parziale soddisfacimen- to dipende dalle attenzioni di quegli individui (quarta condizione) che, decidendo di farsi carico della sua vita, vengono definiti “proprietari” di questo animale. Ciò che più di ogni altra cosa contraddistingue un pet, distanziandolo da altri tipi di animali, è tuttavia primariamente l’esistenza di un legame affettivo tra il proprietario e il suo animale (quinta condizio- ne), ed è proprio in merito a questo legame che credo sia necessario com- piere un’importante precisazione, prima di proseguire nella trattazione. Sebbene lo status di pet implichi che il proprietario dell’animale pro- vi affetto verso di esso, non è infatti per nulla scontato che il pet provi o debba provare affetto verso il suo proprietario. In perfetto accordo con la transitività espressa dai verbi “accarezzare” e “coccolare”, cui fa rife- Relations – 10.1 - June 2022 https://www.ledonline.it/Relations/ - Online ISSN 2280-9643 - Print ISSN 2283-3196 https://www.ledonline.it/Relations/ Il dilemma etico dei pet: tra bestie 49 rimento il vocabolo pet (dal verbo inglese to pet), i sentimenti dei pro- prietari di pet si dirigono verso l’animale, ma non necessitano di essere ricambiati. Il legame affettivo tra un proprietario e il proprio pet può dunque essere squisitamente unidirezionale: ecco perché ritengo siano considerabili pet svariati tipi di animali. Pet possono infatti essere: anima- li da compagnia, che hanno significative interazioni con i loro proprietari e che restano all’interno del rapporto con essi instaurato, apparentemente proprio per il giovamento tratto dalla stessa relazione (es. cani e gatti, ma anche altri animali, a seconda delle culture); animali domestici che, seppure ospitati in casa, non sono addomesticati (es. animali tenuti in gabbia o in stato di semilibertà, come certi roditori, uccelli, rettili, insetti o pesci); ma anche animali che, pur essendo addomesticati, non sono tut- tavia ospitati in casa (es. cani da guardia, cavalli da tiro o da corsa, certi animali da reddito e, più in generale, tutti gli “animali da lavoro” a cui i proprietari sono particolarmente affezionati). Nonostante sia opportuno tenere a mente che, in virtù delle precisa- zioni appena compiute, le argomentazioni che presenterò in questo arti- colo sono formalmente estensibili a tutti i pet, per esigenza di concisione e per svariate altre ragioni cui sto per fare cenno, concentrerò d’ora in avanti le mie riflessioni facendo riferimento soprattutto agli animali da compagnia e, più precisamente, ai cani e ai gatti. Cani e gatti sono infat- ti indubbiamente gli animali da compagnia (e più in generale i pet) più diffusi sul piano sociale, più trattati sul piano letterario, più considerati sul piano statistico e, ciò che più conta, meno sfiorati dagli argomenti della filosofia animalista. L’etica animalista (da quella welfarista a quel- la liberazionista, da quella antispecista a quella dei diritti degli animali) condanna infatti ormai sempre più spesso il possesso di animali domestici e l’utilizzo di animali addomesticati. Anche se in alcuni casi il fenomeno sembra almeno in parte recare giovamento alla qualità della vita degli ani- mali stessi, viene giudicato immorale non solo il nostro utilizzare questi animali per fini umani (come accade per gli animali da lavoro), ma anche il nostro sottrarli dal loro habitat e il nostro limitarne le libertà (come accade per gli animali tenuti in gabbia o in stato di semilibertà). Ciono- nostante, questi stessi argomenti non vengono praticamente mai utilizzati anche in riferimento agli animali da compagnia, soprattutto se gli animali in questione sono cani e gatti. Siamo tuttavia così sicuri che le modalità con cui siamo soliti instaurare relazioni con gli animali da compagnia re- chino giovamento agli animali stessi? E siamo poi certi che cani e gatti non vengano costantemente utilizzati per fini umani e/o privati di un loro mondo e di alcune loro libertà? Solo cercando, senza preconcetti, rispo- ste a queste domande è possibile difendere lo status morale di tutti i pet. Relations – 10.1 - June 2022 https://www.ledonline.it/Relations/ - Online ISSN 2280-9643 - Print ISSN 2283-3196 https://www.ledonline.it/Relations/ Matteo Andreozzi 50 2. Le