© 2021 Author(s). Open Access. This article is “Studi Slavistici”, xviii, 2021, 1: 257-273 distributed under the terms of the cc by 4.0 doi: 10.36253/Studi_Slavis-10406 Submitted on 2021, February 1st issn 1824-7601 (online) Accepted on 2021, February 8th M a t e r i a l s a n d D i s c u s s i o n s Aldo Ferrari (“Ca’ Foscari” University of Venice) – aldo.ferrari@unive.it The author declares that there is no conflict of interest Aldo Ferrari “Most of Them are Honourable”. Luigi Villari e gli Armeni durante la ‘guerra armeno-tatara’ del 1905-1906 1. Luigi Villari tra Italia e Inghilterra Il libro di Luigi Villari Fire and Sword in the Caucasus, pubblicato a Londra nel 1906 e ristampato a Erevan nel 2017, è un testo puntualmente citato da tutti gli storici che si occupano della storia del Caucaso meridionale all’epoca della rivoluzione del 1905. Tutta- via questo libro ed il suo autore meritano una lettura più attenta di quanto sia stato fatto sinora. In primo luogo perché la recente guerra del Nagornyj Karabach ha conferito un rinnovato interesse a quel che Villari scrisse sul primo scontro tra Armeni e Azeri in pagine che costituiscono in effetti una descrizione lucida e di prima mano delle dinamiche di un conflitto giunto sino ad oggi. Ma anche per il fatto non così scontato che un testo in inglese sia stato scritto più di un secolo fa da un italiano. Luigi Villari (1876-1959) è una figura di notevole interesse, già a partire dalle sue origi- ni familiari. Il padre, lo storico Pasquale Villari (Napoli, 1827-Firenze, 1917), ebbe un ruolo di grande rilievo nella cultura e nella storia dell’Italia post-unitaria, la madre, la scrittrice Linda White (1836-1915), fu autrice di numerosi libri – alcuni dei quali dedicati all’Italia – e traduttrice in inglese di diverse opere del marito. Luigi era perfettamente bilingue: secon- do Mary De Rachewitz, figlia di Ezra Pound, “Villari spoke Italian with a British accent” (De Rachewitz 2005: 165). Luigi Villari fu viaggiatore, giornalista e diplomatico. Prestò servizio come vice-console a New Orleans nel 1906, poi a Philadelphia e a Boston sino al 1910. In seguito lavorò come delegato italiano per la Società delle Nazioni e fu funzionario del Commissariato dell’Emi- grazione a Roma. In quegli anni Villari scrisse molti libri, in inglese e in italiano: Italian Life in Town and Country (1902); Balkan Question. The Present Condition of the Balkans and of European Responsibilities (1902); The Republic of Ragusa. An Episode of the Turkish Conquest (1904); Russia Under the Great Shadow (1905); Gli italiani negli Stati Uniti d’America e l’emi- grazione italiana (1912); Una spedizione russa nell’Egeo al tempo di Caterina ii (1913). Pubbli- cò inoltre numerose voci per l’Enciclopedia Britannica, apparse nell’edizione del 1911, e anche alcuni articoli sull’emigrazione italiana pubblicati nella rivista “Nuova Antologia”. Negli anni tra le due guerre mondiali Luigi Villari aderì al fascismo ed ebbe un ruolo importante nella propaganda del regime, grazie alla perfetta conoscenza dell’inglese ma anche alla notorietà politica e culturale di cui il padre aveva goduto in Gran Bretagna. Luigi Villari era svincolato dal controllo dell’Ambasciata italiana a Londra e dipendeva direttamente solo da Mussolini (Colacicco 2019b: 9). Il nostro interesse per Luigi Villari sarà però qui limitato al libro dedicato al Caucaso. 258 Aldo Ferrari 2. “An Absolutely Unbiassed Mind”? In Fire and Sword in the Caucasus il punto di vista di Villari è quello di un colto e liberale esponente del ‘civilized West’. Un atteggiamento presente già nel volume Russia Under the Great Shadow, scritto mentre infuriava la guerra russo-giapponese e pubblicato nel 1905 a Londra. In questo libro, che pure manifesta buona conoscenza e comprensione della Russia, lo stato zarista è visto ‘under Western eyes’, senza ostilità, ma con condiscen- denza. Scrive Villari: The war in the Far East should mark the transition of Russia from the Middle Ages to the twentieth century, from the Eastern to the Western world, from barbarism to civi- lization […]. But we must not expect to see the results immediately, and to find Russia settling down under a liberal constitution within six months (Villari 1905: 9-10). Lo stesso approccio eurocentrico si ritrova in Fire and Sword in the Caucasus che, scritto subito dopo il volume succitato, può esserne considerato una sorta di naturale pro- lungamento, volto a “calling the attention of the public to the state of things in the Cau- casus and in arousing some little sympathy in the civilized West for these struggling and suffering peoples of the East” (Villari 1906: 7). Nonostante l’atteggiamento paternalistico, si tratta un libro di notevole interesse, ben scritto, che colpisce in primo luogo per l’ampia informazione sulla storia del Caucaso e dei suoi tanti popoli. Tra i molti aspetti interessanti di questo libro vorrei concentrarmi qui sull’atteggia- mento di Villari nei confronti degli Armeni. Fonte principale di riferimento sembra essere stata l’opera di H.F.B. Lynch, Armenia. Travels and Studies (1901) esplicitamente citata a proposito degli “architectural details on Etchimadzin […] as well as for some of the facts of Armenian Church history” (Villari 1906: 176)1. Nell’introduzione Villari chiarisce il suo atteggiamento nei loro confronti: I may perhaps seem to be unduly partial towards the Armenians, but […] I went out with an absolutely unbiassed mind, […] including many [sources] which are decidedly unfa- vourable to that nationality. I have dwelt particularly on this point, as the Armenians are certainly one of the most unpopular races of the East, […] grossly libelled by ignorant and prejudiced critics2 (Villari 1906: 7). 1 Quest’opera, ancora oggi di grande utilità per la conoscenza dell’Armenia prima del geno- cidio, fu il risultato di due lunghi viaggi nell’impero russo ed in quello ottomano, il primo dall’ago- sto 1893 al marzo 1894, il secondo da maggio a settembre 1898. Sul suo autore, che aveva un’origine familiare parzialmente armena, si veda Young 2008. 2 Non a caso da parte azera si lamenta che “Luigi Villari’s book is also clearly biased towards Armenians” (Shafiyev 2008: 246). “Most of Them are Honourable” 259 3. “One of the Most Unpopular Races of the East” Villari era quindi a conoscenza degli stereotipi negativi sugli Armeni, allora ampia- mente diffusi nell’impero russo (Suny 1983, Ferrari 2008): la viltà da un lato, l’avidità e la disonestà all’altro. Il primo di questi stereotipi nasceva dal peculiare destino storico degli Armeni. Noti sin dall’antichità come una stirpe guerriera, sorta di lanzichenecchi o di highlanders del Vicino Oriente (Brown 2005: 205, Ferrari 2010), dopo la caduta dei loro regni nazionali nei secoli xi-xiv avevano progressivamente perduto questa vocazione militare, sviluppando notevoli capacità mercantili che li avevano condotti in molte parti del mondo, dall’Europa alla Russia, dall’impero ottomano alla Persia all’India (Curtin 1984: 203-204). Il successo economico finì col renderli impopolari. Il Caucaso meridionale, dove era- no giunti a controllare buona parte dell’economia locale, fu uno dei luoghi nei quali su- scitarono il maggior risentimento. Già nella seconda metà del xvii secolo Jean Chardin rilevava come tra Georgiani e Armeni non corresse buon sangue: La différence qu’il y a entre leur esprit, leurs mœurs, et leur créance, a causé une forte haine entre eux. Ils s’abhorrent mutuellement et ne s’allient jamais ensemble. Les Géor- giens particulièrement ont un mépris extrême pour les Arméniens et les considèrent à peu près comme on fait les Juifs en Europe (Chardin 1711: 123). Tale immagine negativa era particolarmente diffusa tra l’aristocrazia georgiana che, pur avvalendosi delle loro attitudini commerciali e artigianali, mostrava spesso scarso ap- prezzamento per gli Armeni. Alla fine del xviii secolo il principe Iese Baratašvili (1728- 1786), figura centrale della vita politica e culturale georgiana dell’epoca (Rayfield 1994: 137), lamentava che fossero stati concessi tanti privilegi agli “Armeni, bottegai senzadio che a causa dei peccati dei nostri re sono entrati nei palazzi sfidando la volontà di Dio e sono stati fatti signori, amministratori e nobili in Georgia” (Mešchia 1969: 232). Non molto diverso è l’atteggiamento del poeta georgiano e generale zarista Aleksan- dre Č’avč’avadze (1786-1846) (Rayfield 1994: 147-152, Ferrari 2015: 37-57). Nel poema Gogča – il cui titolo deriva dal nome turco del lago di Sevan, situato nell’odierna repubblica d’Armenia – egli scriveva: Ecco, in questo palazzo in rovina, senza mura né tetto, Un tempo fiorivano ricchi mercanti, Qui l’avo armeno, esperto di commerci, Contava il suo oro, felice dell’inaudito guadagno. (Čavčavadze 1957: 75) In effetti il ruolo degli Armeni in Georgia era davvero notevole, soprattutto a causa della pressoché totale assenza di borghesia in una società egemonizzata dalla nobiltà (Suny 1979). Al momento della conquista russa nel 1800 la comunità armena costituiva circa tre 260 Aldo Ferrari quarti degli abitanti di Tbilisi / Tiflis3 (Čchetija 1942: 145)4, si era integrata tanto nella sfera economica quanto in quella culturale dell’impero e aveva creato importanti colonie nell’im- pero russo come in altri paesi dell’Europa orientale (Ferrari 2000: 38-41). Ma è soprattut- to in Transcaucasia che gli Armeni avevano rafforzato la loro posizione economicamente dominante, grazie anche alla loro notevole differenziazione sociale: accanto a un ristretto strato aristocratico, concentrato soprattutto nel Łarabał e nella Georgia