contrAddizioni deLL’eticA AntropocentricA e di queLLA AnimAListA Riconoscendo valore intrinseco soltanto alle “persone” e reputando “persone” soltanto gli esseri umani (paradigmatici e non paradigmatici, presenti o futuri), l’etica antropocentrica non può in alcun modo fornire argomenti per rispettare i pet in qualità di pazienti morali (né come singo- li esemplari, né come specie). Gli unici argomenti che può offrire fanno perno su doveri indiretti relativi ai pet, che sono però in realtà doveri diretti verso altri esseri umani e i loro interessi. In sostanza, l’unico modo in cui l’etica antropocentrica può difendere sia la pratica del possesso dei pet, sia i nostri particolari doveri nei loro confronti è chiedere una specia- le considerazione morale per quei mezzi che certe persone adottano per perseguire i propri fini (se il mezzo y ha valore strumentale per x, e x ha valore intrinseco, allora esiste il dovere morale prima facie di non privare x di y). In quest’ottica, tuttavia, il valore dei pet dipende soltanto dal loro essere strumenti utili a perseguire le esigenze (affettive, psicologiche e identitarie) degli esseri umani. Sebbene la richiesta di rispettare questi animali come figli, amici o membri della propria famiglia sia dunque, dal punto di vista antropocen- trico, inconsistente, l’argomentazione offerta non è di per sé incoerente. Essa tuttavia, non riconoscendo un vero e proprio status morale a questi animali, è incapace di tutelare le specie animali e gli esemplari che non sono riconosciuti essere mezzi utili per i fini di culture differenti. Non ci si può dunque scandalizzare per il fatto che in alcune culture ci si nutra tutt’oggi di cani e gatti o li si uccida per divertimento: altrove, queste stesse pratiche, coinvolgono altri animali (es. mucche e tori) che per al- tre culture, invece, sono sacri. L’unico modo possibile di argomentare contro simili pratiche è condannarle nel loro complesso, riconoscendo il valore intrinseco di ogni forma di vita animale, proprio come sugge- rito dall’etica animalista. In sostanza, dunque, per potere dire di amare davvero i propri pet in un modo che è incomparabile a quello in cui si potrebbe dire di “amare” un oggetto come la propria automobile o il proprio smartphone, è necessario adottare un paradigma etico in base al quale è doveroso rispettare tutti gli animali. Accogliere gli argomenti dell’etica animalista, tuttavia, non aiuta real- mente a risolvere il dilemma dello status morale dei pet, anzi. La quasi totalità dei testi prodotti dai più strenui difensori dell’etica animalista non tratta infatti nel dettaglio il fenomeno del possesso e utilizzo dei pet (d’ora in poi “fenomeno dei pet”). Secondo Keith Burgess-Jackson il principale motivo per cui i filosofi animalisti hanno “paura” di discutere Relations – 10.1 - June 2022 https://www.ledonline.it/Relations/ - Online ISSN 2280-9643 - Print ISSN 2283-3196 https://www.ledonline.it/Relations/ Il dilemma etico dei pet: tra bestie 51 la questione è che essi sono generalmente imparzialisti (Burgess-Jackson 1998, 171-173). Fondando i propri argomenti su criteri di demarcazione morale quali la “sensibilità” o la “coscienza”, i filosofi animalisti afferma- no solitamente che le stesse ragioni per cui è dovuto rispetto agli esseri umani implicano la necessità di riservare lo stesso rispetto a tutti gli ani- mali (o quantomeno ai mammiferi). Poiché i pet, tuttavia, non sono più coscienti, intelligenti, complessi o sensibili rispetto ad altri mammiferi, l’imparzialismo dell’etica animalista resta incapace di argomentare in fa- vore delle speciali responsabilità che gli esseri umani dovrebbero avere verso questi animali. Quei pochi “coraggiosi” autori che difendono sia il valore intrinseco dei mammiferi, sia i nostri speciali doveri verso gli animali da compagnia si discostano dunque dall’etica animalista più tradizionale, adottando una prospettiva parzialista. Essi, in sostanza, affermano che, nonostante il generale obbligo di non danneggiare gli animali si rivolga a tutti gli animali (per ragioni sensiocentriche o psicocentriche del tutto analoghe a quelle dell’animalismo imparzialista), esso è perfettamente compatibile con il dovere di promuovere gli interessi solo di