orientale (Małalyan 2007, Ferrari 2004 e 2011), essi possedevano la borghesia più forte della regione, dotata di capacità imprenditoriali e portatrice di una tradizione commerciale che aveva consentito l’accumulazione di discreti capitali. Nel corso dell’Ottocento questa borghesia aveva par- tecipato con notevoli risultati alla nascita delle nuove industrie, tessili, minerarie e petro- lifere (Ferrari 2000: 92-100; 207-217). Non sorprende il progressivo risentimento di altre popolazioni economicamente meno dinamiche, in particolare dei Georgiani e dei Tatari del Caucaso (in seguito conosciuti come Azeri) (Dadayan 2007; Step‘anyan 2010). L’immagine dell’Armeno sfruttatore e parassita è presente per esempio nella favola in versi La pulce e la mosca del poeta georgiano Akaki Cereteli (1840-1915), che è stata così riassunta: The flea convinces the fly that they should ally against the spider who is building a web to catch them. The fly (the Georgian) agrees, and the flea (the Armenian) sits on and begins to draw blood. The fly grows weaker and weaker, but the flea continues to urge unity. The fly begs the flea to stop because she is dying and the spider (the Russian) is a distant threat (Suny 1983: 132-133). Il crescente risentimento georgiano nei confronti degli Armeni è visibile anche nel poeta Ilia Č’avč’avadze (1837-1907), una figura di fondamentale importanza storica e cul- turale nella Georgia di fine Ottocento, un vero Padre della Patria, canonizzato dalla Chiesa ortodossa georgiana nel 1987 (Magarotto 1988, Von Lilienfeld 1991, Rayfield 1994: 174- 179). In Armjanskie učënye i vopijuščie kamni, un’opera fortemente polemica apparsa in russo nel 1902, egli accusa alcuni noti studiosi armeni dell’epoca, in particolare K‘erowbē Patkanean – il primo armeno a divenire membro-corrispondente dell’Accademia delle Scienze della Russia (1833-1889) – e Karapet Ezean (Ezov, 1835-1905)5 di fornire un quadro falso e denigratorio della storia della Georgia: Но дело в том, что они словом и пером клянутся всему миру, будто испокон века по эту сторону Кавказского хребта, до истоков Тигра и Евфрата, почти от Чёр- ного и Каспийского морей была так называемая Армения (будто Сомхетия, т.е. 3 Il nome georgiano di questa città è Tbilisi, mentre in armeno è T‘iflis e in russo Tiflis. Per l’epoca zarista è preferibile utilizzare quest’ultima denominazione, che aveva un carattere ufficiale. 4 Sulla composita vita politica, sociale e culturale di Tiflis, con particolare riferimento alla componente armena, si vedano soprattutto Uluhogian 1985, Zekiyan 1986, Suny 1986, Ančabazde, Volkova 1990, Karapetyan 2003, Sargsyan 2005, Suny 2009, Ferrari 2018b. 5 Su questi autori si veda Ferrari 2019a: 239-240. “Most of Them are Honourable” 261 страна сомехов-гайканов) и если, мол, прозябили кое-где какие-то враци, то за- нимались чуть ли не пространство в десяток хлевов, и то де по милости армян (Č’avč’avadze 2012: 34). È evidente che con queste parole Ilia Č’avč’avadze prendeva di mira gli Armeni non solo per la loro supremazia economica, ma anche in una più vasta ottica culturale e ten- denzialmente politica, come se costituissero una minaccia per lo stesso carattere nazionale della Georgia6. In quegli stessi anni tale atteggiamento era condiviso in maniera sempre più forte anche dai Tatari (oggi: Azeri), anch’essi in sfortunata competizione socio-economica con gli Armeni. Come è stato osservato: The Armenian presence is strongly felt by Azeris traditionally, the Azeri elite have re- garded the Armenians as rivals. Before and during the Revolution this anti-Armenian- ism was the basis of Azeri nationalism, and under the Soviet regime Armenians remain the scapegoats who are responsible for every failure (Bennigsen, Wimbush 1986: 145). La questione della presenza di questi stereotipi tra i Russi è più complessa. Una scarsa considerazione degli Armeni si trova anche in alcuni tra gli esponenti maggiori della cultu- ra russa. Ben noto è il caso di Aleksandr Puškin, che nel poema incompiuto Tazit – compo- sto tra la fine del 1829 e l’inizio del 1830, in occasione del suo viaggio nel Caucaso – mette in bocca ad un montanaro musulmano queste parole, riferite al figlio: Поди ты прочь – ты мне не сын, Ты не чеченец – ты старуха, Ты трус, ты раб, ты армянин (Puškin 1999: 136) Se in questi versi Puškin “uses the Armenian as a metaphor for trickery, deception, and cowardice”, nel Viaggio ad Arzrum, in cui nel 1835 descrive il viaggio compiuto nel Caucaso cinque anni prima, il poeta mostra un atteggiamento “either indifferent or con- discending” (Suny 1983: 112, 117) nei confronti degli armeni, manifestando tra l’altro una certa ironia riguardo alle loro attitudini belliche. Anche Aleksandr Griboedov – che come negoziatore della pace di Turkmenčaj nel 1828 aveva svolto un ruolo non secondario nelle vicende armene, e che morì proprio per 6 Non casualmente quest’opera di Ilia Č’avč’avadze è stata ristampata di recente in Azer- baigian, perché del tutto funzionale alla sua propaganda anti-armena. Nella presentazione, si legge: “Её автор весьма последовательно и аргументированно разоблачает попытки армянских иде- ологов и учёных фальсифицировать историю Грузии и арменизировать материально-культур- ное и духовное наследство грузинского народа. В контексте ныне проводимого Республикой Армения курса на предъявление политико-исторических претензий к соседним странам, эта книга приобретает особую актуальность” (Č’avč’avadze 2012: 2). 262 Aldo Ferrari aver dato rifugio a degli armeni fuggiti da un harem persiano (Kelly 2002) – aveva nei confronti di questa popolazione un atteggiamento abbastanza freddo. Secondo l’armenista Jurij Veselovskij questo si spiegherebbe principalmente con il fatto che “gli interpreti [con i quali Griboedov era venuto a contatto] erano tra i peggiori rappresentanti di questo po- polo” (Veselovskij 1972: 339). In realtà è probabile che Griboedov, che sposò la figlia del già ricordato principe Aleksandre Č’avč’avadze, fosse influenzato anche dai pregiudizi della nobiltà georgiana. Tuttavia, per quanto significativi, questi riferimenti letterari non possono far dimen- ticare che l’integrazione degli Armeni nell’impero russo fu ampiamente positiva, non solo nella sfera economica, ma anche in quella culturale, politica e persino militare. Molti furo- no gli ufficiali armeni che si distinsero nell’esercito imperiale (Avetisjan 2008; Ferrari 2011: 239-247): nel corso della guerra russo-turca del 1877-78 sul fronte caucasico ben sei generali erano armeni. Uno di loro, Michail Loris-Melikov (1826-1888), sarebbe divenuto addirittura il più importante dei ministri di Alessandro ii (Danilov 1998, Avetisjan 2008, 120-138). Negli ultimi decenni dell’Ottocento anche gli Armeni risentirono della politica cen- tralista e russificatrice che si affermò dopo l’assassinio di Alessandro ii nel 1881. Un esempio significativo di questo cambiamento può essere visto nella diffidenza manifestata da Kon- stantin Pobedonoscev, influente Procuratore del Santo Sinodo, nei confronti proprio di Michail Loris-Melikov, tanto per la nazionalità quanto per le idee liberali (Zajončkovskij 1964: 324). A rafforzare i sospetti delle autorità russe contribuiva infatti lo sviluppo partico- larmente rapido tra gli Armeni di un’intelligencija moderna, prevalentemente radicale, e la comparsa intorno al 1890 di partiti rivoluzionari di orientamento ad un tempo nazionalista e socialista quali Hnč‘ak e Dašnakc‘ut‘wn: dopo decenni di inserimento complessivamente positivo nella compagine imperiale anche gli armeni iniziarono ad essere visti dal governo come un elemento potenzialmente pericoloso (Ferrari 2000: 238-244, 269-279, 289-302). In questa crescente armenofobia un ruolo essenziale è quello ricoperto da V.L. Veličko (1860-1904), accanito nazionalista, dal 1897 al 1899 editore del giornale “Kavkaz” di Tiflis: sulle sue pagine attaccò duramente gli Armeni accusandoli di sostanziale slealtà nei con- fronti dell’impero russo e di sfruttamento economico delle altre popolazioni del Caucaso. Non sorprende quindi che i suoi articoli venissero ripresi anche da importanti riviste geor- giane e azere come “Iveria” e “Kaspii” (Suny 1983: 131-133). E sicuramente ostile agli Armeni fu il principe Anatolij Golicyn, dal 1896 al 1905 governatore del Caucaso, promotore di una politica aggressiva nei loro confronti culminata con la conquista delle proprietà della Chiesa nel 1903, che costituì il punto più basso delle relazioni armeno-russe7. Tuttavia queste manifestazioni di armenofobia nella sfera culturale e politica devono essere viste come un momento di rottura piuttosto che come norma delle relazioni arme- no-russe. Accanto ad esse, infatti, anche nei momenti più negativi vi furono segnali del tutto differenti. Si pensi per esempio all’imponente monumento di stima per il popolo 7 Tra l’altro Villari appare molto ben informato su questa evoluzione e ne parla con notevo- le precisione (Villari 1906: 106-116). “Most of Them are Honourable” 263 armeno e di solidarietà dopo le stragi hamidiane degli anni 1894-1896 rappresentato dal volume Bratskaja pomošč’ postradavšim v Turcii armjanam, pubblicato nel 1897 e di nuovo l’anno successivo. A quest’opera parteciparono molti dei nomi migliori della cultura e della società russa dell’epoca, dal poeta Konstantin Bal’mont a Ioann di Kronštadt, dall’arme- nista Jurij Veselovskij al principe Esper Uchtomskij. Lo stesso Lev Tolstoj non inviò il suo contributo soltanto a causa di una malattia (Nersisyan 1994: 25). Per quanto profonda, la crisi politica degli anni 1881-1905 poté essere superata, soprat- tutto