alcuni di loro: lo stes- so tipo di argomento, infatti, è valido anche all’interno dell’etica umana, dove il generale obbligo di non danneggiare uno sconosciuto è del tutto compatibile con quello di promuovere gli interessi dei propri figli, fami- liari o amici più stretti. In riferimento agli animali, quest’ultimo genere di doveri positivi si fonda su tre differenti speciali tipologie di responsabilità relazionali: quella che le comunità umane hanno nei confronti degli ani- mali con cui si sono co-evolute, all’interno di un’unica grande “comunità mista” (Midgley 1983); quella che le società umane hanno nei confronti degli animali che, a causa della stessa attività umana, vivono in particolari condizioni “non naturali” di vulnerabilità e dipendenza (Palmer 2010); e quella che i possessori di animali hanno nei confronti degli “animali che accolgono volontariamente nelle proprie vite – precisamente perché essi decidono di accoglierli nelle proprie vite” (Burgess-Jackson 1998, 161). Nonostante l’indubbia persuasività di queste ultime argomentazioni e la loro capacità di fare fronte ai problemi in grado di mettere in scacco gli altri approcci presi in esame, anche l’animalismo parzialista lascia aperta una difficoltà per nulla irrilevante. Esso, infatti, offrendo argomenti po- tenzialmente in grado solo di giustificare il perché sia per gli esseri umani lecito privilegiare certi animali rispetto ad altri, non pone mai realmente in discussione la liceità morale del possedere e utilizzare, in senso genera- le, i pet. Questa incapacità di interrogarsi a pieno spettro sullo status mo- rale di tutti i pet deriva a sua volta da un assunto potenzialmente in grado di invalidare l’intero discorso: quello secondo cui non vi sarebbe nulla Relations – 10.1 - June 2022 https://www.ledonline.it/Relations/ - Online ISSN 2280-9643 - Print ISSN 2283-3196 https://www.ledonline.it/Relations/ Matteo Andreozzi 52 di illecito nel possesso di animali da compagnia come cani e gatti, anche perché esso non implica in alcuno modo il loro utilizzo. Gli autori parzia- listi, infatti, per legittimare il possesso di cani e gatti accolgono spesso im- plicitamente e acriticamente gli argomenti addotti dalle altre correnti qui discusse. Argomenti fondati su ragioni che io sostengo essere fuorvianti, antropocentriche e incapaci di rendere evidente che, mentre è indubbio che gli esseri umani possano trarre innumerevoli forme di giovamento dal relazionarsi con gli animali da compagnia, la relazione tra i proprietari di questo genere di animali e gli animali stessi è di per sé incompatibile con l’intento di rispettare gli animali in generale. Sono almeno tre le ragioni che meritano di essere confutate. In base alla prima, si sostiene che la pratica della domesticazione di cani e gatti esiste da così tanto tempo che questi animali non hanno più compor- tamenti “naturali”. In realtà non c’è alcuna connessione rigida tra la premessa di questo argomento e la sua conclusione. Studi, ricerche, ma anche esperienze comuni dimostrano che, quando rilasciati nel mondo naturale, gli esemplari di molte delle specie addomesticate (cani e gatti compresi) ritornano rapidamente ad adottare i propri comportamenti “naturali” (spesso modificando anche i propri tratti fenotipici nel giro di poche generazioni, avvicinandosi ai propri ‘parenti’ selvatici) (Jensen 2005). Da ciò consegue che né questi animali necessitano di essere addo- mesticati per sopravvivere, né gli esseri umani sono tenuti a farsi carico delle vite di cani e gatti per la tutela dei loro stessi interessi. Un secondo ordine di motivazioni sostiene che, poiché cani e gat- ti dimostrano di apprezzare la nostra compagnia, essi gradiscono il loro status. Se è tuttavia lecito sostenere che gli animali da compagnia sembra- no gradire il rapporto con i loro proprietari, in nessun modo possiamo oggettivamente affermare che è, di fatto, così. Sebbene sembri che cani e gatti accettino e gradiscano il loro status, è infatti possibile sia che gli umani interpretino questi animali antropomorfizzando erroneamente i loro comportamenti, sia che gli animali esprimano sentimenti strategici (come quelli che potrebbe provare un carcerato nei confronti del suo car- ceriere) o frustrati: sentimenti che essi stessi preferirebbero rivolgere a membri della loro famiglia, del loro gruppo o del loro branco (nel caso dei cani). Non abbiamo abbastanza elementi per stabilire quale di queste eventualità sia la più reale o probabile. Il terzo e ultimo motivo su cui intendo soffermarmi si fonda sulla convinzione che sia i proprietari degli animali da compagnia che gli ani- mali stessi traggano un genuino beneficio dalla loro relazione (quando ri- spettosa). In realtà, nonostante i certamente numerosi e lodevoli tentativi di provvedere ai bisogni dei propri animali da compagnia, i proprietari Relations – 10.1 - June 2022 https://www.ledonline.it/Relations/ - Online ISSN 2280-9643 - Print ISSN 2283-3196 https://www.ledonline.it/Relations/ Il dilemma etico dei pet: tra bestie 53 di questi animali violano, con il solo possederli, molti dei loro bisogni. Tra i principali interessi degli animali da compagnia vi sono infatti, ad esempio, il bisogno di stare in contatto con la propria famiglia, il proprio gruppo o il proprio branco (nel caso dei cani); quello di accoppiarsi libe- ramente; o quello di fare i propri bisogni e di correre sempre liberamente (Jensen 2005; Aperta et al. 2006). Tutte esigenze che, nonostante le ecce- zioni esistenti, sono indubbiamente incompatibili con le più tradizionali forme di possesso di questi animali. Anche ammettendo la possibilità che agli animali da compagnia sia concessa la massima libertà possibile, esi- ste tuttavia almeno un altro interesse di questi animali che non dovreb- be essere filosoficamente sottostimato: quello di mangiare altri animali, possibilmente predandoli. Secondo John Baird Callicott (1985) e Steve Sapontzis (1998), tuttavia, i proprietari che lasciano ai propri animali la libertà di cacciare (almeno ogni tanto) le proprie prede sono filosofica- mente reputabili responsabili dei danni causati agli altri animali: anche se cani e gatti non sono agenti morali, sono infatti sotto la responsabi- lità degli agenti morali che si fanno carico della loro esistenza. Sebbene sembri che cani e gatti possano vivere bene seguendo una dieta esclusi- vamente veg(etari)ana, da un lato la questione è dibattuta e controversa (soprattutto in riferimento ai gatti), mentre dall’altro sia cani che gatti preferiscono largamente nutrirsi di cibi di origine animale (Hawn 2011; Knight and Leitsberger 2016). Ma se, come è solitamente loro consiglia- to, i proprietari di questi animali servono loro della carne (proveniente dall’uccisione, spesso industriale, di altri animali) essi contribuiscono nuovamente all’uccisione di altri animali. La scelta è sempre dunque tra il non rispettare un interesse legato al benessere degli animali da compa- gnia e il non rispettare altri animali. Dal punto di vista animalista si tratta di un vero e proprio vicolo cieco. Riassumendo: gli animali da compagnia non necessitano di essere posseduti dagli esseri umani; non possiamo mai dire con certezza se que- sti animali gradiscono il loro rapporto con noi o il loro status; è tutt’altro che facile venire incontro agli interessi di questi animali; e quand’anche fosse possibile, ciò implicherebbe necessariamente non solo discriminare altri animali, ma anche acconsentire alla loro uccisione. In sostanza, dun- que, anche dalla prospettiva animalista il dilemma rimane irrisolto. 3. iL corAggio di rispettAre gLi AnimALi Ciò che si è cercato finora di mostrare è che approfondire il dilemma dei pet significa non soltanto esplorare un insieme di problemi interconnessi Relations – 10.1 - June 2022 https://www.ledonline.it/Relations/ - Online ISSN 2280-9643 - Print ISSN 2283-3196 https://www.ledonline.it/Relations/ Matteo Andreozzi 54 tra loro, ma anche comprendere che i motivi che legittimano il possesso dei pet e la pratica stessa del possedere questi animali (siano essi animali addomesticati, domestici o di compagnia) sono moralmente incompatibili tanto con l’etica antropocentrica quanto con quella animalista. Pochis- simi autori hanno trattato questa contraddizione, ma sono tutti giunti a questa conclusione. Autori quali Gary Francione (2012) e Stuart Spencer (Spencer et al. 2006) sostengono addirittura che, poiché non può di certo essere il possesso degli animali