grazie agli sforzi del successore di Golicyn, il conte I.I. Voroncov-Daškov. In qualità di viceré (namestnik), egli intraprese notevoli sforzi per riconquistare la completa fedeltà della comunità armena, o almeno dei suoi esponenti moderati. Nell’agosto del 1905 furo- no restituite alla Chiesa le sue proprietà, mentre continuava la repressione degli elementi rivoluzionari e nazionalisti (Ismail-Zade 2005). La politica del viceré ebbe un notevole suc- cesso anche grazie al mutamento dello scenario internazionale, che in quegli anni vide un avvicinamento della Russia alla Gran Bretagna. Questa svolta favorì anche riconciliazione tra Pietroburgo e gli Armeni. A partire dal 1912 la Russia riaprì in pratica la Questione Ar- mena, riuscendo ad imporre alla Porta nel febbraio del 1914 un progetto di riforme a favore della popolazione armena dell’impero ottomano (Önol 2018: 139-182). 4. Europei in Asia? Villari entrò in contatto con gli Armeni proprio nel momento in cui la loro posizione nell’impero russo era più difficile, in particolare nel contesto politico, economico, sociale e culturale del Caucaso meridionale, dove le tensioni interetniche si andavano rapidamen- te acuendo. Tali tensioni culminarono nella cosiddetta ‘guerra armeno-azera’, scoppiata in coincidenza con la prima rivoluzione russa, negli anni 1905-1906 (Ferrari 2000: 297-302). Chiedendosi perché gli Armeni attirassero tanto risentimento nella regione caucasica, Villari ne indica le ragioni nel netto prevalere al loro interno della componente borghese: Politically, the Armenians are democratic and bourgeois; they have no aristocracy, the old feudal system having died out under Moslem rule, and there are really no birth dis- tinctions (Villari 2006: 121). In realtà, come abbiamo visto, questa affermazione non era corretta se riferita agli Ar- meni dell’impero russo. Tuttavia, nonostante la presenza di una nobiltà capace di recitare un ruolo importante e la preponderanza numerica dei contadini, di cui Villari è consapevo- le8, nel Caucaso gli Armeni erano percepiti come borghesi abili e spregiudicati, ed è questa la percezione avvertita anche da Villari: 8 Villari osserva che solo una minoranza degli Armeni apparteneva alla borghesia, mentre il resto di questo popolo era costituito da contadini, dei quali sottolinea le caratteristiche in parte diverse rispetto ai connazionali delle città: “Of the 1,200,000 Armenians of the Caucasus, not more than 35 per cent live in the towns, and of these a large proportion are workmen. The other 65 per 264 Aldo Ferrari The outward characteristics of the Armenian are not attractive. […] Of course this is not true of the whole people, and in any case applies chiefly to the urban classes; in my own experience I have met many Armenians whose manners and habits were those of men and women of the world, and among whom, apart from their kindness and hospitality to me, I felt myself in the company of polished Europeans. The hospitality of the Armenians is very great, although seldom accompanied by courtly manners. The result is that they are usu- ally unpopular; and to their real defects others are added by their enemies, which find easy credence among those who cannot get over their unconciliating behaviour. The Armenians also enjoy a reputation for sharp and not always straight business meth- ods, and they are accused of being usurers. There is some ground for both charges, no doubt, but it must be remembered that they are of the kind always levelled at peoples who, having great business ability, live among other races who have very little. It is the same with the Jews, especially in Russia. In the Caucasus it is popularly said that it takes ten Jews to cheat an Armenian, just as in England it is said that it takes many Jews to cheat a Scotchman. But on the whole it cannot be admitted that they are really dishon- est, most of them are perfectly honourable, and by a commercial ability amounting al- most to genius, they have got the economic development of the country into their own hands (Villari 1906: 118-119). Come si vede, Villari non solo non condivide i pregiudizi negativi sugli Armeni, ma evidenzia il loro essere “polished Europeans”, un fatto che nella sua prospettiva eurocentrica appare quanto mai positivo. Da sottolineare anche il confronto con gli Ebrei, che nel corso della loro storia hanno effettivamente conosciuto dinamiche e destini in parte simili a quel- li degli Armeni (Melson 1992, Hovannisian, Myers 1999). Inoltre, Villari ridimensiona la validità della nomea di avidità e disonestà attribuita alla borghesia armena, alle cui qualità, prosaiche ma necessarie, accosta l’incrollabile fedeltà alla Chiesa Apostolica: But if their ideals are prosaic and practical, they have shown the most whole-hearted devo- tion to their Church. Throughout centuries of persecution they have never swerved, and even individual cases of apostasy have been very rare, although they had every inducement to become Moslems. Now in Russia union with the Orthodox Church would have ended their difficulties, but they have never dreamed of such a possibility (Villari 1906: 121). Un altro passaggio interessante è quello in cui contesta la codardia attribuita agli Ar- meni, un equivoco derivante solo dalla difficile situazione politica e sociale nella quale essi si sono trovati per secoli nei contesti politici e sociali dei paesi musulmani: Although peaceful and hard-working, the Armenians are by no means unwarlike or cow- ardly, as they are popularly supposed to be, because, being unarmed in Turkey, they are massacred by armed Moslems (Villari 1906: 120). cent are peasants, and peasants of great industry, but without the defects which make the town Ar- menians disliked” (Villari 1906: 120). “Most of Them are Honourable” 265 In effetti, all’interno dell’impero russo gli Armeni avevano maggiore capacità di re- perire armi di quanto fosse possibile nell’impero ottomano e nel corso degli scontri con i Tatari essi riuscirono a non farsi sopraffare, pur essendo molto meno numerosi (Ferrari 2000: 297-303, Önol 2017: 27-41). 5. Georgiani e Tatari Vale la pena di accennare brevemente anche all’opinione di Villari sulle altre due po- polazioni principale della Transcaucasia, vale a dire Georgiani e Tatari, gli uni e gli altri posti inevitabilmente a confronto con gli Armeni: The Georgians are an essentially literary people […] This love of literature is common to many races who, although civilized, have been denied political freedom, and books are the only outlet for exuberant and cultivate intellects. But if literature has kept alive national sentiment, it has in the case of the Georgians militated against a development of a practical spirit like that of the Armenians. Consequently, in spite of their cleverness, the Georgians are a weaker element than their capabilities would lead us to believe, and they are everywhere giving way before the more “pushful” Armenian. The Georgian is sympathetic, handsome, very friendly and hospitable, well-mannered, but unpractical, happy-go-lucky and extravagant. Few of the Georgian nobles have re- mained even moderately wealthy; there are immense numbers of impoverished “princes” all over the Caucasus, although they have not lost their pride with their wealth. At the same time they have given proof of a devoted attachment to ideals and a readiness to undergo great sacrifices for the sake of their nationality and freedom which are wholly admirable (Villari 1906: 49-50). Se questo giudizio si inserisce in una tradizione di apprezzamento dei Georgiani che ha probabilmente nel Puškin de Il viaggio a Arzrum il suo esponente più significativo9, quello sui Tatari è forse più tagliente e originale: The Tartars are in every respect the opposite of the Armenians. Their outward character- istics are most sympathetic. They have a dignity of bearing and a charm of manner which endear them to all who come in contact with them. These qualities are indeed common to most Mohammedans, who have a chivalry and gentlemanliness which make us forget even serious faults, and disregard the wrongs and sufferings which they inflict on less attractive Christian peoples. They have been a ruling military caste for centuries, and this has made them an aristocracy of grands seigneurs. I have met Tartars whom, although I knew them to be utter scoundrels, I could not help liking. There is something magnificently mediaeval about them which the virtuous but bourgeois Armenian lacks (Villari 1906: 122). 9 “I georgiani sono un popolo bellicoso. Hanno dimostrato il loro valore sotto le nostre ban- diere. Le loro doti intellettuali attendono una maggiore istruzione. In genere sono di temperamento allegro e socievole” (Puškin 2013: 77). 266 Aldo Ferrari Nonostante questa ammirazione estetica, Villari evidenzia in numerosi punti della sua narrazione la prevalente responsabilità dei Tatari negli scontri del conflitto con gli Ar- meni, soprattutto a Baku e nella regione meridionale del Naxiǰewan. E si domanda il perché di tanto accanimento da parte loro. La risposta è, ancora una volta, molto lucida: The reader will ask why the Tartars should hate the Armenians more than other Chris- tians – Russians and foreigners. I think the reason lies in the fact that the Armenians are in large numbers, whereas the other Christians are comparatively few; secondly, the Armenians are permanent inhabitants, whereas the Russians come as soldiers, officials, temporary workmen, and leave after a few years, and the foreigners come to make their pile and also leave soon. Then the Armenians tend to regard every town where