da compagnia a giustificare la permanenza della pratica della domesticazione (una pratica che, essendo incompatibi- le con il promuovere il benessere degli animali, è da giudicarsi immorale), il fenomeno dei pet deve essere, nel suo complesso, portato all’estinzio- ne. In sostanza, dunque, per questi e altri autori, poiché non si possono cambiare i metri di giudizio così come ci si cambia di abito, argomentare contro il possesso e l’utilizzo di animali conduce ad argomentare anche contro il possesso e l’utilizzo dei pet, e l’argomentare contro il possesso e l’utilizzo dei pet implica l’argomentare anche contro il possesso e l’utiliz- zo degli animali da compagnia. Per quanto l’estinzione del “fenomeno dei pet” possa essere ritenuta un obiettivo etico da perseguire nel lungo termine, manca una guida in grado di iniziare a creare gradualmente, ma fin da subito, un mondo di equità e giustizia interspecifica che ancora non c’è. Secondo Erica Fudge, mentre molti altri animali offrono cibo per i piatti degli esseri umani e per le ciotole degli animali domestici, “i pet offrono ai filosofi cibo per il loro pensiero”: la potenzialità teorica di questi animali può anche essere diversa da quella degli altri animali, “ma è una potenzialità filosofica che non dovrebbe assolutamente essere sottostimata” (Fudge 2008, 8-9). Si tratta, a mio avviso, persino di una duplice potenzialità. La pri- ma concerne il rapporto tra gli esseri umani e questi animali. Poiché gli umani hanno costruito una stretta relazione con i pet (e in particolar mo- do con gli animali da compagnia), questi stessi animali possono giocare un ruolo decisivo nel modificare il modo in cui le persone sono solite pensare ed empatizzare con gli animali in generale. Non a caso, tanto i filosofi quanto gli attivisti animalisti spesso si avvalgono della domanda “se ami gli animali che chiami ‘pet’, perché ti nutri di quegli animali che chiami ‘cena’?” proprio per avviare un profondo processo di rivaluta- zione dell’alterità animale. Molto probabilmente, dunque, è proprio la relazione tra gli individui e i loro pet il più comune punto da cui si avvia quello stravolgimento paradigmatico del pensiero che sta alla base del non antropocentrismo animalista – in Cina, ad esempio, è stata proprio la crescita del “fenomeno dei pet” a determinare la parallela crescita dei movimenti per il benessere e i diritti animali (Littlefair 2006). La seconda Relations – 10.1 - June 2022 https://www.ledonline.it/Relations/ - Online ISSN 2280-9643 - Print ISSN 2283-3196 https://www.ledonline.it/Relations/ Il dilemma etico dei pet: tra bestie 55 e filosoficamente più rilevante potenzialità è data dalla capacità, propria forse solo del dilemma sullo status morale dei pet, di riportare su un medesimo terreno di discussione l’etica antropocentrica, quella anima- lista e persino quella ambientalista, spingendo queste a trovare un unico paradigma concettuale e teorico di riferimento. Se approfondito, infatti, il dilemma rivela l’incoerenza interna tanto dell’etica antropocentrica, quanto dell’animalismo imparzialista. Esso rivela inoltre l’inadeguatezza del parzialismo animalista e i suoi pregiudizi antropocentrici. Filosofica- mente parlando, però, il dilemma dimostra a soprattutto l’importanza di fissare una prima coordinata essenziale a partire dalla quale avviare il di- battito: il concetto di interesse. Conferire significato morale all’entità che è “interessata in qualcosa”, come sono solite fare le etiche antropocentri- che e quelle animaliste, è infatti profondamente diverso dall’attribuirlo a quel qualcosa che “è nell’interesse dell’entità”, come fanno invece alcune etiche ambientali (Attfield 1986; Sterba 1995; Sterba 1998; Varner 1998). Se nel primo caso non si può andare oltre la tutela antropomorfizzante di ciò verso cui sembra che gli animali dimostrino interesse (es. uscire a fare due passi tre volte al giorno o avere la lettiera pulita), solo nel secondo si può comprendere che per rispettare davvero queste alterità si deve anzi- tutto cercare di capire, senza preconcetti, ciò che sarebbe nel loro inte- resse (es. essere sempre liberi dai guinzagli, dai tempi e dalla disponibilità dei loro padroni). Penso che, in questo senso, l’appropriata