they are fairly numerous as being within the Armenian sphere of influence and their progress is to some extent at the expense of the Tartars. The latter realize instinctively, although they would be the last to admit it, that they are a declining race, and that every step of civilized progress puts them at an ever greater disadvantage, while the Armenians profit by it to become richer and more powerful. They are also less afraid of the Armenians than of the Russians; the former are merely fellow-subjects, whereas the latter are the lords of the land and must be obeyed, as otherwise unpleasant consequences may follow (Villari 1906: 122). Pur considerandoli “declining race”, Villari non mancò di cogliere – da osservatore ben informato – che anche i Tatari stavano iniziando, sebbene più lentamente degli Ar- meni, un proprio processo di modernizzazione culturale e politica (Swietochowski 1996; Altstadt 1996, Mostashari 2006: 125-145, Bolukbasi 2011: 25-29)10: Within the last few years a movement has been growing up among a small group of in- fluential Tartar “intellectuals” to educate the people and create a national political spirit among them. M. Taghieff, the Baku millionaire, perhaps the richest Mohammedan in the world, is the financier of the movement, and M. Topchibasheff, also a very rich man, is its intellectual leader; among his lieutenants are the Baku journalists, Agaieff and Hussein Zadé, and Ismail Beg Gasparinsky, the proprietor of the Bakhtchi Sarai sheet11. Although not allowed to print Tartar papers in the Caucasus, they propagated their ideas in other ways, and a Baku paper called the Kaspii, although written in Russian, was 10 Interessante da questo punto di vista è anche l’opera autobiografica Jours caucasiens, pub- blicata nel 1954 a Parigi dalla scrittrice di origine azera Umm-El-Banine Assadoulaeff (1905-1992), che descrive molto efficacemente i cambiamenti determinati dalla recezione della cultura europea attraverso la mediazione russa in una famiglia di magnati del petrolio di Baku. Da segnalare, tra i molti aspetti notevoli di questo testo, la disinvolta menzione del fatto che i rampolli maschi della famiglia amassero giocare ai ‘massacri armeni’ e agli ‘stupri armeni’. Si veda la traduzione italiana (Assadoulaeff 2020: 68-71). 11 Il riferimento è a Ismail Gasprinskij (1855-1914), l’intellettuale tataro di Crimea che con il suo giornale bilingue “Perevodčik / Tercuman” diede inizio a un profondo rinnovamento culturale dei musulmani dell’impero russo (Lazzerini 1993). “Most of Them are Honourable” 267 devoted to Tartar interests; quite recently they have been allowed to issue a Tartar paper at Baku called the Heyat, edited by Agaieff, an able scholar, although a bitter partisan (Villari 1906: 123). Il confronto tra le due popolazioni gli appariva comunque nettamente a favore degli Armeni, più intraprendenti, moderni ed ‘europei’ rispetto ai loro competitori musulmani. La convinzione che gli Armeni fossero destinati ad un grande futuro grazie al loro dina- mismo economico e culturale è espressa con particolare chiarezza nelle pagine dedicate da Villari alla visita delle rovine della loro antica capitale, Ani, che dal 1878 faceva parte dell’impero russo12: Is the state of Ani symbolical of that of the Armenian nation, and are they destined at last to disappear or be absorbed into other races, other religions? I do not think so, for with all the sufferings and persecution they have undergone they still preserve a vigorous national life. Many of them have been massacred, but the survivors are not absorbed. Their industry is more active than ever, and education is making great progress. They have built up the oil trade of Baku, they monopolize the commerce of Tiflis, and at Rost- off-on-the-Don, Baku, Odessa, Moscow, Kishinieff, Constantinople, Bombay, Calcutta, and many another city far removed from their ancestral homes, they form industrious, intelligent, and prosperous commercial communities. A people with such a past and such a present need surely not despair of its future (Villari 1906: 244-245). 6. Conclusioni Luigi Villari scrisse queste parole in un momento in cui, nonostante la complessa evoluzione politica nel Caucaso e i massacri hamidiani perpetrati negli anni 1894-1896 nell’impero ottomano, la situazione complessiva degli Armeni poteva apparire ancora pro- mettente. Il suo ottimismo era però destinato ad essere smentito dal genocidio subito dagli Armeni dell’impero ottomano nel 1915 e dalla sovietizzazione di quelli dell’impero russo13. Il notevole sviluppo culturale ed economico conosciuto dagli Armeni a partire dal xviii secolo non ha portato in effetti a un vero ‘Risorgimento’ politico di questo popolo, il cui stato indipendente occupa solo una piccola parte del suo territorio storico (Ferrari 2018). Anzi, la situazione odierna mostra una sorta di rovesciamento dei ruoli rispetto all’epoca di 12 Sulle complesse valenze culturali di questa città – che attualmente si trova in Turchia – si vedano in particolare Watenpaugh 2014, Pravilova 2016, Ferrari 2019b. 13 La sovietizzazione degli Armeni del Caucaso è stata evidentemente un evento storico complesso che deve essere valutato con equilibrio. Limitandoci agli aspetti qui trattati da Villari è però da segnalare che le capacità imprenditoriali degli Armeni, da lui così fortemente sottolineate, furono del tutto soffocate. Inoltre, l’affermazione di Erevan come capitale della repubblica sovietica d’Armenia attrasse gran parte della popolazione armena di Tbilisi e Baku, che persero quindi il pre- cedente significato economico e culturale come centri principali, ancorché ‘diasporici’, degli Armeni del Caucaso (Ferrari, Traina 2020: 175-176). 268 Aldo Ferrari Villari. Da un lato, infatti, gli Azeri sono impegnati con successo in un percorso di moder- nizzazione e sviluppo grazie alle ingenti risorse energetiche di cui dispongono. Dall’altro, nonostante il sostegno di una diaspora che preserva in numerosi paesi del mondo le attitu- dini imprenditoriali e culturali così ben evidenziate in Fire and Sword in the Caucasus, gli Armeni appaiono in grande difficoltà politica ed economica nella loro piccola repubblica e nel contiguo Nagornyj Karabach. L’esito del conflitto del 2020 ha infatti seriamente pre- giudicato la possibilità che questa regione, chiamata Arc‘ax in armeno, possa continuare ad esistere al di fuori dell’Azerbaigian. Per gli Armeni si tratta di una prospettiva inquietante alla luce non solo di un conflitto interetnico che dura da più di un secolo, ma anche della politica aggressiva condotta delle autorità di Baku in questi anni. Una politica che da un lato ha determinato la completa dearmenizzazione del Naxiǰewan (az. Naxçıvan)14, ma che in alcune opere propagandiste come il volume Irevanskoe chanstvo. Rossijskoe zavoevanie i pere- selenie armjan na zemli Severnogo Azerbajdžana, pubblicato nel 2010 dall’Accademia delle Scienze di Baku e tradotto anche in italiano, rivendica come azeri tutti i territori dell’attuale repubblica armena e ne pone quindi in discussione la stessa esistenza (Ferrari 2018c). In un contesto di questo genere il libro di Luigi Villari costituisce non solo una lettura sempre fresca e interessante, ma anche un contributo di rilievo alla comprensione delle radici politiche, culturali e sociali di un conflitto che continua – sia pure in un contesto profondamente cambiato – a insanguinare il rapporto tra Armeni e Azeri. Bibliografia Altstadt 1996: A.L. Altstadt, The Azerbaigiani Bourgeosie and the Cultural-Enlight- enment Movement in Baku: First Steps Toward Nationalism, in: R.G. Suny (ed.), Transcaucasia. Nationalism and Social Change, Ann Ar- bor 1996, pp. 197-208. Ančabadze, Volkova 1990: D. Ančabazde, N. Volkova, Staryj Tbilisi. Gorod i gorožane v xix veke, Moskva 1990. Assaoulaeff 2020: Umm-El-Banine Assadoulaeff, I miei giorni nel Caucaso, Vicenza 2020. Avetisjan 2008: G. Avetisjan, Generaly-Armjane v Rossijskoj imperii, Erevan 2008. Ayvazyan 2006: A. 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Abstract Aldo Ferrari “Most of Them are Honourable”. Luigi Villari and the Armenians during the 1905-1906 Armenian- Tatar War Luigi Villari’s book Fire and Sword in the Caucasus, published in London in 1906, is widely quoted by scholars working on the history of Transcaucasia, in particular in respect to the Armeni- an-Tatar war. Yet neither this text nor its author have been so far studied in detail. The Italian Luigi Villari (1876-1959) is a figure of considerable interest; he was a diplomat, traveler, and journalist. His father, Pasquale Villari (1827-1917), was an accomplished historian and politician who played an important role in nineteenth-century Italy; Villari’s mother was the British writer Linda White (1836-1915). It is remarkable that the author wrote a book an English at a time when this was not a popular language in Italy. He wrote extensively both in English and Italian about different topics, mainly related to history and international politics. It has been shown that, after the First World War, Villari joined Fascism and contributed actively to the regime’s propaganda in Great Britain. The present paper examines Luigi Villari’s book on the Caucasus, especially the author’s attitude towards the Armenians. I shall demonstrate that in his work, he handles negative stereotypes of the Armenians (“one of the most unpopular races of the East”), which were common in the Russian empire at the beginning of the twentieth century, in a rather interesting way. Keywords Armenian-Tatar War; Armenians in the Russian Empire; National Stereotypes.