parzialità relazionale di una certa forma di riflessione morale (diffusa all’interno della tradizione an- tropocentrica, animalista e ambientalista) indichi una seconda importan- te coordinata da non sottovalutare all’interno della discussione. Contesti relazionali come quelli di cui parlano gli animalisti parzialisti conferi- scono però a mio avviso validità alle speciali forme di dovere teorizzate dagli autori solo se si concepiscono questi stessi doveri come forme di riparazione o compensazione che assumono esplicitamente la presenza di un’ingiustizia cui è necessario porre rimedio: in questo caso, l’esistenza stessa del “fenomeno dei pet”. Simili doveri potrebbero dunque essere intesi come doveri positivi che cercano di ristabilire quell’ideale bilancio di giustizia che esisteva tra umani e animali considerati pet prima che il generale dovere negativo di non danneggiare questi animali fosse tra- sgredito storicamente, socialmente o individualmente dalle relazioni che gli umani stessi hanno costruito con loro. Riconoscere che il possesso e l’utilizzo degli animali sono, nel loro complesso, vere e proprie forme di ingiustizia interspecifica sarebbe dunque, con ogni probabilità, l’unica possibilità di affrontare a viso aperto il dilemma dello status morale dei pet; ma a che esiti condurrebbe tale riconoscimento? Relations – 10.1 - June 2022 https://www.ledonline.it/Relations/ - Online ISSN 2280-9643 - Print ISSN 2283-3196 https://www.ledonline.it/Relations/ Matteo Andreozzi 56 Personalmente credo che il dilemma qui discusso non sia né fattual- mente risolvibile solo seguendo le ipotesi abolizioniste proposte da quei (pochi) autori che hanno trattato l’argomento (tra l’altro venendo critica- ti in quanto considerati troppo estremi e provocatori), né teoricamente insormontabile. Sul fronte pratico, il fatto che i doveri che abbiamo nei confronti dei pet non si possano fondare su e non possano tutelare il loro vivere con noi esseri umani, non implica infatti che questi animali non possano assolutamente vivere tra noi. Il problema, dal punto di vista eti- co, non è radicato nella nostra convivenza con questi animali, ma nella loro dipendenza da noi. Alcune importanti strade da seguire per risol- vere il dilemma senza accogliere necessariamente soluzioni radicali sono già state tracciate. Dal punto di vista pratico, invece, il dilemma dello status morale dei pet potrebbe davvero rivelarsi decisivo per conciliare gli svariati punti di vista non antropocentrici che si affacciano sul pro- blema della relazione tra umanità e natura. Nell’affrontare questo dilem- ma è certamente essenziale non dimenticare che questi animali sono tra le forme di vita non umane a noi più (e in più sensi) “vicine”. È a mio avviso importante comprendere anche quanto siano promettenti le due coordinate teorico-concettuali che ho in questo articolo implicitamente utilizzato, ma solo in conclusione esplicitamente identificato: gli interessi e l’appropriata parzialità relazionale. Occorre forse tuttavia trovare anche il coraggio di allontanare dav- vero e una volta per tutte quella raffinata forma di zoofilia spesso celata all’interno dall’etica animalista, in favore di una riflessione seriamente ca- pace di rispettare l’alterità non umana. Si tratta, in sostanza, di compren- dere anzitutto che prima di potere dire di amare queste “adorabili bestie” come figli, amici o membri della propria famiglia, bisognerebbe anzitutto sapere come rispettarle, avendo il coraggio di accettare che, spesso, per portare davvero rispetto verso le alterità non umane (e non solo) bisogna semplicemente lasciarle libere di vivere la loro vita. Un buon inizio sareb- be, in tal senso, non avere paura di discutere di questi (e altri possibili) aspetti a viso aperto, avviando un tutt’oggi ancora assente dibattito. riferimenti bibLiogrAfici Aerts, Stefan, et al. 2006. “A New Framework for the Assessment of Animal Welfare: Integrating Existing Knowledge from A Practical Ethics Perspec- tive”. Journal for Agricultural and Environmental Ethics 19 (1): 67-76. doi: 10.1007/s10806-005-4376-y Attfield, Robin. 1983. The Ethics of Environmental Concern. Oxford: Basil Black- well. 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